«È tutto mio!»: l’egocentrismo infantile

È una fase in cui il piccolo non sa ancora che esiste una distinzione tra sé e il mondo. Ma la condivisione non andrebbe mai obbligata o ottenuta con rimproveri: il piccolo va incoraggiato a condividere con l’esempio che proviene dalle figure di riferimento adulte

Chiara Borgia, pedagogista
Bambina arrabbiata

Nelle strutture educative che accolgono gruppi di bambini, non è raro osservare momenti di tensione e contesa di un gioco, o di un qualsiasi oggetto, che in quel momento è al centro dell’attenzione dei piccoli.
A partire dai 18 mesi (delle tappe raggiunte fin qui parliamo in questo articolo), infatti, i bambini attraversano una fase di crescita in cui «tutto è mio!», caratterizzata da un forte senso di possesso verso le cose. Per questi comportamenti i piccoli vengono spesso giudicati come “egoisti”: in realtà è in atto un importante processo di maturazione cognitiva e di costruzione della personalità.

La distinzione tra sé e il mondo

Lo studioso Piaget, descrivendo il pensiero del bambino prima dei 7-8 anni, definì questo come il periodo dell’”egocentrismo infantile”: una fase di crescita in cui il bambino si relaziona con il mondo unicamente dal proprio punto di vista, senza essere capace di percepire la differenza tra la propria visuale e quella altrui. Se pensiamo al neonato possiamo facilmente comprendere questa condizione: il piccolo non sa ancora che esiste una distinzione tra sé e il mondo, ed è quindi unicamente concentrato sull’appagamento dei propri bisogni. In generale, nei primi anni di vita, il bambino è impegnato nel costruire una propria esperienza della realtà, prima di poter considerare l’esistenza di altre prospettive oltre la sua. Potremmo dire dunque che l’essere concentrato su sé stesso è inevitabile, positivo e funzionale alla sua crescita.

“Io” e “mio”

Tra i 18 e i 24 mesi, il bambino inizia poco alla volta a comprendere l’esistenza di un confine tra “dentro” e “fuori”, tra sé stesso e gli altri. Prende il via un processo chiamato “identificazione del sé”: il bambino comincia a staccarsi dalle figure di riferimento, si percepisce come un essere separato dai genitori, dotato di un proprio pensiero e volontà. La sua posizione rispetto al mondo, però, rimane predominante. Il bambino diventa meno “obbediente” e pronuncia i primi “no” che manifestano il suo bisogno di sperimentare e affermare la propria volontà. Altre due parole che ripete spesso sono “io” e “mio”: è convinto che tutto il mondo ruoti intorno a sé e tutto gli appartenga. Tutto ciò ci conferma che il piccolo si trova in una fase evolutiva importante, in cui comincia a capire il concetto del sé, dell’altro e della proprietà. “Mio” è una parola facile da pronunciare, ma dal grande significato evolutivo. L’utilizzo di questo aggettivo da parte del bambino, ci suggerisce che egli stia comprendendo il concetto astratto di legame invisibile di una persona con una cosa. Il senso del sé sta diventando dunque sempre più sofisticato.

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L’evolversi del concetto di “possesso”

Se è vero che nei comportamenti legati al “è tutto mio” leggiamo un importante momento di maturazione cognitiva e strutturazione della personalità, non dimentichiamoci però che tutto questo avviene con un percorso di sviluppo non lineare. Ad esempio ci vuol tempo affinché il concetto di “possesso” venga interiorizzato dal bambino con un significato socialmente condiviso: all’inizio è mio se… l’ho visto o l’ho preso in mano per primo io, se mi piace, se riesco a portatelo via eccetera.

Questa fase di spiccata possessività, che si prolunga per qualche anno, a volte mette in difficoltà gli educatori, soprattutto quando il bambino inizia a relazionarsi con altri bimbi e nascono i primi contrasti sull’utilizzo degli oggetti. Esperienza comune al nido è, ad esempio, vedere due bimbi venire alle mani nel contendersi un giocattolo, oppure un bambino che, a fine giornata, vorrebbe ostinatamente portare con sé un determinato oggetto che invece appartiene all’asilo. Anche nella scuola dell’infanzia bambini di 3-4 anni sperimentano questi conflitti con i coetanei: sono ancora molto concentrati sui propri desideri, seppure siano ormai in grado di capire che non tutto appartiene a loro. A questa età la difficoltà più grande sta nella condivisione degli oggetti preferiti, con i quali il bambino si identifica. Ciò non vuol dire che genitori ed educatori debbano rinunciare a educare il bambino e a migliorare la gestione dei propri bisogni e desideri all’interno del vivere sociale.

Imparare a condividere

Frequentare coetanei all’interno di contesti sociali come il nido e la scuola dell’infanzia, dove i bisogni di un bambino spesso si “scontrano” con quelli di altri pari, rappresenta una palestra importante per superare l’egocentrismo infantile. I momenti di tensione e contesa di un gioco sono infatti terreno fertile per sperimentare soluzioni ai conflitti, gestire la frustrazione, imparare a “fare a turno” e a giocare insieme. A volte la tendenza degli educatori è quella di intervenire come una sorta di giudice per “risolvere” il litigio: in realtà queste situazioni non richiedono l’intervento diretto dell’adulto, a meno che non vi sia un rischio di tensione eccessiva; esistono altre azioni educative a più ampio respiro che gli educatori possono progettare per favorire nei bambini l’apprendimento di capacità empatiche, fare esperienza di comunione e comunità, vivere e dare un significato al tempo dell’attesa e della pazienza.

Regole chiare

Quando frequenta il nido il bambino è in un’età in cui è bisognoso di sapere cos’è giusto e cos’è sbagliato: piuttosto che fare paternali incomprensibili sull’egoismo, è importante aiutarlo a distinguere cosa appartiene a chi – indicandogli chiaramente cosa è suo, cosa di papà, di tutti i bimbi dell’asilo, della maestra eccetera – e le regole di utilizzo. In questo senso molte strutture adottano la regola di non far portare ai bambini i propri giocattoli da casa, invitandoli a usare i materiali messi a disposizione per tutti nell’ambiente educativo. Questa distinzione aiuta il bambino, immerso nella fase possessiva, a gestire con maggiore serenità le esperienze di condivisione con i pari e le piccole frustrazioni rispetto ai suoi desideri immediati: il territorio non è quello di casa e le emozioni sono più sfumate e governabili. Al contrario, chiedere a un bambino di 2 anni di condividere obbligatoriamente il proprio giocattolo preferito con i compagni, potrebbe solo essere controproducente, perché non va a rispettare il momento di crescita del piccolo. Inizialmente, infatti, i bambini condividono per imitazione o perché gli adulti gli dicono di farlo. Solo con il crescere dell’età e delle capacità empatiche potranno iniziare a farlo anche volontariamente, ad esempio donando a un compagno un proprio gioco per farlo felice o contribuendo con un proprio oggetto o materiale alla strutturazione degli arredi o alle attività progettate dalla scuola. 

L’ambiente che educa

Un’interessante organizzazione del materiale scolastico a disposizione dei bambini è quella proposta da Maria Montessori, che così scrive in La mente del bambino: «In ogni classe di molti bambini ci sarà un solo esemplare di ogni oggetto: se un bambino desidera qualcosa che già è in uso a un altro, non potrà averlo e, se è normalizzato, aspetterà finché l’altro avrà finito il suo lavoro. Così si sviluppano certe qualità sociali che sono di grande importanza: il bambino sa che deve rispettare gli oggetti che sono adoperati da un altro non perché così gli è stato detto, ma perché questa è una realtà davanti alla quale si è trovato nella sua esperienza sociale. Vi sono tanti bambini e un solo oggetto: l’unica cosa da fare è aspettare».

L’azione educativa si manifesta dunque nella preparazione dell’ambiente, in cui vengono limitati gli oggetti a disposizione, con la finalità di educare il bambino all’esperienza dell’attesa, della pazienza, a sviluppare autocontrollo e rispetto dell’altro.

L’esempio

La condivisione non andrebbe mai obbligata o ottenuta con rimproveri. Il bambino può essere incoraggiato a condividere con l’esempio che proviene dalle figure di riferimento adulte. La gentilezza che l’educatore userà nel chiedere, dare, scambiare le cose con altri e con il bambino stesso (ad esempio utilizzando «posso?», «grazie», «per favore») sarà facilmente imitata.

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Immagine per l'autore: Chiara Borgia
Chiara Borgia

pedagogista, svolge attività privata di consulenza pedagogica nel sostegno alla genitorialità e al percorso di crescita di bambini e adolescenti. Coordina progetti di educazione e accompagnamento alla morte e all’esperienza della perdita, si occupa di famiglie adottive e lavora come formatrice per gli operatori di nidi e scuole dell’infanzia nella provincia di Messina. Dal 2018 è vicedirettrice di UPPA.

Articolo pubblicato il 05/02/2020 e aggiornato il 01/06/2020
Immagine in apertura Yasin Emir Akbas / iStock

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