Fatti mandare dalla mamma

Spesso i genitori hanno il timore di far sperimentare situazioni nuove, riducendo così la possibilità che i bambini diventino autonomi e sappiano fare da sé. Esistono però pratiche educative lente e progressive, per accompagnare con fiducia la crescita dei propri figli

Luciano Franceschi, pedagogista
Due bambini che vanno da soli in bicicletta

«Luigi, ho dimenticato il pane… vai a comprarlo tu?». 

Chi è Luigi? È un bambino di circa 8 anni (ma potrebbe averne un po’ di più o un po’ di meno), e uno dei suoi genitori gli ha appena chiesto un favore – papà o mamma? A chi avete pensato? –, perché Luigi sa dov’è il negozio di alimentari. Il nostro bambino stava facendo altro, è il pomeriggio di un giorno feriale e fuori c’è il sole… tuttavia una dimenticanza del genitore, o forse un calcolo, ha dato vita a un’occasione educativa fluida, quotidiana, alla portata di tutti.

Le occasioni educative

Per comprendere bene l’occasione educativa, dovete immedesimarvi nei protagonisti della situazione e chiedervi: «Potrei essere io l’adulto che ha fatto quella domanda?». 

In questo caso, vi sarete posti dei quesiti sul contesto in cui vivete: «Quanto è sicuro lì fuori?»; «Ci può andare a piedi o in bicicletta?»; «È mai stato in quel negozio?»; «Sa gestire i soldi?»; «Saprà trovare la strada giusta?»; ma soprattutto dei quesiti sulla vostra capacità di essere educatori. Avete ben chiara l’intenzione di “lasciare andare” vostro figlio? Probabilmente avrete pensato all’età in cui avete fatto quell’esperienza da soli, a come “preparare” vostro figlio e a quando lasciargli sperimentare questa “prima volta”.

In una situazione simile, vi assumete dei rischi educativi a cui non potete sottrarvi, legati prima di tutto alla possibilità del vostro fallimento o di quello del bambino. 

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Prendersi il rischio di sbagliare

Non mandando il bambino da solo, potreste ostacolare la sua naturale inclinazione a fare da solo, a sentirsi incuriosito, a confrontarsi con situazioni sconosciute, a trovare la giusta misura di adattabilità, rischiando così di scivolare sul terreno di un’eccessiva protezione.

Decidendo di far andare da solo vostro figlio, invece, potreste correre il rischio che incappi in situazioni non previste o che si prenda libertà non calcolate, o che non porti a casa il pane, in un crescendo di ansia amplificata dalla possibilità di essere giudicati come cattivi genitori disinteressati al benessere del figlio.

Andare a prendere il pane è un’attività semplice e quotidiana, ripetibile, migliorabile, una  di quelle piccole proposte che aiutano i genitori a mettere in gioco la tranquillità raggiunta. Prendersi il rischio di sbagliare fa parte dell’essere genitori, così come la possibilità di rimediare agli eventuali errori con l’affetto, l’umorismo e la presenza costante.

La “pedagogia della siepe”

La società è in continuo cambiamento e le risposte valide un tempo ora non funzionano più (o invecchieranno presto). Resta però la nostra responsabilità e il nostro piacere di essere genitori, cercando il nostro modo di affrontare il diritto/dovere all’autonomia dei figli.

Un tempo si parlava di “pedagogia della siepe”: si tratta del tentativo – insito nell’essere genitori – di privare il bambino di tutte le difficoltà, cercando di stargli sempre accanto, di proteggerlo a ogni costo, di difenderlo dalle brutture della società. C’è amore in questo pensiero, ma non c’è futuro. La siepe non potrà mai essere totale. La forza vitale del bambino troverà il modo di oltrepassare questo ostacolo, creato con le migliori intenzioni, e al di là di esso si ritroverà solo, senza possibilità di reazione all’imprevisto e con il peso di aver valicato il confine. 

Al di là della siepe si va insieme, grazie alla possibilità dei genitori di concedere tempo, di proteggere e accompagnare.

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Rendere i bambini responsabili

Per uscire dalla famiglia bisogna esercitare il rischio della fiducia. Pensiamo a due contesti molto protetti in cui i bambini imparano a nuotare, ad esempio i corsi in piscina e le situazioni autodidattiche al fiume, al lago o al mare con amici o parenti: in entrambi i casi la pratica di gettare in acqua i bambini per farli nuotare si è rivelata poco efficace. Molti istruttori di nuoto si sono accorti che esiste uno stretto legame tra autonomia e apprendimento utile: un bambino capace di lavarsi, vestirsi, asciugarsi, mettersi le scarpe, raccogliere le proprie cose, sarà più ricettivo e imparerà più facilmente a nuotare, perché sarà maggiormente in grado di recepire i momenti educativi che non mancano nella pratica sportiva. L’abitudine a fare da sé amplifica le possibilità di crescita di un bambino. Inoltre, se come genitori cerchiamo di favorire queste pratiche (rendendo i bambini responsabili degli orari, della preparazione dello zaino per la piscina, così come della sistemazione delle cose al posto giusto), offriamo ai bambini codici di autostima e riconoscimento delle proprie capacità.

Andare oltre la paura

Andare a prendere il pane è più rischioso che andare in piscina. Di solito avviene più tardi, a un’età in cui si è in grado di affrontare parti meno definite di società, con spazi e tempi non protetti interamente da adulti conosciuti. La paura del genitore agisce allora contro l’autonomia del bambino: potrebbe non farcela e trovarsi ad affrontare alcune situazioni da solo, potrebbe spaventarsi, non sentirsi adatto al compito. 

Educare richiede di andare oltre la paura e avviare pratiche educative lente e progressive (mandare il bambino da un parente vicino o da un amico da solo, dandosi degli orari), richiede di “perdersi” con il bambino nella lettura della realtà circostante (i soldi, i prezzi, le azioni da fare alla cassa), garantendo che le cose avvengano per passaggi e non per traumi (provare la strada insieme e attivare le attenzioni utili), dando e costruendo fiducia.

Che forza hanno i nostri bambini! Ci impongono quotidianamente una pratica di autoeducazione, ci propongono una serenità basata sul crescere insieme, ci chiedono se vogliamo essere migliori e se vogliamo rischiare assieme.

E allora che fare? Chi andrà a prendere il pane? Quali domande ci poniamo e quali risposte ci diamo di fronte a questa “prima volta” che continuiamo a rimandare?

Beh, non abbiamo considerato che Luigi ci possa dire di no e che, magari, voglia addirittura dormire fuori casa…

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Articolo pubblicato il 10/01/2020 e aggiornato il 17/01/2020
Immagine in apertura monkeybusinessimages / iStock

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