Nativi digitali o distratti cronici? | UPPA.it

Generazione social: gli effetti della tecnologia su bambini e adolescenti

09.02.2016
- Daniele Novara,
pedagogista, Piacenza
Generazione social: gli effetti della tecnologia su bambini e adolescenti

Sull’universo della tecnologia digitale ognuno ha la propria opinione: tablet, smartphone, e-reader, lettori di musica, lavagne interattive, navigatori satellitari, videogiochi, videoschermi, connessioni veloci… si tratta di un mondo complesso, articolato, che evolve a velocità impressionante e, soprattutto, relativamente recente. Vent’anni fa non esistevano i cellulari e Internet era riservata ai militari; oggi da uno smartphone puoi essere in relazione con chiunque in ogni parte del globo, e reperire informazioni su qualsiasi cosa. Si tratta di una trasformazione epocale, di cui è difficile prevedere gli esiti e su cui è anche più difficile realizzare analisi accurate e approfondite. E così ognuno tende a sviluppare una propria opinione personale e a lasciarsi guidare dalla proposta più allettante, da chi grida più forte, da chi si propone meglio.

Quale strategia di fronte al digitale?

Chi scrive è un pedagogista e si occupa dei processi educativi legati all’apprendimento. Da questo punto di vista allora, di fronte a un fenomeno dilagante che tocca estremamente da vicino bambini e ragazzi, e soprattutto interviene sui processi di apprendimento, la mia domanda è: quale strategia educativa, che si fondi su analisi e dati scientifici e accurati e non su opinioni personali, occorre mettere in atto di fronte alla tecnologia digitale e a tutto ciò che ne è collegato? È chiaro che anch’io ho una mia opinione sull’argomento ma non è questo il punto. Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di ignorarla: il navigatore è uno strumento molto utile e interessante; la tecnologia applicata all’automobile è sempre più efficace e offre nuovi garanzie di sicurezza e rendimento. Ma, detto questo, il punto è: qual è l’età in cui, anche la macchina più controllata e automatica, può essere guidata? Quali sono le esigenze e le capacità psicoevolutive di un bambino, di un preadolescente ecc., che consentono l’accesso alla tecnologia senza il rischio di produrre danni o difficoltà di crescita e sviluppo? Perché questa è la vera questione educativa e, anche correndo il rischio di apparire arretrati agli occhi dei fautori dello sviluppo a ogni costo, chi si pone il problema della crescita dei bambini e dei ragazzi non può evitare di confrontarsi con l’argomento.

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Nella mia esperienza di consulente pedagogico osservo come queste questioni assillano i genitori: “Passa le sue giornate a digitare sul telefonino… lo lascio fare?”, “Mi stressa perché tutti i suoi compagni hanno i videogiochi e lui no… diventerà un escluso?”, “Va male a scuola… però è così bravo a smanettare sul computer!”, “Ha conosciuto un ragazzo in chat e vuole incontrarlo. Cosa devo fare?!?”, “Come posso proteggerla dai rischi della navigazione ora che ha in mano uno smartphone? D’altra parte ora va a scuola da sola, devo poterla contattare…”. Certo, non tutti gli adulti si pongono il problema. Ho osservato in pizzeria un padre e un figlio mangiare insieme immersi ciascuno nel proprio universo digitale (forse si parlavano via chat?!); ascolto madri che per stare un po’ tranquille, magari al computer, consegnano i figli a un tablet (“È l’unico momento in cui sta un po’ fermo!”); scopro di bambini che si trovano il pomeriggio a giocare insieme con i videogiochi (“Così almeno non litigano!”). La tecnologia cattura la nostra attenzione e ci disconnette dalla realtà, consente una fuga da ciò che è problematico e complesso.

Un corsa contro il tempo

Quanto è utile alla crescita dei nostri figli? Dobbiamo inoltre fare i conti con un’evoluzione vorticosa degli strumenti che, senza lasciarci il tempo di individuare strategie educative efficaci sulle questioni che ci assillavano solo pochi anni fa (quanta TV al giorno posso lasciargli guardare?) ci pone problematiche sempre nuove: avevamo appena finito di individuare il parental control più efficace per evitare che il nostro figlio undicenne navigasse in Internet senza controllo, che WhatsApp ha fatto capolino nelle nostre vite familiari spostando la questione dal personal computer al telefonino e sbaragliando filtri e controlli.

Esserci o non esserci?

Daniel Goleman nel suo libro Focus scrive:

“Nel 2006 nel lessico inglese è entrato il termine pizzled, una combinazione fra puzzled (perplesso) e pissed off (arrabbiato), per esprimere la sensazione provata quando la persona con cui ci si trova tira fuori il suo BlackBerry e inizia a parlare con qualcun altro. Qualche anno fa in una situazione del genere la gente si sentiva offesa e indignata. Oggi è diventata la norma. […] L’incapacità di concentrarsi su chi sta parlando e di resistere alla tentazione di controllare le email o Facebook ci porta a ciò che il sociologo Erving Goffman, un osservatore esperto delle interazioni sociali, ha definito come un esser via, un gesto che comunica all’altra persona che non siamo interessati a quello che sta accadendo qui e ora.”

D. Goleman, Focus. Come mantenersi concentrati nell’era della distrazione, BUR Rizzoli

Generazione Social

Nel 2000 i genitori che limitavano l’accesso alla rete ai figli fissando alcune regole per la navigazione erano l’89% mentre oggi sono il 67%, a fronte di un aumento esponenziale dei ragazzi (preadolescenti e adolescenti) che utilizzano internet tutti i giorni, passati dal 42% del 2008 all’attuale 81%. Gli ultimi due anni poi hanno poi assistito al boom dei social network e si è ormai conclusa la migrazione dal computer al telefonino: il 93% degli adolescenti intervistati (2107 studenti di terza media) dichiara di connettersi a internet dallo smartphone e fondamentalmente per utilizzare uno o più social. Ormai gli adolescenti, ma anche sempre più preadolescenti alla soglia delle scuole medie, attivano intense relazioni sociali, più o meno collegate alla vita reale, attraverso varie piattaforme digitali: il 75% del campione ha un profilo Facebook, sebbene ormai il social di Zuckerberg, solo un paio di anni fa meta agognata di molti, si sia trasformato in una sorta di vetrina rassicurante per quei genitori che credono di tenere sotto i controllo i figli grazie all’amicizia, spesso imposta.

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Nel frattempo intanto i ragazzi si sono organizzati diversamente: l’81% degli adolescenti è sbarcato su WhatsApp, che non è solo uno strumento di messaggistica, ma può essere utilizzato come un potente social e presenta rischi da non sottovalutare (come l’inserimento automatico in gruppi di chat, o la registrazione automatica, se non consapevolmente disattivata, delle immagini nella memoria del telefonino del ricevente: invii una tua foto a un paio di amici e questa in pochi minuti può essere girata a contatti imprevedibili); il 42% su Instagram, vetrina di immagini spesso ad alto tasso di esibizionismo; il 30% dei maschi e il 37% delle femmine è su ASK, in teoria un social pensato per condividere domande, ma in realtà uno spazio virtuale dove l’accesso è facilissimo e l’anonimato garantito, divenuto tristemente teatro di numerosi casi di cyberbullismo dagli esiti drammatici.

Dati tratti da: Società Italiana di Pediatria (SIP), “Generazione I like, sedicesima indagine nazionale sulle abitudini degli adolescenti italiani”, 2014.