Educazione

L’obbedienza non è una virtù

Senza spirito critico l'obbedienza non è una virtù: bisogna mettere in discussione le regole per scoprirne il vero valore sociale

di Paolo Roccato - Psicoanalista, Torino

L’obbedienza non è un valore assoluto, perché, per sua natura, può soffocare altri valori, quali la libertà, la creatività, la vitalità. Occorre creare degli equilibri adeguati fra i valori in contrasto, perché lo squilibrio fra valori crea sofferenza in se stessi e negli altri.

Quando nello squilibrio fra valori prevale l’obbedienza, bambini e ragazzi rischiano di diventare dei “soldatini” o degli “angioletti”: obbedienti, ma spenti. Spesso, nelle passate generazioni, proprio quello era il destino dei “bravi ragazzi di buona famiglia e bene educati”. Quando invece lo squilibrio è a scapito dell’obbedienza alle regole, bambini e ragazzi rischiano di diventare prima di tutto insopportabili, ma poi anche incapaci di portare a compimento i loro progetti, il che è ancora più grave.

Ma come si può fare a creare degli equilibri adeguati fra i valori in gioco? A ben guardare, scopo delle regole è proprio quello di indirizzare verso la creazione di determinati equilibri fra valori in contrasto.

Le regole sono importanti…

…ma lo spirito critico lo è ancora di più, perché ci permette di valutare anche la validità delle regole, nonché la validità degli equilibri fra valori cui mirano le stesse regole.

Nuovi equilibri, più adeguati ai soggetti in gioco (a tutti i soggetti in gioco), possono scaturire dall’incontro fra rigore nel rispetto delle regole e rigore nel rispetto del proprio spirito critico. C’è grande differenza fra l’obbedienza cieca alle regole e l’obbedienza illuminata dallo spirito critico: l’una è stupida e non evolutiva; l’altra è intelligente e altamente evolutiva.

Bisogna, quindi, educare bambini e ragazzi sì, a ubbidire alle regole, ma anche al coraggio di attivare e coltivare sistematicamente il proprio spirito critico. Lo spirito critico ci aiuta anche a orientarci fra regole di differente peso: quelle cui si deve sempre ubbidire («Non rubare»); quelle cui si può ubbidire («Saluta quando incontri qualcuno»); quelle cui si deve non ubbidire (tipo, le leggi razziali).

Attivando lo spirito critico si potranno evitare, inoltre, due pericoli: quello della “Soluzione Burocratica” delle contraddizioni fra valori («Faccio diligentemente, passo passo, quanto mi hanno ordinato, senza chiedermi il senso di quello che faccio e di quello che non faccio»), che svuota e soffoca lo spirito delle leggi; e quello della “Soluzione Ossessiva”, che, nei meandri dei cavilli, perde il senso di ciò di cui si occupa.

L’obbedienza non è un valore in sé

Obbedienza alle leggi e spirito critico sono entrambi necessari per creare l’equilibrio che caratterizza sia le persone mature sia gli aggregati sociali umani maturi. Lo spirito critico si attiva anche nei bambini, pur in un insieme complesso di bisogni di dipendenza e di scoperta del proprio Sé.

Bisogna prima di tutto fare attenzione a non confondere l’educazione con il soffocare sul nascere lo spirito critico. È necessario, quindi, cercare di educare i bambini e i ragazzi sia al riconoscimento delle regole e al rispetto di esse, sia alla libertà della critica non soltanto delle regole ma soprattutto delle ideologie che stanno alla base delle regole, soprattutto se ingiuste, inadeguate o dannose. Ma anche di quelle giuste, adeguate, utili, necessarie, perché così si possono cogliere i valori che le leggi e le regole cercano di veicolare nella realtà sociale.

Lo spirito critico ci guida anche nel valutare se le eccezioni alla regola sono ammissibili perché sensate e giustamente motivate, o inammissibili perché pretestuose o infondate. È lo spirito critico quello che evidenzia come, in democrazia, alla base delle regole e delle leggi giuste si pone l’empatia, cioè il mettersi nei panni degli altri. Di tutti gli altri, senza privilegi.

L’obbedienza acritica può essere una pessima cosa…

Hannah Arendt, nel libro La banalità del male, pubblicato per la prima volta nel 1963, mostra come i terribili crimini nazisti siano stati realizzati non per particolare malvagità di chi li compiva, ma per uno spirito di obbedienza acritica agli ordini ricevuti.

L’obbedienza, soprattutto se è considerata una qualità positiva fondamentale nella cultura d’appartenenza, può indurre le persone a non accorgersi delle conseguenze del proprio operare. In certi ambienti, obbedienza, umiltà, rassegnazione e tolleranza vengono esaltate tutte insieme come virtù, senza che siano adeguatamente valutate tutte le conseguenze di questi atteggiamenti mentali e relazionali.

Ogni atteggiamento, per essere valutato, deve essere contestualizzato. Ciò che è bene in un contesto può essere dannoso in un altro e decisamente un male in un altro ancora. Per esempio: lo spirito competitivo è una cosa buona fra due squadre che giocano al calcio; può essere dannoso fra i giocatori della stessa squadra; ma è decisamente un male se si attiva fra partner che stanno coltivando una relazione amorosa.

Paolo Roccato

Psicoanalista, Torino

Nato in provincia di Verona nel 1944, vive a Torino dal 1964. Medico, Psicoanalista Associato alla Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e all’International Psychoanalytical Association (IPA).  È stato docente e supervisore di casi clinici alla Scuola di Psicologia della Salute dell’Università di Torino, alla Scuola di Psicologia Psicoanalitica (Sezione Bambini e Adolescenti) di Torino, e  in altre scuole: per Assistenti Sociali, Infermieri, Operatori Sanitari e Infermieri Psichiatrici. Ha tenuto seminari teorici e clinici per insegnanti di scuole materne, elementari, medie e superiori e per operatori.
Ama moltissimo la montagna, la bicicletta, la poesia e i risotti.