Bambini e sport agonistico

Franco Panizon, pediatra e docente

Il desiderio di farsi valere, di primeggiare, è proprio un desiderio naturale? Crediamo proprio di sì. Il desiderio, anzi il bisogno di assumere un ruolo all’interno della società, spinge tutti gli animali del branco al confronto e alla scelta delle qualità idonee ad assumere un ruolo adatto nella società degli eguali. Adatto non vuol dire necessariamente al di sopra degli altri; anzi possiamo dire che nella nostra società non esiste un al di sopra assoluto: c’è una quantità sufficiente di ruoli per consentire, forse non a tutti, ma in linea di principio sì, una vita che abbia un senso.

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La spinta è comunque a farsi valere e l’agonismo è la base del confronto: è insopprimibile, ma va conosciuto, controllato, anche sublimato. Anche dalle sconfitte si impara, le sconfitte danno la misura di se stessi; ma sconfitta e vittoria hanno, come presupposto necessario, l’impegno e il confronto. Il bambino impara a confrontarsi col gioco; lo sport è un gioco ritualizzato. Come sempre, può succedere che la spinta agonistica esasperi l’impegno del ragazzo, fino a spingerlo alla depressione, all’isolamento, all’abbandono, se l’ambizione e il suo contrario, la frustrazione, sono troppo duri da sostenere.

Lo sport di squadra risparmia un poco (ma solo un poco, c’è sempre il bisogno di un riconoscimento, di un posto in campo, di non restare troppo in panchina) da queste rotture di equilibrio. I genitori devono accettare ma non esasperare l’agonismo; se fanno i tifosi, lo devono fare con allegria, e devono saper sostenere e guidare il bambino nelle difficoltà che dall’agonismo, dal successo e dall’insuccesso derivano, non diversamente da quanto fanno per le difficoltà scolastiche. Nello sport, come nella scuola, come nella vita, l’equilibrio è indispensabile, ai vincenti come ai perdenti.

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Articolo pubblicato il 24/06/2013 e aggiornato il 30/10/2019
Immagine in apertura sergeyryzhov / iStock / Getty Images Plus

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