Come l’arcobaleno rende visibili i diversi colori che compongono la luce bianca, allo stesso modo la lente della neurodiversità ci aiuta a riconoscere le molte differenze che caratterizzano ogni cervello umano. Non crea nuove categorie, ma mette in evidenza una varietà biologica che esiste da sempre: modi diversi di percepire, pensare e relazionarsi che rappresentano espressioni naturali e preziose della stessa umanità. E tutti di eguale valore.
Quando parliamo di neurodiversità, infatti, ci riferiamo all’ampia gamma di eterogeneità neurobiologica che caratterizza il cervello umano e il suo funzionamento, nessuno escluso.
Il concetto prende forma all’interno di un ampio movimento sociale di fine anni ’90, volto a rivendicare l’innata diversità dei cervelli umani, restituendone l’appartenenza allo stesso insieme. La sua definizione viene sviluppata collettivamente da persone neurodivergenti, e il termine si concretizza e diffonde nella sua forma attuale grazie agli scritti della sociologa Judy Singer e del giornalista Harvey Blume. Come la biodiversità è importante per la sopravvivenza delle specie, allo stesso modo la neurodiversità è un fatto biologico da convalidare.
A un primo approccio, il tema della neurodiversità può risultare poco comprensibile, per l’ambizioso cambio di prospettiva che propone. Cerchiamo quindi di fare chiarezza, lasciando da parte le differenze tra la visione sociale, politica e medica, e mettendo al centro del nostro discorso un solo protagonista: l’essere umano.
Per citare le parole di E. Marocchini, psicolinguista e ricercatrice italiana che ha approfondito e scritto sul tema, neurodivergente non vuol dire (quasi) niente. Il termine neurodivergente sta a indicare un cervello che si discosta dal funzionamento medio, detto “normotipico”.
Tuttavia, non nasce con l’intento di sottolineare una differenza negativa, una linea di demarcazione tra un funzionamento corretto e uno sbagliato, ma come frutto di un processo di riappropriazione identitaria. Neurodivergente viene usato per indicare qualsiasi persona che funzioni in maniera differente dalla norma neurobiologica.
Coniato da Kassiane Asasumasu, attivista autistica, questo termine non dà indicazioni specifiche sul modo di funzionare, non è sinonimo di deficit o difficoltà, bensì semplicemente di differenza, e per questo il suo corretto uso assume potenza politica e sociale, trasformandolo in strumento di integrazione.
Definire un bambino neurodivergente equivale quindi a indicare una sua caratteristica intrinseca, un attributo individuale come il colore dei capelli o degli occhi. Non è un termine che implica una patologia, quanto piuttosto un differente funzionamento neuropsicologico.
Allo stesso modo, il termine “normotipico” non indica una superiorità o inferiorità, ma semplicemente descrive una media statistica, e ci ricorda che “normalità” è solo una delle tante modalità di funzionamento del nostro cervello.
Il paradigma della neurodiversità non nega che le persone neurodivergenti abbiano spesso necessità di un supporto, ma amplia la visuale includendo anche i normotipici in quelle popolazioni che potrebbero averne necessità, poiché ogni essere umano porta con sé punti di forza ma anche punti di debolezza, che possono anche modificarsi nel corso dello sviluppo e variare nel tempo. Sostiene, inoltre, la possibilità di interventi medici e sanitari, a condizione che ogni individuo abbia l’opportunità di autodeterminarsi, adattando di volta in volta i target terapetutici ai propri bisogni.
Tuttavia, essere neurodivergente in un mondo costruito sulle caratteristiche di un funzionamento neurotipico, può creare delle difficoltà di adattamento. In questa prospettiva, anche il contesto in cui si vive assume un ruolo rilevante.
Il modello sociale della disabilità sostiene infatti che la disabilità non risiede nell’individuo ma nelle barriere ambientali, culturali e organizzative che ne limitano la partecipazione. Ad esempio, un ambiente di lavoro rumoroso può essere disabilitante per una persona con elevata sensibilità sensoriale.
Non si tratta solo di “includere” chi ha un funzionamento differente rispetto la media, ma di pensare luoghi, ambienti e regole che permettano la convivenza delle differenze.
Rientrano tra le neurodivergenze i disturbi del neurosviluppo, che presentano un esordio in età evolutiva e delineano una condizione stabile nel funzionamento del cervello. Tuttavia, nel concetto di neurodivergenza possono essere incluse anche condizioni sopraggiunte in un secondo momento, che possono portare il cervello a funzionare in modo differente rispetto alla “norma” statistica.
Tra i disturbi del neurosviluppo, il Disturbo dello Spettro Autistico è probabilmente il più conosciuto. Caratterizzato da differenze nella comunicazione o interazione sociale, nella flessibilità comportamentale, con interessi spesso intensi e specifici. Il termine “spettro” indica la sua estrema eterogeneità: l’autismo si manifesta in modi molto diversi da persona a persona, con livelli variabili di supporto necessario. Le difficoltà emergono soprattutto quando l’ambiente non è adattato alle caratteristiche sensoriali, comunicative e cognitive della persona o quando sono presenti altre co-occorrenze psichiatriche.
Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) si contraddistingue per l’elevata impulsività e una differente modalità di gestione dei tempi attentivi, con presenza talvolta di iperattività motoria o cognitiva. Un diverso funzionamento dei sistemi cerebrali coinvolti nell’autoregolazione e nelle funzioni esecutive che spesso viene travisato come “mancanza di volontà” o pigrizia, soprattutto durante l’infanzia o l’adolescenza.
I Disturbi Specifici dell’Apprendimento riguardano difficoltà circoscritte in specifiche abilità scolastiche, non legate alle opportunità educative. Distinguiamo:
Le difficoltà nella lettura e scrittura persistono dopo la seconda classe elementare, quelli di calcolo dopo la terza, e possono quindi rendere faticoso lo studio, riducendo la motivazione soprattutto in contesti educativi standardizzati che privilegiano un unico stile di apprendimento.
Ma si parla di neurodivergenza e di necessità di supporto per l’adattamento al contesto scolastico anche nel caso della Plusdotazione – Alto Potenziale Cognitivo, ovvero di abilità cognitive significativamente superiori alla media normotipica, e associate a un quoziente intellettivo elevato. Il funzionamento cognitivo viene spesso accompagnato da caratteristiche quali rapidità di apprendimento, curiosità intellettuale e sensibilità emotiva. Sebbene non si tratti di un deficit rispetto alla norma, l’interazione tra caratteristiche individuali e ambiente può risultare sfavorevole: anche l’alto potenziale richiede contesti educativi adeguati e stimolanti.
Riconoscere i segnali di neurodivergenza significa prima di tutto conoscere e osservare i propri figli, cogliendone non solo le difficoltà rispetto ai coetanei, ma anche i punti di forza e le loro peculiari caratteristiche. Indicatori orientativi del percorso di crescita sono certamente le abilità motorie, linguistiche, cognitive e sociali che i bambini acquisiscono tipicamente entro determinate fasce d’età. A tal proposito va sottolineato che ogni individuo segue un ritmo di crescita proprio e caratteristico, ma quando alcune differenze sono persistenti, marcate e incidono sul funzionamento quotidiano, può essere utile parlarne con il pediatra o il medico di riferimento, per valutare l’opportunità di un approfondimento neuropsichiatrico.
In età pediatrica, sul piano motorio possono emergere ritardi nella deambulazione, goffaggine marcata o, al contrario, competenze precoci ma poco coordinate. A livello linguistico si possono notare un avvio tardivo del linguaggio, difficoltà nella comprensione o modalità comunicative atipiche, così come linguaggio molto forbito con utilizzo di termini non di uso comune per l’età. Nello sviluppo relazionale-sociale, segnali come scarso contatto oculare, limitata risposta al nome o difficoltà nel gioco condiviso possono indicare uno sviluppo relazionale differente. Anche il profilo cognitivo può risultare disomogeneo: abilità sorprendenti in alcuni ambiti accanto a fragilità specifiche in altri possono essere evidenti anche nella vita di tutti i giorni.
Durante l’adolescenza, le richieste scolastiche e sociali diventano più complesse e alcune caratteristiche possono rendersi maggiormente evidenti. Possono comparire difficoltà nell’organizzazione dello studio, marcata impulsività, fatica a interpretare le dinamiche tra pari, iperfocalizzazione su interessi specifici o una forte sensibilità sensoriale. Talvolta nei ragazzi può manifestarsi un senso di inadeguatezza legato al percepirsi “diversi”, soprattutto quando l’ambiente non riconosce o non valorizza le differenze individuali.
Negli adulti, molte persone arrivano a interrogarsi sul proprio funzionamento solo dopo anni di faticosi tentativi di adattamento. Possono comparire difficoltà nell’organizzazione lavorativa o nella regolazione emotiva, periodi di grande produttività alternati a momenti di blocco o sovraccarico. Alcuni riferiscono la sensazione di “mascherare” costantemente il proprio modo di essere per conformarsi alle aspettative sociali. In questi casi, riconoscere un profilo neurodivergente può offrire una chiave di rilettura meno colpevolizzante della propria storia.
Esistono anche segnali trasversali, comuni a diverse età: una elaborazione sensoriale intensa o atipica, difficoltà nella regolazione dell’attenzione o delle emozioni, un forte bisogno di routine o, al contrario, una costante ricerca di stimoli.
È importante ricordare che la presenza di questi elementi sopra elencati non equivale a una diagnosi. Tuttavia, una lettura attenta e non giudicante delle differenti modalità di funzionamento può favorire interventi di supporto tempestivi.
Anche in ambito scolastico, il concetto di neurodiversità ci permette di ribaltare la prospettiva. L’obiettivo educativo non è “normalizzare” il funzionamento dell’alunno, bensì creare un contesto accogliente, capace di valorizzare le differenze e ridurre le barriere per l’apprendimento e la partecipazione. Parlare di neurodivergenza a scuola significa riconoscere che non tutti gli studenti apprendono, pensano e regolano le emozioni nello stesso modo. Condizioni del neurosviluppo come il Disturbo dello Spettro Autistico, l’ADHD e i DSA rappresentano modalità differenti di funzionamento cognitivo e comportamentale, non “difficoltà” da correggere.
Quando la scuola, al contrario, utilizza modalità di apprendimento fondate su logiche competitive, rischia di creare un clima limitante, che accresce i livelli d’ansia negli alunni e penalizza il benessere psicologico degli studenti, trascurando le competenze sociali e relazionali. Ciò appare in contrasto con le Raccomandazioni del Parlamento Europeo (2006; aggiornamento 2018), che attribuiscono alla scuola il compito di promuovere, accanto alle competenze linguistiche e logico-matematiche, anche competenze sociali e civiche.
In generale, una didattica flessibile, che alterni momenti frontali ad attività pratiche e collaborative, consente di intercettare diversi stili di apprendimento e di promuovere competenze sia cognitive sia socio-relazionali.
Tra le metodologie maggiormente efficaci in tal senso vi è il Cooperative Learning, che non coincide semplicemente con il lavoro di gruppo, ma si fonda su principi quali: interdipendenza positiva, responsabilità, interazione faccia a faccia, sviluppo delle competenze sociali, riflessione sul lavoro svolto e valutazione sia individuale sia di gruppo. In questa prospettiva, la classe diventa una comunità che collabora per un obiettivo comune. Esistono anche un Cooperative Learning informale, fatto di attività brevi e flessibili – discussioni a coppie, brainstorming, presa di appunti condivisa, auto ed eterovalutazione – che rappresentano un ponte tra didattica tradizionale e apprendimento cooperativo.
Un’altra metodologia rilevante è la Peer Education, particolarmente diffusa negli interventi di prevenzione dei comportamenti a rischio. Si fonda sulla valorizzazione dei pari come mediatori relazionali, capaci di promuovere life skills e partecipazione attiva. Il peer educator non è un esperto disciplinare, ma un facilitatore che opera all’interno del gruppo classe. In modo analogo, il tutoraggio tra pari è una strategia didattica in cui uno studente, sotto la supervisione dell’insegnante, aiuta uno o più compagni ad apprendere un’abilità o un concetto già acquisito. Non sostituisce l’insegnamento diretto del docente, ma lo integra, rafforzando collaborazione e fiducia reciproca. Perché funzioni, è importante che non siano coinvolti solo gli studenti con rendimento più alto: ciascuno deve poter mettere a disposizione un talento o una competenza. Questo favorisce non solo il senso di autoefficacia e l’autostima individuale, ma anche la capacità del gruppo di riconoscere il valore di ogni componente, alimentando fiducia e corresponsabilità. Le ricerche mostrano che questo approccio può avere ricadute positive sul piano accademico, sociale e comportamentale.
Supportare l’apprendimento, dunque, non significa uniformare, ma costruire un ambiente capace di adattarsi alle differenze. È fondamentale conoscere le caratteristiche di ciascun allievo: ogni studente presenta punti di forza, fragilità, specificità sensoriali e stili cognitivi peculiari; ma non solo questo. Ogni bambino porta con sé aspettative, sogni, preferenze da poter esprimere liberamente senza il timore di ricevere giudizi. Alcuni necessitano di maggiore strutturazione ambientale, altri di pause frequenti, altri ancora di supporti visivi, tempi distesi o di una rimodulazione degli stimoli sensoriali. Per molti studenti neurodivergenti, la creazione di routine chiare, consegne esplicite, anticipazione dei cambiamenti e suddivisione dei compiti in passaggi più piccoli contribuisce a ridurre l’ansia e a migliorare la collaborazione.
L’osservazione e il dialogo con la famiglia e con eventuali specialisti consentono di progettare interventi realmente personalizzati. Strumenti come il Piano Educativo Individualizzato (PEI) e il Piano Didattico Personalizzato (PDP) costituiscono cornici operative fondamentali. Attraverso strumenti compensativi, misure dispensative e modalità di verifica adattate si garantisce equità valutativa: l’obiettivo non è abbassare le aspettative, ma rimuovere gli ostacoli che impediscono allo studente di esprimere le proprie competenze.
Progettare una valutazione inclusiva dei propri alunni, infatti, presuppone l’esistenza di un gruppo di allievi migliori e un’apparente apertura che concede accesso a coloro meno bravi, purché si conformino a criteri e modalità considerati accettabili.
Prevedere una valutazione giusta, invece, significa considerare il percorso, l’impegno e il progresso, oltre al risultato finale. Può implicare l’utilizzo di prove orali, tempi aggiuntivi o rubriche valutative trasparenti. La valutazione assume così una funzione formativa, non esclusivamente selettiva.
Al centro di tutto rimane la relazione educativa. La qualità del rapporto docente-studente incide profondamente su motivazione, autostima e senso di autoefficacia. Un clima di classe accogliente, in cui le differenze siano riconosciute come risorsa piuttosto che problema, mitiga l’isolamento sociale e promuove il benessere emotivo.
Sostenere la rivoluzione della neurodivergenza richiede dunque uno sguardo flessibile, sistemico-sociale e centrato sulla persona. Significa ripensare non solo le strategie didattiche, ma anche al nostro modo di pensare nel suo complesso, affinché la società diventi realmente un contesto di partecipazione e pari opportunità, in cui poter crescere valorizzando le proprie peculiarità e differenze.