Le città non sono “a misura di bambino”, i piccoli borghi spesso sì

Bambine e bambini hanno sempre più difficoltà a muoversi liberamente in città, sia per la mancanza di spazi adatti sia per l’iperprotettività dei genitori. In presenza di un adeguato sostegno politico, i paesi delle aree interne rappresenterebbero una valida alternativa per molte famiglie

Valerio Mammone , giornalista e direttore di ScuolaZoo

A Natale i miei bambini hanno inventato un gioco. Si chiama “Rialzo” ed è una sorta di acchiapparella in cui, per mettersi in salvo dall’inseguitore, bisogna salire su qualcosa: un gradino, un muretto, una panchina.

“Rialzo” ci ha accompagnati per tutte le vacanze, anche perché il luogo in cui le abbiamo trascorse si prestava particolarmente alle regole del gioco: eravamo a Morcone, borgo immerso nelle colline del Sannio in cui mia moglie ha vissuto la sua infanzia e adolescenza fino ai 18 anni.

Come molti piccoli borghi, Morcone è attraversato da strade strette rivestite in pietra, affiancate da case basse e pittoresche che in certi punti si interrompono aprendo uno scorcio sulle colline antistanti. D’inverno, nel tardo pomeriggio, l’aria è pungente e pulita, il silenzio è interrotto soltanto dalle grida dei bambini e dal chiacchiericcio dei pochi bar che restano aperti fino a tardi. Di macchine se ne vedono poche, pochissime, e così salite e discese, strade e vicoli, piccoli spiazzi, muretti e fontane si trasformano in una perfetta area gioco all’aperto, in cui i bambini possono correre, saltare, testare il proprio equilibrio senza correre il rischio di essere improvvisamente investiti da un’auto o da un monopattino elettrico. 

I bambini si muovono di meno

Mentre guardavo i miei bambini fare salti spericolati e corse sfrenate ho ripensato a una conversazione che ho avuto l’estate scorsa con Matteo Artina, preparatore atletico personale della sciatrice Sofia Goggia e della Nazionale italiana di snowboard, allenatore di pesistica olimpica e coordinatore italiano del Red Bull Athlete Performance Center.

Artina mi ha raccontato che oggi nel mondo dello sport, anche ai livelli più alti, gli atleti più giovani hanno spesso un “vocabolario motorio” ridotto rispetto agli atleti delle generazioni precedenti, tanto che bisogna insegnare loro a saltare e a correre in modo corretto, competenze che in passato venivano date per scontate.

Le cause di questa involuzione fisica sono molte, ma credo non sia difficile individuarne alcune: sempre più persone vivono in città e le città, come è noto, non sono luoghi particolarmente ospitali per i bambini. Fra il tempo pieno a scuola e le attività extrascolastiche, i momenti dedicati al gioco libero all’aperto sono compressi, spesso inesistenti e, anche quando si presenta l’occasione, l’ansia dei genitori blocca ogni tentativo di sperimentazione.

I bambini più fortunati fanno un’ora di educazione motoria a scuola e 2-3 sessioni di sport a settimana, per un totale di 3 o 4 ore settimanali in cui il corpo apprende i movimenti propri di una specifica disciplina. Tutto, anche il movimento, è rigidamente incasellato nelle tabelle excel che scandiscono le vite di molte famiglie.

Cosa succede alle aree interne

A Morcone, complice il clima vacanziero, ho provato un po’ di dispiacere al pensiero che di lì a qualche giorno avremmo lasciato il paese e i giochi all’aperto per tornare alle nostre routine cittadine, ma anche profondo rammarico nel constatare che tanti piccoli centri “a misura di bambino” sono ormai da anni in costante declino a causa di una serie di criticità tra loro strettamente connesse: lo spopolamento, frutto della bassa natalità, dell’invecchiamento della popolazione residente e dell’emigrazione dei giovani verso le città in cerca di occupazione, la carenza di infrastrutture e servizi essenziali, la mancanza di opportunità lavorative stabili.

In un Paese come il nostro, che ha nei suoi “mille campanili” e nelle comunità locali una componente centrale della propria ossatura democratica, veder morire questi centri significa assistere alla scomparsa di un pezzo fondamentale della nostra storia.

Nel lessico delle politiche pubbliche, questi “luoghi a misura di bambino” hanno un nome tecnico: si chiamano “aree interne”. Ne fanno parte quattromila comuni intermedi, periferici e ultraperiferici — che sono quelli più distanti dai poli di offerta di servizi —, in cui vivono circa 13 milioni di persone, poco meno di un quarto della popolazione: un’Italia vastissima per superficie, ma fragile per densità e prospettive.

Dal 2014, i Governi che si sono susseguiti hanno varato e lavorato a una Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) con l’obiettivo di stimolare la crescita demografica di questi comuni attraverso un miglioramento dei servizi e un aumento delle opportunità lavorative.

Malgrado siano stati allocati e in parte spesi oltre 500 milioni di euro, la strategia finora non ha dato i risultati attesi, anzi: secondo un parere del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro una quota di comuni delle aree interne non ha alcuna speranza di ripresa demografica e ha pertanto «bisogno di un piano mirato [per un] percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita».

Questa frase ha indotto studiosi, associazioni e giornalisti a parlare di «eutanasia dei piccoli comuni» e ad accusare il governo di voler polarizzare lo scontro fra città e campagna e penalizzare proprio quei territori dove «ci sarebbero opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie rinnovabili, coesione sociale» (Gabriele Busti, Il Fatto Quotidiano).  

Un futuro migliore?

Leggendo i documenti ufficiali ho notato con stupore che il lavoro da remoto non viene mai menzionato come asse strategico per la ripresa demografica delle aree interne, sebbene a causa della (o grazie alla) pandemia sia diventato chiaro come molte mansioni possano essere svolte senza andare in ufficio.

Secondo l’Istituto Nazionale per le Analisi delle Politiche Pubbliche, il 40% degli occupati in Italia potrebbe lavorare a distanza. Parliamo di quasi 10 milioni di lavoratori, che vivono in molti casi lontani dai luoghi di origine e si scontrano quotidianamente con la mancanza di una rete di supporto e con i costi sempre più folli delle città.

Quante di queste persone potrebbero tornare a popolare i nostri borghi? Io, nel mio piccolo, ne conosco tante: amici stanchi di affitti impossibili e nonni lontani, genitori che sognano per i figli una strada senza automobili, monopattini elettrici e inquinamento. E cosa c’è di meglio di una famiglia con bambini per riportare vita in quei piccoli comuni che per molti sono già casa?

Articolo pubblicato il 24/04/2026 e aggiornato il 28/04/2026
Immagine in apertura Daniele Simonelli

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