Cosa ha a che fare il babywearing con le coliche? | UPPA.it

Cosa ha a che fare il babywearing con le coliche?

Riduzione delle coliche e miglior sincronizzazione motoria sono tra i benefici apportati dal contatto con il corpo dei genitori nei primi mesi di vita

Cosa ha a che fare il babywearing con le coliche?

Pubblichiamo una lettera di Costantino Panza, pediatra e neonatologo, da anni collaboratore di UPPA, al nostro direttore Sergio Conti Nibali, su tutti i benefici derivanti dal tenere i lattanti “in prossimità”, ossia a contatto con la propria pelle, in braccio o in fascia.

Caro direttore,
ho letto l’articolo che invita a praticare il babywearing e a lasciare da parte carrozzine e passeggini, e mi sono rituffato a pensare a come trasportavamo i nostri figli vent’anni fa, quando le fasce e i marsupi erano visti come oggetti da appendere in un museo etnografico. Poi ho iniziato a studiare il pianto del lattante e le modalità di accudimento dei bambini presso i popoli, e desidero raccontarti quello che ho appreso e che mi ha sorpreso.

Tutti sappiamo che i bambini piangono, qualcuno anche molto, nei primi tre mesi di vita. Questo pianto che può durare anche alcune ore in una giornata, ed è spesso inconsolabile, è chiamato tradizionalmente «colica del lattante». Ora, io non sono d’accordo né sul fatto che pianga, secondo me urla o gorgheggia, e nemmeno sul fatto che sia una colica, e in effetti a oggi non sono presenti prove scientifiche che attestino che tutti i bambini del mondo abbiano nei primi mesi di vita una malattia dell’intestino che li fa piangere. Questi bambini che si mettono a “ululare”, solitamente verso sera, sono, come tu ben sai, difficili da calmare. Ci si prova con l’osteopatia, con i massaggi, con i probiotici, con le tisane o le medicine (ahimè) senza apprezzabili risultati se non che il problema del pianto si risolve spontaneamente al terzo o quarto mese, qualsiasi cura medica si proponga.

Nelle popolazioni “antiche”, ossia quelle popolazioni che usano tenere fasciato il bambino all’adulto, e non in carrozzina, durante il giorno, le coliche del neonato, pur essendo presenti, sono di più breve durata e molto meno importanti. I ricercatori hanno studiato questo comportamento mettendo a confronto un gruppo di lattanti, chiedendo ai genitori di tenerli spesso in braccio o in fascia (i dottori dicono “in prossimità”, ovvero di praticare le cure prossimali), con un gruppo di lattanti allevati all’europea, ossia lasciandoli dormire di giorno in carrozzina o nel lettino da soli, in modo da allevarli a una sorta di autonomia. Se tenuti in prossimità per circa otto ore al giorno, i lattanti piangevano molto di meno rispetto al gruppo allevato con pochi contatti pelle a pelle. Quindi, la cura delle coliche serali può avvenire efficacemente tenendo il cucciolo in fascia durante le ore diurne, anche quando dorme: è bene che una neomamma lo sappia.

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Quando mamma gatta deve spostare il gattino perché si è messo in pericolo oppure perché è necessario trasportarlo da un luogo all’altro, lo afferra per la collottola con la bocca: il cucciolo rimane completamente immobile, quasi addormentato. Questo sorprendente comportamento è presente in molte specie di mammiferi. Succede anche per i cuccioli d’uomo? I ricercatori hanno studiato anche questo e, sì, capita anche ai nostri cuccioli. La mamma però non li morde sulla nuca ma li tiene in braccio verticalmente, petto contro petto, e cammina facendo una lunga passeggiata. È dimostrato che in questo modo il cucciolo d’uomo, se agitato, si rilassa e si calma. Se la mamma interrompe la passeggiata, il bimbo “si risveglia” e riprende a piangere o agitarsi. Non è questo un altro buon motivo per utilizzare la fascia?

Mi sono chiesto se tenendo i bambini in fascia per tanto tempo non si provocassero deformazioni alle ossa o alla colonna vertebrale, oppure se non si rallentasse lo sviluppo motorio.
Andiamo per ordine: le deformazioni alla colonna vertebrale non sono mai state descritte da nessuno studio scientifico, e la controprova sono le migliaia di bambini allevati in fascia per i primi 2-3 anni di vita in popolazioni dove abitualmente è questo il modello di cure genitoriali: tutti questi bambini non soffrono di disturbi alla schiena. Per le deformazioni delle altre ossa l’avvertimento è di non fasciare le gambe strette strette, come si faceva da noi fino a cinquant’anni fa nella speranza che il bambino crescesse con le gambe dritte. Pertanto, quando teniamo o trasportiamo un bimbo in fascia dobbiamo avere l’avvertenza di lasciare liberi e possibilmente divaricati gli arti inferiori. Invece, lasciare sdraiato il bambino per tanto tempo in culla o nell’infant sit può facilitare una deformazione delle ossa della scatola cranica, un evento chiamato dai dottori plagiocefalia posizionale.

Tenere un bambino piccolo sempre fasciato al proprio corpo, però, forse non gli permette di fare quelle esperienze motorie utili per apprendere i movimenti? La risposta a questa domanda me l’ha offerta un gruppo di antropologi che sono andati per alcuni anni a osservare una delle più antiche popolazioni del nostro pianeta, i !Kung, i quali abitano nelle savane dell’Africa centrale. Le mamme !Kung trasportano i loro cuccioli tramite il Baby sling, stoffe o reti che si indossano e contengono il bambino posteriormente, con il petto a contatto con la schiena della mamma. Il volto del bambino è a livello della spalla del genitore, ossia può guardare quello che osservano mamma e papà, in una simile prospettiva. In più, con le mani può giocare con le collane colorate indossate dalla mamma. Fino all’età di 2-3 anni i bambini sono trasportati in questo modo per distanze di 10-15 km, percorse tutti i giorni alla ricerca di cibo; poi, quando sono più grandicelli, si distaccano dai genitori rimanendo nell’accampamento insieme a tutti gli altri bambini. Gli antropologi che li hanno osservati hanno potuto constatare che i bambini !Kung imparano a stare seduti alcune settimane prima dei bambini allevati con il modello occidentale, imparano ad alzarsi autonomamente tutti molto prima dell’anno di età, e hanno una camminata matura, ossia presentano i movimenti sincronizzati degli arti superiori e inferiori ben prima dei due anni di età, capacità che praticamente non è ancora presente nei nostri bambini. Insomma, portare il bambino in fascia, in realtà, è un’esperienza preziosa perché il piccolo si possa esercitare nell’equilibrio e per sincronizzarsi con i movimenti del genitore.

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Un’ultima riflessione: camminare, cantare, danzare insieme sono tutte cose che favoriscono i legami interpersonali e stimolano un comportamento di cooperazione o di aiuto tra le persone che hanno fatto esperienze. Questi comportamenti, chiamati dagli psicologi “prosociali”, perché stimolano la socialità tra gli appartenenti a una comunità, hanno come base comune l’impegnarsi in attività che richiedono la sincronizzazione, ossia la capacità di coordinarsi nei movimenti rispettando gli stessi tempi o ritmi.
Sono stati pubblicati recentemente alcuni studi che hanno rilevato come bambini di poco più di un anno di età, dopo aver fatto attività di sincronizzazione, danzando in fascia con altri adulti, si disponevano più volentieri ad attività di aiuto o cooperazione verso gli adulti con cui avevano dapprima fatto queste esperienze. Mi chiedo, allora, quale migliore esperienza di sincronizzazione ci può essere, se non trasportare il proprio bimbo in fascia? Non ti sembrano, caro direttore, motivi sufficienti per affermare che il cucciolo d’uomo va trasportato per mezzo del nostro corpo mentre nel passeggino possiamo trasportare la spesa o gli utensili di uso quotidiano?

Immagine per l'autore: Costantino Panza

Costantino Panza, comasco di nascita, ha studiato a Parma, dove si Laurea in Medicina e si specializza in Pediatria, e successivamente in Neonatologia e Patologia neonatale. È autore di oltre 70 pubblicazioni scientifiche italiane e internazionali peer-reviewed, e collabora con UPPA da diversi anni con articoli di divulgazione pediatrica.

Pubblicato il 22.12.2017 e aggiornato il 21.06.2018
Immagine in apertura andreonegin / Getty Images