Primi passi: quando impara a camminare il bambino?

L’attesa di vedere i primi passi deve tener conto del fatto che ogni bambino risponde a un proprio e personalissimo calendario di sviluppo. Non deve perciò trasformarsi in impazienza, col conseguente rischio di volere anticipare, favorire o accelerare questa fisiologica acquisizione di sviluppo

Ilaria Sanzarello, ortopedico
Bambino effettua i suoi primi passi

Assistere ai primi passi del proprio bimbo è per il genitore un’emozione enorme: è come se quei due, forse tre passi in completa autonomia fossero il giro del mondo, la conquista del K2, la bandierina piantata da Armstrong sulla Luna.

In un anno fatto di tante prime volte, la prima camminata è senza dubbio tra le conquiste più indimenticabili, probabilmente perché dietro quel tentennante, barcollante e incerto incedere si svela il naturale percorso verso la crescita e l’indipendenza dai genitori, e con questo tutta la correlazione emotiva che il distacco comporta.

Prima di imparare a camminare

Tuttavia i primi passi del bambino non sono altro che la fase finale di un lungo percorso che il tessuto cerebrale compie già dal momento in cui le sue prime cellule cominciano a funzionare. Un cucciolo quadrupede impiega solo alcune decine di minuti per riuscire a tirarsi su con le sue zampette ed è subito pronto a esplorare autonomamente il mondo intorno a sé; lo fa perché la sua corteccia cerebrale deve rispondere a un ordine semplice: muoversi per procacciarsi da mangiare, seguire la mamma e sopravvivere.

A un cucciolo d’uomo, invece, servono in media nove-dieci mesi per riuscire a reggersi in piedi da solo, e ancora di più per sentirsi sicuro di muovere in autonomia i suoi primi passi. Questo tempo incredibilmente lungo è conseguente a una lenta e articolata maturazione del tessuto cerebrale che, grazie al prolungato accudimento che viene garantito al bambino nei suoi primi mesi di vita, può sviluppare diverse abilità cognitive prima che fisiche. 

Quando si inizia a gattonare?

Visto che il gattonamento è la modalità di spostamento che precede i primi passi “scelta” dal 90% dei bambini con sviluppo tipico, è opinione diffusa considerare che il preludio al cammino vero e proprio avvenga quando si comincia a gattonare, ovvero quando il piccolo ha la possibilità di spostarsi in avanti tramite l’ausilio delle mani e dei piedi. Ma sarebbe più corretto dire che ciò si verifica nel momento in cui il bambino inizia in generale a spostarsi autonomamente nello spazio.

A quanti mesi gattonano i bambini? Generalmente questa capacità avviene tra i 6 e i 10 mesi, ovvero dopo che il piccolo, una volta raggiunta la posizione seduta autonoma, e posto in condizioni favorevoli all’azione che sta per compiere, tenta di raggiungere con il proprio corpo un oggetto o un individuo che suscita il suo interesse. Questo movimento avviene, quindi, non per rispondere al bisogno di sopravvivenza, come per il mondo animale, quanto a quello di curiosità e di conoscenza, prerogativa dell’essere umano. Non è quindi semplicemente un’incapacità motoria quella che rallenta o ritarda l’avvio del gattonamento, ma piuttosto la mancata necessità di doverlo fare prima di un determinato momento. È ormai noto infatti che persino un neonato con il cordone ombelicale ancora in sede, se posto a contatto pelle a pelle con l’addome della propria madre e lasciato libero di muoversi, è già perfettamente in grado, entro un’ora, di raggiungere da solo il seno materno strisciando.

È bene sottolineare che al gattonamento “a quattro piedi” (con le sue varianti individuali) il bambino può preferire le seguenti modalità: rotolare, strisciare, spostarsi sulla schiena o trascinarsi anche in maniera molto creativa. Quelle appena elencate sono alternative altrettanto valide ed equiparabili al gattonamento, poiché consentono comunque al bambino di muoversi per la prima volta in autonomia per raggiungere un obiettivo di suo interesse e sviluppare adeguatamente la muscolatura degli arti. 

Quando camminano i bambini?

Talvolta l’attesa di vedere i primi passi del piccolo può trasformarsi in impazienza, col conseguente rischio di volere in qualche maniera anticipare, favorire o accelerare questa fisiologica acquisizione di sviluppo. Quando ciò avviene, alle tante domande che già si pone il genitore durante la crescita motoria del proprio bambino se ne aggiungono altre: «Quali scarpe, oggetti e indumenti comprare e quali strategie adottare per far sì che il mio bambino impari a camminare?»; «A che età “deve” camminare? Sarà in ritardo?»; «Sto sbagliando qualcosa? Starà camminando bene?».

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In genere, si sa, l’essere umano inizia a camminare intorno al compimento del primo anno di età. Tuttavia, come sottolineato finora, bisogna tenere conto della grande variabilità individuale di ogni bambino, il quale risponde a un proprio e personalissimo calendario di sviluppo fisico; per questo è sempre preferibile evitare confronti con i suoi coetanei, proprio nel rispetto della sua individualità. Stimoli esterni, corporatura, indole caratteriale, predisposizione genetica, utilizzo o meno di ausili o vincoli al libero movimento possono influenzare il processo di acquisizione. Ci saranno pertanto bambini in grado di avviare i primi passi già intorno ai 10 mesi e altri che invece attenderanno fino ai 18 mesi di età. Solo qualora la deambulazione autonoma dovesse ritardare oltre questo periodo è necessario pensare di ricorrere al parere medico.

Insegnare o imparare a camminare?

La rete è piena di affascinanti consigli su come “insegnare” al proprio bambino a camminare. Trucchi, strategie, consigli, addirittura tecniche: il mercato di prodotti per bambini non può certamente lasciarsi scappare l’incredibile opportunità di commercializzare svariati supporti e arnesi per “consentire” al bambino di camminare. Ma tutto questo è davvero necessario? Madre Natura non ha forse già fornito i nostri bambini di tutto quello che serve loro per imparare a camminare? Decisamente sì, altrimenti gran parte della popolazione mondiale non sarebbe in grado di farlo, eppure dal Nord Europa all’Africa subsahariana la media di avvio del cammino è sempre la stessa.

Girello per bambini e altri supporti

Entrare in un negozio per bambini e non rimanere per qualche istante catturati da un girello è un’impresa difficile. Coloratissimi, pratici, divertenti e… così comodi! «Questo girello a quanti mesi si può utilizzare?», si chiede al commesso, e in un attimo l’oggetto si colloca in cima alla lista delle cose da farsi regalare.

I bambini intorno agli 8-9 mesi, quando hanno ormai raggiunto un buon controllo motorio e una discreta capacità di equilibrio, manifestano grande voglia di muoversi autonomamente sebbene non siano ancora in grado di farlo. Quello è il momento in cui può diventare parecchio faticoso e talvolta molto difficile stargli dietro tutto il giorno, per cui la possibilità di ricorrere a un ausilio così comodo per gli spostamenti può essere una tentazione davvero invitante. Il suo utilizzo però può ostacolare, o quantomeno rallentare, quella maturazione armonica che avviene nel bambino e che si basa sulla ricerca di equilibrio tra il desiderio di muoversi e l’effettiva capacità di farlo.

Un bambino nel girello, seduto dunque su una mutandina e trascinato da ruote, non è in grado di controllare bene il proprio corpo. Questo perché il piede, le anche e le ginocchia non percepiscono il reale peso da sostenere e non sono posti in condizione di calibrare il giusto gioco di forze necessario al raggiungimento della stazione eretta e quindi della camminata. Il girello oltretutto, evitando al bambino di sperimentare liberamente con il proprio corpo la caduta, priva l’acquisizione di quella adeguata consapevolezza motoria che consentirà poi al piccolo, una volta autonomo nella deambulazione, di ridurre al massimo il rischio di conseguenze da caduta.

La American Academy of Pediatrics (Aap), attraverso uno studio del 2018, ha posto un grosso veto sull’utilizzo del girello, e in alcune parti del mondo ne è stata addirittura vietata la vendita in seguito al riscontrato notevole numero di incidenti domestici provocati da questo supporto.

Considerazioni del tutto simili sono applicabili anche alle “bretelle primi passi”. Anche questo tipo di supporto costringe il bambino a un ortostatismo forzato, impedendogli perciò di maturare una corretta percezione del proprio corpo, e rallenta la consapevolezza dell’equilibrio necessario a sostenersi. Oltretutto le bretelle primi passi ostacolano l’autodeterminazione del bambino e il suo naturale desiderio di libertà, di movimento e di esplorazione.

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Un altro atteggiamento molto comune, a prescindere dai supporti, è quello di sostenere il bambino dalle braccia e tenerlo in piedi sin da piccolissimo per testare il suo equilibrio o anche solo per il gusto di vederlo in piedi. Sollecitare precocemente, come in questo caso, le articolazioni dell’arto inferiore può essere dannoso ed è dunque sempre meglio evitare questa pratica scorretta. Inoltre, così facendo, si va a rafforzare la richiesta di tale esperienza da parte del bambino (il desiderio precede di alcuni mesi l’effettiva capacità di farcela), con effetto complessivamente negativo sullo sviluppo motorio e conseguente riduzione delle esperienze motorie effettivamente efficaci.

Scarpe e primi passi

Il piede del bambino che impara a camminare non ha necessità di alcuna scarpa per i primi passi e andrebbe lasciato scalzo per aumentare la sensibilità della pianta a contatto con il suolo (al massimo si possono utilizzare i calzini antiscivolo). Ma allora, cosa serve per favorire i primi passi del bambino? Come detto, anzitutto i suoi piedi scalzi, poi il suo desiderio di camminare, il raggiungimento della piena consapevolezza e sicurezza del proprio corpo, un ambiente sicuro e senza possibilità d’inciampo, magari un bel tappeto antiscivolo, degli appoggi sui quali può sollevarsi da solo e la serenità degli adulti attorno in merito al raggiungimento di questo traguardo.

Prime fasi del cammino

L’emozione dei primi passi è superata: il nostro bimbo cammina. Ma i dubbi non finiscono. Lo starà facendo bene? L’errore più comune, in genere, è quello di confrontare il modo di deambulare di un bambino con quello di un adulto, sebbene siano due mondi ben distinti e separati. 

Il piede del bambino fino ai 4 anni è per natura piatto, ovvero ben spalmato al suolo e con le caviglie rivolte l’interno. Le sue ginocchia non hanno ancora abbandonato quell’aspetto “a parentesi” che avevano fin dalla nascita. I suoi passi sono a base larga, apparentemente impacciati, il suo baricentro è in continuo cambiamento e il suo incedere è incerto. I piedi a volte sembrano ruotare all’interno, altre all’esterno, altre ancora con un appoggio che ai nostri occhi non sembra normale. Nessuna di queste caratteristiche, almeno per i primi 2 anni di vita del bambino, è da considerarsi patologica, eppure un grande numero di prestazioni specialistiche ambulatoriali ortopediche viene richiesto ogni anno per rispondere a questi dubbi.

Riassumendo…

  1. Fino a 18 mesi l’avvio del cammino è considerato fisiologico e dunque non è necessario allarmarsi. Solo qualora il piccolo avesse superato questa età senza camminare è utile parlarne con il proprio pediatra, che saprà eventualmente indirizzare verso lo specialista di riferimento.
  2. Il piede che impara a camminare non ha necessità di alcuna scarpa, piuttosto va lasciato scalzo (o con dei calzini antiscivolo) per aumentare la sensibilità della pianta a contatto con il suolo. Solo quando il bambino ha raggiunto sicurezza nei suoi primi passi, ed è quindi pronto a camminare all’esterno, va considerata la calzatura. È sufficiente, a quel punto, scegliere semplicemente una scarpa con suola morbida, che possa maggiormente mimare il movimento libero del piede, senza alcuna costrizione e senza necessità di alcun plantare modellante.

Per tutto il primo anno che segue il momento in cui il bambino ha imparato a camminare, una camminata incerta e un appoggio del piede apparentemente anomalo non sono da considerarsi patologici: si tratta di continui e progressivi allenamenti al passo mirati al progressivo miglioramento dell’equilibrio e della postura.

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Ilaria Sanzarello

Specialista in Ortopedia e Traumatologia con indirizzo prevalentemente pediatrico, dal 2009 pratica attività di volontariato in Tanzania in un centro per bambini motolesi. Ha frequentato corsi professionalizzanti sulla metodica di Ponseti nel trattamento del piede torto congenito e sulla tecnica ecografica di Graf nella displasia congenita delle anche. Dal 2017 è co-responsabile dell’ambulatorio di ortopedia pediatrica del Policlinico di Messina.

Bibliografia:
Articolo pubblicato il 10/07/2020 e aggiornato il 10/07/2020
Immagine in apertura simonkr / iStock

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