Il significato di diventare padri | UPPA.it

Il significato di diventare padri

Mentre la gravidanza coinvolge corpo e mente della donna, l’uomo compie un graduale percorso di consapevolezza e responsabilità nei confronti del suo nuovo ruolo genitoriale

Alessandro Volta,
neonatologo
Il significato di diventare padri

Per la mamma i lunghi mesi di gravidanza rappresentano un torrente di emozioni: la scoperta di una nuova vita che cresce dentro di sé, i primi movimenti che annunciano quella misteriosa presenza, il corpo che cambia e segnala, giorno dopo giorno, il cammino per giungere al traguardo di stringere tra le braccia il nuovo arrivato. Sono settimane e mesi anche di sentimenti ambivalenti, tra la gioia e la paura, l’euforia e la preoccupazione. Ma tutto è ben tracciato e definito: le tappe dei controlli e le attenzioni della rete di parenti e amici la rendono protagonista, valorizzando la sua impresa creativa.

Un’esperienza unica e irripetibile

Una modesta parte di quanto abbiamo descritto per la mamma può essere vissuto anche dal padre, ma solo indirettamente e per interposta persona. Se ci riflettiamo un attimo, l’esperienza generativa rappresenta per l’uomo un vero e proprio “bagno di umiltà”, dove virilità e mascolinità sono decisamente sminuite e in buona parte inutili. In realtà la gravidanza, se partecipata e vissuta in maniera consapevole, permette al maschio di sviluppare la sua parte sensibile ed emotiva, in molti casi inattesa e sconvolgente. Commuoversi nell’osservare le prime immagini ecografiche o nel percepire con la mano i calcetti sulla pancia della mamma può rappresentare un’esperienza unica e irripetibile nell’esistenza di un uomo.

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Una gravidanza mentale

Abbiamo evidenze scientifiche che mostrano anche nei padri una predisposizione biologica all’accudimento del bambino, e se il padre è coinvolto si verificano cambiamenti ormonali simili a quelli materni, seppur meno intensi e duraturi. Le ricerche sull’assetto ormonale dei neo-padri e delle neo-madri indicano che la mamma è praticamente sempre “accesa” e pronta per accudire il suo piccolo, mentre il padre deve essere attivato e “riscaldato”; ne deriva che, paradossalmente, il padre ha più bisogno di incontri e corsi di preparazione alla nascita rispetto alla mamma, che può invece contare su un innato intuito frutto di migliaia di anni di evoluzione e di selezione.
Il padre che si lascia coinvolgere dallo scorrere dei mesi di gravidanza e dalle diverse tappe di sviluppo fetali inizia a “mentalizzare” il bambino, cioè a farsene un’idea e a pensarlo (anche se in maniera ideale e fantastica). Questo inconsapevole processo lo porta a sentire che quel piccolo essere che ancora non può vedere né toccare è suo figlio e che di conseguenza lui è padre. La gravidanza del papà in definitiva è una gravidanza mentale, o se vogliamo, attuata attraverso il corpo di un altro. Per questo motivo la psicoanalisi sostiene che ogni padre, anche quello biologico, deve sempre “adottare” il proprio figlio.

Aspetti tecnici e non solo…

Studi recenti di psicologia della famiglia hanno verificato e misurato che per il nascere della genitorialità sono molto importanti gli appuntamenti dei controlli e delle ecografie durante la gravidanza. Molti operatori sono poco consapevoli di questo e si limitano a fare fotografie e misure della crescita fetale e a studiare lo sviluppo regolare degli organi, sottovalutando che tutto questo può condizionare profondamente e in maniera duratura l’idea che i genitori hanno del loro bambino. Occorre allora molta attenzione e sensibilità per procedere con gli accertamenti tecnici e parallelamente con il lato umano, emozionale e misterioso, legato alle visite. Non è soltanto questione di limitare la fisiologica ansia e preoccupazione dei genitori, si tratta di promuovere e favorire l’esperienza di riconoscersi genitori e di scoprirsi come coppia che non vive più solo per sé stessa ma anche per un altro piccolo, grande individuo.

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Come aiutare i padri

Affinché questo complesso processo creativo possa sviluppare tutto il suo potenziale occorre che il papà sia presente – fisicamente ed emotivamente –, che sia coinvolto e che non abbia alibi per rimuovere questa sua inedita parte identitaria (per qualcuno anche un po’ minacciosa); ma è necessario che venga aiutato e accompagnato in questa nuova avventura per la quale la storia evolutiva non lo ha preparato. Per promuove la paternità fin dalla gravidanza, oltre alle ostetriche che da tempo hanno iniziato a occuparsi anche dei padri, occorrono altre figure di sostegno come gli psicologi e i counsellor. In molte realtà, anche del nostro paese, si stanno formando gruppi di auto-aiuto – i cosiddetti “Cerchi dei papà” – dove padri più esperti aiutano i neo-papà a riflettere e a condividere le nuove emozioni e le nuove responsabilità legate all’arrivo del bambino.
Un altro fattore di facilitazione per lo sviluppo di una paternità responsabile è legato alla legislazione che regola permessi e congedi. Rispetto ai paesi del Nord Europa, in Italia siamo ancora poco attenti e attrezzati nel favorire anche per i padri la conciliazione tra famiglia e lavoro, e i pochi permessi consentiti e retribuiti sono concentrati nei primi giorni dopo la nascita del bambino o nel caso di sue malattie; nel periodo della gravidanza non è prevista alcuna agevolazione e questo rende più difficile la partecipazione ai controlli e agli incontri.
Si può tentare di ovviare attraverso letture dedicate (come gli articoli di UPPA), oppure districandosi nel voluminoso ma spesso confuso materiale presente in rete, facendo però molta attenzione a distinguere tra le informazioni indipendenti e quelle invece interessate al business o alla vendita di prodotti.

Questioni pratiche di cui occuparsi

Nell’ultimo periodo della gravidanza, quando finalmente si intravede il traguardo, è opportuno “attivare” il padre in modo pratico e concreto, affidandogli alcuni compiti specifici, come predisporre il percorso casa-ospedale per quando inizierà il travaglio, preparare la borsa con tutto il necessario per la degenza, acquistare e montare il seggiolino dell’auto per il ritorno a casa, acquisire le informazioni necessarie per la registrazione anagrafica e la scelta del pediatra, prendere accordi con i parenti e gli amici sulle modalità di visita in ospedale e poi a domicilio, attrezzarsi per avere in casa scorte di cibo pronto per semplificare le prime settimane, e poi pulire, lavare e stirare per avere adeguati margini… È importante che la mamma possa concentrarsi sull’evento del parto e poi sull’avvio dell’allattamento, senza doversi preoccupare di questioni organizzative e pratiche. Lei fra poco sarà concentrata solo sul bambino e ogni tanto potrebbe dimenticarsi anche del papà, ma è tutto previsto e normale. Non c’è motivo di offendersi o di essere gelosi, perché la presenza del bambino servirà a rafforzare la relazione tra i due partner.

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Alessandro Volta, pediatra neonatologo, è direttore del programma materno infantile dell’ASL di Reggio Emilia e formatore per il personale sanitario sull’allattamento al seno e il sostegno alla genitorialità. È autore di oltre 70 pubblicazioni scientifiche e dei libri Apgar12, Nascere genitori, Mi è nato un papà, Crescere un figlio e L’allattamento spiegato ai papà.

Pubblicato il 22.10.2018 e aggiornato il 24.10.2018
Immagine in apertura PeopleImages / iStock