Cosa fare se il bambino si mangia le unghie?

L’onicofagia è un’abitudine che ha cause psicologiche e che non va sottovalutata. Comprenderla può consentirci di prevenirne la cronicizzazione e le relative conseguenze in termini di benessere e di salute

Giulia Chiari , psicologa perinatale, IBCLC
bambina si mangia le unghie

Forse è capitato ad alcuni di voi di osservare vostro figlio mentre si porta le unghie alla bocca e le mordicchia, quasi sovrappensiero. Magari non vi siete accorti subito di questa sua abitudine, ad esempio se si tratta di un gesto che avviene prevalentemente nel contesto scolastico, magari durante i compiti in classe o le interrogazioni. Potreste però notare i segni sulle sue mani, soprattutto se il bambino mangia le unghie e anche le pellicine attorno, con conseguente arrossamento della pelle. Stiamo parlando dell’onicofagia, un comportamento piuttosto comune, specialmente durante l’infanzia o l’adolescenza.

In genere non si presenta prima dei 3-4 anni di età, quando cessa il bisogno di suzione e il piccolo non ottiene più rassicurazione e sollievo nella suzione del seno materno o del ciuccio. Diventa più frequente in età scolare, visto che riguarda il 28-33% dei bambini tra i 7 e i 10 anni, e soprattutto in età adolescenziale, quando arriva a coinvolgere il 45% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Se trascurata, l’onicofagia può però protrarsi anche in età adulta.

Sebbene si tratti di un’azione diffusa e apparentemente innocua, mangiarsi le unghie non è esente da rischi, e merita una maggiore attenzione nei casi in cui diventa per il bambino una modalità consolidata e frequente di regolazione del proprio stato emotivo.

Cos’è l’onicofagia?

Il termine onicofagia, a molti sconosciuto, è di derivazione greca. Viene da “ὄνυχος” (unghia) e “ϕαγία” (mangiare). Parliamo quindi dell’abitudine di portarsi alla bocca le unghie e morderle con i denti, da qui l’espressione molto più diffusa “mangiarsi le unghie”.
Per capire cos’è l’onicofagia e perché compare così presto non basta però conoscere l’etimologia del vocabolo, ma occorre comprendere perché il bambino si mangia le unghie, ovvero quali sono le cause dell’onicofagia.

In ambito psichiatrico, nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) l’onicofagia è stata classificata inizialmente tra i “disturbi del controllo degli impulsi” che si presentano durante l’infanzia e l’adolescenza. Nella stessa categoria rientravano la tricotillomania (strapparsi i capelli) e anche condotte come la cleptomania o la piromania, accomunate dalla difficoltà ad astenersi dal mettere in atto un comportamento ritenuto nocivo per sé o per gli altri, spesso preceduto da una tensione crescente che viene alleviata, nonostante un possibile vissuto di colpa, una volta compiuto il gesto. Nell’attuale revisione (DSM-5-TR™), però, l’onicofagia è stata inserita nella categoria dei “disturbi ossessivo-compulsivi”, e più specificatamente tra i “comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo”. Questo significa che viene considerata una risposta compulsiva, quindi “incontrollabile”, a pensieri ossessivi, ovvero intrusivi, ricorrenti e di natura prevalentemente ansiosa.

Per spiegare in parte la sensazione di “incontrollabilità”, va sottolineato che, per la maggior parte del tempo, il bambino non ha la percezione di mangiarsi le unghie. Si tratta di un gesto automatico, ripetitivo, che ricorda il portarsi il cibo alla bocca o il grooming, cioè la pulizia della pelle e del mantello propri o di un altro membro del gruppo, comune a molti mammiferi. Ne consegue una maggiore difficoltà nel modificare questo comportamento, che avviene in modo spontaneo, con un basso livello di consapevolezza.

Secondo questa interpretazione diagnostica, dunque, il bambino si mangia le unghie perché avverte uno stato di tensione o di eccitazione vissuto come negativo, e utilizza in modo quasi inconsapevole questa modalità per controllare e regolare il proprio stato emotivo. Non a caso, l’ICD (dall’inglese International Classification of Disease), ovvero la classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati, inserisce l’onicofagia tra gli “altri disturbi specifici del comportamento e delle emozioni” che si presentano durante l’infanzia e l’adolescenza, facendo un riferimento esplicito all’ambito emotivo.
Sono infatti i vissuti emotivi di più difficile gestione (rabbia, paura, ansia) a far sì che il bambino si mangi le unghie per trovare un sollievo temporaneo, spostando le proprie energie sul corpo (e quindi su qualcosa di più tangibile e controllabile).

Altri disturbi comportamentali ripetitivi correlati all’onicofagia sono la dermatillomania, ovvero lo stuzzicarsi la pelle causando lesioni (parlando delle dita: strappare le pellicine o le cuticole che circondano la lamina ungueale), e la dermatofagia, ovvero lo strappare con i denti ed eventualmente ingerire parte della pelle che circonda le proprie unghie. Si tratta anche in questo caso di azioni persistenti nel tempo e che tendono a cronicizzarsi, nonostante i tentativi di smettere o di tenerle sotto controllo.

Da genitori attenti, leggendo queste informazioni, potrebbe venirvi il seguente dubbio: “Se il nostro bambino si mangia le unghie e le cause dell’onicofagia si possono ricondurre a un vissuto emotivo negativo, significa che stiamo sbagliando qualcosa? Oppure che è preoccupato per qualcosa che sta accadendo magari a scuola o all’interno della famiglia?». Non necessariamente. Come vedremo più avanti, osservare i nostri figli e notare in quali momenti si mangiano le unghie può aiutarci a capire se si tratta di episodi isolati o se la frequenza elevata può essere la spia di una difficoltà nel regolare le proprie emozioni, o di un disagio più profondo. A volte ci sono effettivamente delle tensioni a scuola o nell’ambiente familiare (incomprensioni, litigi ma anche aspettative eccessive nei suoi confronti) a cui può essere ricondotta l’agitazione che il bambino esprime mangiandosi le unghie. In altri casi, le cause dell’onicofagia possono essere ricondotte a cambiamenti rilevanti che il bambino deve affrontare, come un trasloco, la separazione dei genitori o la nascita di un fratellino o di una sorellina. È anche possibile che questo gesto accompagni un’eccitazione temporanea, che si manifesta in momenti specifici di maggiore fatica, stanchezza o richiesta (competizioni sportive, esami scolastici, eccetera).

Una volta diventato un gesto abitudinario, anche l’inattività e la noia possono alimentarlo. Per questo motivo potreste notare che il bambino si mangia le unghie con maggiore frequenza in momenti di tranquillità, ad esempio mentre guarda la TV, o in contesti per lui noiosi o di attesa (durante lunghe cene o ricevimenti in cui deve stare seduto, nelle sale di attesa, durante il tragitto in auto, eccetera).

A favorire i comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, tra cui l’onicofagia, troviamo inoltre la tendenza al perfezionismo, associata a un’insoddisfazione per le performance raggiunte e l’aggressività auto-diretta. Si può infatti considerare una forma di autolesionismo, che consente di rivolgere verso di sé il nervosismo e la tensione accumulata anziché indirizzare all’esterno la propria rabbia.

Cosa fare se il bambino si mangia le unghie?

Fatta chiarezza sul significato di questo disturbo e sulla sua insorgenza, vediamo allora come risolvere l’onicofagia ed evitare che si cronicizzi.
Come anticipato, smettere di mangiarsi le unghie può non essere semplice, perché si tratta di un comportamento compulsivo, che avviene con un basso livello di consapevolezza e su cui il bambino esercita quindi poco controllo. 

Di certo non bisogna arrabbiarsi con il bambino: punirlo, minacciarlo o incolparlo non sono soluzioni appropriate per l’onicofagia. Al contrario, queste modalità relazionali rischiano di aumentare il suo carico di tensione, frustrazione, rabbia e preoccupazione, minando la sua autostima ed esacerbando il problema.  

Partiamo innanzitutto da cosa non fare? I rimproveri e i sensi di colpa non aiutano affatto: spesso chi si mangia le unghie prova già vergogna per questo comportamento, ritenuto dai più alla stregua di un vizio o di una cattiva abitudine. Per questo motivo è importante diffondere una maggiore consapevolezza anche esternamente alla famiglia su questo problema, e offrire al bambino tutto il nostro sostegno, la nostra accoglienza e la nostra fiducia senza sminuire né criticare il suo disagio.

Vediamo invece adesso di seguito quelle che sono le più comuni soluzioni per l’onicofagia. Alcune si concentrano solo sulla risoluzione del sintomo, agendo direttamente sul comportamento:

  • Mantenere le unghie del bambino corte e curate. Si tratta del primo accorgimento riportato anche dall’AAD (American Academy of Dermatology Association). Prima di mordere le lamine delle unghie, le cuticole o la pelle circostante, infatti, possiamo identificare una fase preliminare in cui il bambino fa una sorta di ispezione visiva o tattile delle unghie e dei tessuti morbidi circostanti, ricercando le irregolarità (angoli sporgenti, cuticole…) da mordere o stuzzicare nella fase successiva. Quando le unghie sono corte e ordinate si riduce la tentazione di morderle. Altrettanto utile è mantenere la pelle ben idratata, per limitare la formazione delle pellicine, ed eventualmente applicare dell’olio d’oliva sulle unghie per renderle più flessibili. Nei primi 8-9 anni, compito dei genitori sarà prendersi cura delle unghie del bambino, coinvolgendolo però nell’atto di cura e spiegandone fin da subito l’importanza.
  • Utilizzare dei deterrenti che rendano sgradevole o più difficoltoso l’atto di mangiarsi le unghie. In commercio si trovano diversi smalti dal sapore amaro (generalmente composti da denatonio benzoato), pensati appositamente per disincentivare l’onicofagia. Se il bambino è d’accordo sul loro utilizzo, possono servire da promemoria nei momenti in cui si porta le mani alla bocca inavvertitamente. Le strategie da adottare devono però rimanere una scelta del bambino, altrimenti si corre il rischio che le viva come una punizione, con i limiti sopra descritti. A noi il compito di guidarlo nella consapevolezza sulle implicazioni negative di mangiarsi le unghie, e di offrirgli sostegno e incoraggiamento.
    In alternativa alle sostanze amare, viene talvolta consigliato l’utilizzo di bendaggi, cerotti, guanti, unghie artificiali o altre soluzioni che coprano le unghie e la punta delle dita, impedendone l’accesso. Ferma restando l’importanza, anche in questo caso, di non forzare il bambino, queste soluzioni presentano in più il rischio di favorire lo sviluppo di infezioni e aggravare lo stato infiammatorio.

Questi stratagemmi pratici, immediati e di semplice utilizzo, hanno il limite di concentrarsi unicamente sull’evitamento del comportamento indesiderato. Il bambino potrebbe quindi smettere di mangiarsi le unghie per poi trovare un’altra via di espressione del suo disagio, non necessariamente più funzionale.
Vediamo quindi altre soluzioni per l’onicofagia che, a differenza delle due appena descritte, si propongono di aiutare il bambino a esprimere diversamente il suo vissuto emotivo:

  • Concordare delle alternative comportamentali che possano sostituire il gesto di mangiarsi le unghie, ad esempio portare con sé una gomma da masticare senza zuccheri da utilizzare nei momenti di maggiore tensione per tenere occupata la bocca, o degli oggetti da manipolare per tenere occupate le mani (ad esempio stringere delle palline antistress o degli “squishy” in schiuma di poliuretano, far roteare uno “spinner”, tenere in mano delle pietre scacciapensieri). Per impegnare le mani e le energie in modo più costruttivo possono essere di aiuto anche le attività ricreative e artistiche come la pittura, la scultura, la musica.
    Questa modalità viene utilizzata anche dalla terapia cognitivo-comportamentale, in particolare dal cosiddetto Habit Reversal Training (HRT). Si tratta di un intervento che lavora sulla motivazione e sulla consapevolezza del bambino, portandolo a riconoscere la sua necessità di scaricare la tensione per poi individuare e rinforzare delle azioni, incompatibili con il comportamento compulsivo da sostituire, ritenute più costruttive e meno disfunzionali.
  • Favorire il più possibile il movimento libero e l’attività fisica, meglio ancora se all’aperto. Come abbiamo anticipato, infatti, il gesto di mangiarsi le unghie è spesso associato all’inattività. Specialmente nei primi anni di vita, il movimento ha un’importanza vitale per il bambino, che conosce il mondo attraverso l’azione. Concentrandoci sulla fascia di età in cui l’onicofagia può avere il suo esordio precoce, e quindi sui bambini di 3-4 anni, le raccomandazioni dell’OMS su attività fisica, comportamento sedentario e riposo invitano a non tenere i bambini fermi su nessun tipo di supporto (passeggino, seggiolino auto…) per oltre un’ora consecutiva, e a limitare l’esposizione agli schermi al massimo a un’ora al giorno, favorendo anche nei momenti di riposo le occupazioni che consentono un’interazione con gli adulti di riferimento, come la lettura o il racconto di storie. L’attività fisica dovrebbe comunque occupare un minimo di tre ore nel corso della giornata (di cui almeno una con maggiore intensità).
    Anche per bambini più grandi e adolescenti, praticare regolarmente attività sportiva aiuta a scaricare la tensione e migliora il benessere complessivo.

Abbiamo visto dunque come risolvere l’onicofagia, ma più che risolvere la problematica stiamo favorendo un suo spostamento (seppur verso azioni più funzionali) e ancora non abbiamo orientato la nostra attenzione sulla causa. In altre parole, stiamo trascurando la ricerca e l’ascolto delle motivazioni del bambino, perdendo di vista il messaggio veicolato dalle sue emozioni e dai suoi vissuti.

Cosa fare quindi per accompagnare i nostri figli verso una maggiore consapevolezza e serenità emotiva, anziché ridurre il nostro intervento alla limitazione dei comportamenti manifesti? Si tratta di un discorso complesso, che può essere affrontato in modo più puntuale con una consulenza psicologica o pedagogica di sostegno alla famiglia. Possiamo però iniziare a prestare cura ad alcuni aspetti, ovvero:

  • L’osservazione del contesto fisico ed emotivo. Quando accade più frequentemente che il bambino si mangi le unghie? Cosa sta facendo in quel momento, e com’è stata la sua giornata? C’è qualcosa che può averlo preoccupato, o responsabilizzato in maniera eccessiva? Gli è stato richiesto di prepararsi per un compito difficile, o importante per lui o per le persone a cui vuole bene?
    Può essere utile annotare alcune cose in un diario per avere una visione d’insieme. Nel caso dei bambini più grandi e degli adolescenti, possiamo suggerire loro di tenere un diario in autonomia su cui segnare di volta in volta la situazione in cui si trovano quando si mangiano le unghie e i loro pensieri e le loro emozioni in quel momento.
  • L’alfabetizzazione emotiva. Il processo che porta all’acquisizione dell’auto-regolazione emotiva, e quindi di modalità socialmente appropriate di espressione, richiede del tempo, come ogni acquisizione importante. Alla base di questa conquista troviamo la capacità di identificare, comprendere e accogliere le proprie emozioni, prerequisito anche per la capacità di riconoscere ed empatizzare con quelle altrui. Fondamentale a tal fine è l’esempio, e la presenza di una figura di riferimento accogliente che possa guidare e rasserenare nei momenti di maggiore attivazione, senza giudizio. Per poter dare ascolto e accoglienza alle emozioni dei nostri figli, e offrire loro un modello positivo di regolazione emotiva, dobbiamo prima imparare ad ascoltare e dare spazio alle nostre emozioni e ai nostri bisogni. Non sempre ci è stato possibile imparare a farlo da piccoli, e potremmo avere la tendenza a reprimere, ignorare, minimizzare o contrastare le emozioni più “difficili”, come la rabbia o la paura, per timore di non saperle affrontare o di uscirne distrutti. Se a noi per primi non risulta semplice dare riconoscimento e accoglienza a quello che proviamo, sarà ancora più arduo trovarci di fronte alle manifestazioni emotive dei nostri figli e offrire loro un rispecchiamento rassicurante, un modello da cui attingere durante la crescita. Riconoscere questa difficoltà e chiedere un sostegno competente può essere un passo importante, per i nostri bambini e per la società. Spesso le difficoltà di alcuni ragazzi di oggi vengono imputate alla mancanza di limiti e di “no” da parte degli adulti di riferimento. Ma a mancare non sono le regole e l’autorità, bensì la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, e conseguentemente l’empatia e il rispetto per gli altri. A questo si educa attraverso l’amore e la responsabilità, non attraverso la repressione.
    Un consiglio che reputo prezioso è quello di leggere e provare a mettere in pratica un manuale di CNV o Comunicazione Non Violenta. Il più noto è Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall Rosenberg. Questo approccio strategico si propone di agevolare tutte le relazioni – non solo quella tra genitori e figli – attraverso la comunicazione, portando lo scambio sul piano comune delle emozioni e dei bisogni.

Una volta individuata e affrontata la difficoltà manifestata attraverso l’onicofagia, questo disturbo si risolve da sé. Ma cosa fare se i nostri figli continuano a mangiarsi le unghie, e quando è necessario rivolgersi a un professionista per chiedere aiuto o consiglio?

Quando preoccuparsi per l’onicofagia del bambino

Abbiamo visto come, nella maggior parte dei casi, l’onicofagia sia un’abitudine transitoria. Ma anche nei casi in cui si tratta di episodi isolati, è bene non ignorare i rischi che questo comportamento può avere per la salute. Minimizzare o negare le conseguenze del problema potrebbe rendere più difficile la sua individuazione. Trattandosi in genere di un’azione indiscriminata che colpisce tutte le unghie, queste rimangono generalmente di uguale lunghezza tra loro. Per questo il danno appare evidente sulle mani solo quando è già scoperto il letto ungueale, ovvero la zona al confine con le pellicine da cui nascono le unghie, il cui danneggiamento può provocare dolore, sanguinamento e arrossamento.

A quel punto si corrono diversi rischi:

  • Infezioni. I batteri e gli agenti patogeni presenti sulle mani e soprattutto sotto le unghie, che come ben sappiamo sono un focolaio di germi, entrano a contatto diretto con le mucose della bocca, creando una porta d’accesso per infezioni e malattie. Il danneggiamento della pelle alla base e ai lati dell’unghia, a sua volta, favorisce la suscettibilità ad agenti batterici e virali, così come la saliva. Quando la pelle intorno all’unghia si arrossa, si gonfia e fa male, se viene compressa parliamo di “giradito” (o “patereccio”), ovvero di un processo infiammatorio delle estremità delle dita. La raccolta di pus indebolisce e rovina la lamina ungueale, dando luogo, se non si interviene, all’unghia incarnita: il dito si gonfia ulteriormente e il sangue misto a pus provoca un dolore pulsante.
    In caso di infezione erpetica, mangiarsi le unghie può causare un giradito erpetico sulla falange del dito.
  • Patologia dentale. L’onicofagia può favorire malocclusione dei denti anteriori e lesioni gengivali, e comportare la scheggiatura e l’usura degli incisivi. Viene inoltre intaccato lo smalto dei denti, favorendo l’insorgere di carie.
  • Comparsa di solchi e deformazioni. Quando l’abitudine si protrae negli anni e la lamina ungueale viene danneggiata, anche la crescita delle unghie potrebbe subire interferenze, causando appunto la comparsa di solchi e deformazioni. In alcuni casi è addirittura possibile che le dita stesse subiscano una deviazione o una deformazione.

Data la complessità del fenomeno, nei casi più difficili è preferibile adottare un approccio multidisciplinare, rivolgendosi al pediatra per la cura delle infezioni, allo psicologo o pedagogista per comprendere più a fondo l’origine e affrontare la problematica, al dermatologo e al dentista per curare eventuali danni di loro pertinenza.

Bibliografia
Articolo pubblicato il 15/02/2024 e aggiornato il 15/02/2024
Immagine in apertura Grafissimo / iStock

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