Alle origini della memoria infantile

Vediamo quali sono le fasi di sviluppo che portano alla nascita e al consolidamento della memoria, dall’“assuefazione” alla capacità di rievocazione

Alberto Oliverio, neurobiologo
Lattante che si guarda allo specchio

Da cosa dipende la capacità di un neonato di formare quegli schemi percettivi che sono essenziali per riconoscere un volto noto da un altro, una voce o una situazione da altre voci e situazioni? Questa abilità, così importante per l’instaurarsi dei primi rapporti affettivi, non dipende soltanto dalla maturazione dei canali sensoriali (cioè delle capacità uditive, visive, eccetera): è essenziale anche essere in grado di registrare un’esperienza, di riconoscerla e paragonarla con altre simili. Sono capacità che riguardano la memoria e l’apprendimento, la cui forma più semplice ed essenziale è l’“abituazione” (anche nota come assuefazione) che permette, sin dai primi giorni di vita, di smettere di reagire a qualcosa di già noto. È attraverso lo sviluppo delle diverse abilità della memoria che un neonato può formarsi schemi complessi, ma la memoria non è un fenomeno omogeneo, anche se per definirla si usa un unico termine: ricordare può voler dire di volta in volta riconoscere, evocare, confrontare le informazioni in entrata con quelle preesistenti.

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Le prime forme della memoria

La prima forma di memoria che si sviluppa in un bambino piccolo è la “memoria di riconoscimento”. All’età di 5-6 mesi un lattante può riconoscere un oggetto familiare, ma questo deve essere presente per stimolare la memoria, poiché il bambino non è ancora capace di rievocare: il volto del fratellino può essere riconosciuto quando è di fronte al piccolo, ma lo schema di quel volto non può essere recuperato nella memoria se il fratellino è assente. Questa prima e più semplice forma di memorizzazione, che comporta tempi brevissimi, diventa più stabile tra gli 8 e i 12 mesi, quando il piccolo è in grado di ricordare un evento per tempi più lunghi, come avviene in un adulto che riesce a tenere in mente un numero telefonico, senza doverlo trascrivere, per una manciata di secondi. A tale forma di memoria ci si riferisce come “memoria di lavoro” e fa la sua comparsa intorno ai 5-6 mesi, ma la sua presenza può passare inosservata perché essa inizialmente opera per periodi di tempo molto brevi e soltanto in seguito, e gradualmente, si stabilizza per tempi sempre più lunghi.

Crescendo, si ricorda più a lungo

La funzione critica del tempo nel processo di rievocazione è ben evidente nei lattanti dagli 8 ai 12 mesi. Lo testimoniano diversi test condotti con bambini di quest’età: in presenza del piccolo si nasconde un oggetto attraente sotto uno di due panni diversi, e poi si fa aspettare il bambino per tempi variabili da 1 a 7 secondi, prima di consentirgli di cercarlo. Osservando gli stessi bambini una volta al mese nel corso della loro crescita, si nota che la capacità del bambino di ricordare dove sia stato nascosto il giocattolo migliora costantemente. Se a 8 mesi tutti i bambini sono incapaci di ricordare dove sia, anche dopo il brevissimo intervallo di un secondo, a 1 anno tutti ritrovano il giocattolo dopo un intervallo di 3 secondi e la maggioranza ci riesce anche se l’intervallo è di 7. A 18 mesi gli errori sono rarissimi anche dopo un intervallo di 10 secondi, come ha dimostrato una ricerca svolta dal noto psicologo Jerome Kaga.

Per approfondire

Saper confrontare schemi diversi

Per quanto riguarda l’abilità di tenere a mente un’esperienza passata e servirsene per fare un confronto con una realtà differente (vale a dire l’abilità di confrontare tra loro schemi diversi), essa si manifesta verso gli 11-12 mesi. Immaginiamo di avere uno specchio che riflette l’immagine di un oggetto, e diamo modo ai bambini di esperire al tatto sia l’oggetto riflesso sia, separatamente, un oggetto diverso. Scopriremo che mentre i bambini di 8 mesi non manifestano stupore di fronte a nessuno dei due oggetti, i più grandicelli rimarranno perplessi quando l’oggetto toccato non corrisponderà a quello visto. Per sorprendersi, evidentemente, il bambino deve avere la capacità di confrontare le diverse informazioni che riceve dai suoi due sensi.

La capacità di rievocare e le prime paure

L’abilità di richiamare e trattenere uno schema in memoria è nota come “memoria di rievocazione”, un aspetto della memoria a lungo termine che permette di porre in relazione un fatto discrepante rispetto a uno già immagazzinato. Questa capacità consente di comprendere le radici di alcune paure universali che compaiono negli ultimi mesi del primo anno di vita, soprattutto la paura degli adulti sconosciuti e la paura di separarsi dalle figure familiari. All’avvicinarsi di una persona sconosciuta, un bimbo di 9 mesi ne studia il viso, rievoca automaticamente gli schemi dei volti a lui noti, confronta con essi il nuovo schema, lo trova incongruo e viene assalito dall’incertezza; come conseguenza può mettersi a piangere oppure allontanarsi impaurito e cercare il genitore, cosa che in precedenza non accadeva perché non aveva ancora una memoria a lungo termine.

In base a questi e altri esperimenti, gli psicologi sono arrivati alla conclusione che nell’arco di qualche mese il bambino passa dal semplice riconoscimento di un fatto sperimentato soltanto pochi attimi prima alla capacità di rievocare sensazioni e realtà legate a un passato più lontano. Il fatto che questi cambiamenti si verifichino in tutti i bambini più o meno alla stessa età fa ritenere che tali competenze dipendano da trasformazioni strutturali che avvengono nel sistema nervoso centrale, sia a livello dell’ippocampo, cioè il nucleo che ha il compito di collegare tra loro i diversi aspetti di un ricordo (visivi, uditivi, tattili…), sia a livello della corteccia frontale, che gioca un ruolo chiave nella memoria rievocativa.

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Alberto Oliverio

professore emerito di Psicobiologia presso l’Università Sapienza di Roma, ha lavorato in numerosi istituti di ricerca internazionali. Dal 1976 al 2002 ha diretto l'Istituto di psicobiologia e psicofarmacologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche. È autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, di saggi professionali, didattici e di divulgazione.

Bibliografia:
  • Alberto Oliverio, L’arte di ricordare. La memoria e i suoi segreti, BUR, Milano
  • Eric Kandel, Alla ricerca della memoria: la storia di una nuova scienza della mente, Codice Edizioni, Torino
  • Daniel Schacter, Alla ricerca della memoria: il cervello, la mente e il passato, Einaudi, Torino
Articolo pubblicato il 16/04/2021 e aggiornato il 16/04/2021
Immagine in apertura AlenaMozhjer / iStock

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