Esiste un’epidemia d’ansia nei bambini?

Per evitare che l’ansia diventi un disturbo ricorrente, è importante riconoscerla e accoglierla come emozione, insegnando ai bambini a gestirla

Daniele Armetta, psicologo
Primo piano di una bambina in ansia e un po' preoccupata

Esiste, oggi, un’epidemia d’ansia nei bambini? Cosa intendiamo realmente quando parliamo di ansia? Ci riferiamo a un’emozione, a un sintomo, a un disturbo? In questo articolo proveremo a fare un po’ di chiarezza, distinguendo l’ansia come emozione dai disturbi legati all’ansia e fornendo ai genitori alcune indicazioni, provenienti dalla ricerca scientifica, per aiutare i propri figli a gestire le emozioni.

L’ansia come emozione

Con il termine ansia (dal latino ango, letteralmente “stringere”) intendiamo uno stato di preoccupazione per qualcosa di poco conosciuto, per un pericolo supposto, incerto o solo immaginato. Differisce dalla paura, che invece rappresenta la reazione fisica e comportamentale che si sperimenta di fronte a un pericolo specifico e reale. L’ansia, così come la paura, è un’emozione comune, che ha funzioni importanti: ci aiuta a mantenere la nostra sicurezza, ci motiva a compiere azioni utili e comunica, a noi stessi e agli altri, informazioni sul nostro mondo interiore. Immaginiamo un atleta prima di una gara o un bambino prima di una recita scolastica: l’ansia informa che ciò che si sta affrontando è importante, e quindi implica dei rischi, come perdere una gara dopo mesi di allenamento o fallire di fronte a un pubblico durante una recita. 

L’ansia come disturbo

Tuttavia le manifestazioni d’ansia, se per un lungo periodo non vengono ascoltate o non sono accolte dai genitori, possono trasformarsi, già in tenera età, in sintomi, o strutturarsi in disturbo. La scarsa disponibilità dell’adulto può attivare un circolo vizioso di sofferenza che rende l’ansia più intensa, frequente e duratura rispetto a quella comune

Dagli studi condotti qualche anno fa dal Dipartimento di Salute e Servizi Mentali degli Stati Uniti emerge che il 3-4% di bambini e adolescenti sarebbe affetto da disturbi di questo tipo, e la situazione in Europa e in Italia sembra essere pressoché analoga. 

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La “danza dell’ansia” tra genitori e figli

Ma se dai dati epidemiologici non possiamo parlare di epidemia dei disturbi d’ansia durante l’infanzia, perché molti genitori, insegnanti, educatori e psicologi sono sempre più allarmati per le problematiche emotive dei bambini, legate principalmente proprio all’ansia? Quale risposta possiamo dare? Già dai primi anni di vita inizia quella che molti psicologi chiamano la “danza dell’ansia” tra genitori e figli, fatta di passi rigidi, spesso guidati dalle false credenze dei genitori sulle emozioni. Tra queste troviamo la convinzione errata che le emozioni spiacevoli siano negative: etichettandole come tali si rischia di attivare una continua lotta, in cui si cerca di eliminare, reprimere o controllare l’ansia dei bambini. 

Sarà proprio il bambino a fare il primo passo della danza, chiedendo rassicurazioni per evitare le difficoltà, le avversità e per allontanare l’ansia stessa. Ma l’adulto che, pensando di fare bene, si limita a rassicurare il piccolo, proseguirà inconsapevolmente la rigida e impacciata danza dell’ansia, rinforzando il comportamento evitante del bambino. Un equivoco diffuso nella gestione delle paure e delle ansie, infatti, è quello di rispondere alle preoccupazioni dei bambini con eccessive rassicurazioni, con frasi del tipo «stai tranquillo», «non ti preoccupare», «tanto passa», «tanto è facile», «tutto si risolve». Il bambino, ben presto, imparerà i passi del balletto, continuando a sfuggire dalle situazioni che creano preoccupazione e a evitare l’ansia stessa, restringendo i propri spazi vitali. 

Immaginiamo un bambino al primo giorno di asilo, preoccupato all’idea di doversi separare dalla madre. Al primo accenno d’ansia, il piccolo proverà a evitare la situazione, protestando e chiedendo di tornare a casa. L’adulto che risponderà con eccessive rassicurazioni, o accettando la richiesta di fuga del bambino, non farà altro che rinforzare la presenza del presunto pericolo e dell’ansia stessa. In entrambi i casi, il genitore non fornirà indicazioni su come affrontare l’emozione e il piccolo imparerà a confrontarsi con le situazioni difficili, o semplicemente nuove, fuggendo o cercando costantemente rassicurazioni all’esterno. In questo modo viene compromesso il normale sviluppo della sua autonomia.

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Stili educativi come fattori di rischio

Il famoso psicologo americano John Gottman, che da trent’anni lavora con l’intelligenza emotiva dei bambini e dei loro genitori, individua tre diversi stili genitoriali disfunzionali, che avrebbero un impatto negativo sullo sviluppo dell’autoregolazione emotiva nell’infanzia e nell’adolescenza.

Secondo i suoi studi alcuni genitori, che definisce noncuranti e censori, tendono a sminuire, ignorare o criticare le emozioni dei bambini, rimproverandoli e punendoli quando questi sono in preda all’ansia. Scarsamente consapevoli delle emozioni dei loro figli, credono che l’ansia sia dannosa, tossica, irrazionale o irrilevante, in ogni caso improduttiva, e che concentrarsi su di essa potrà solo peggiorare le cose. Sono convinti che il bambino che prova ansia non sia equilibrato e che debba limitarsi a obbedire. Generalmente, quindi, provano a calmare i bambini distraendoli, per mettere a tacere le loro emozioni, che sottovalutano e verso le quali mostrano scarso interesse. Ma quali effetti potranno avere a lungo termine queste strategie? Gli studi evidenziano che i bambini inizieranno ben presto a considerare le proprie emozioni come sbagliate, inadeguate e prive di valore, il che contribuisce allo sviluppo di bassa autostima e disturbi ansioso-depressivi. 

La terza tipologia è rappresentata da quei genitori, definiti lassisti, che accettano l’ansia e le emozioni in generale, ma non offrono alcuna guida. Spesso si sentono deboli e inermi di fronte alle frustrazioni dei piccoli, non sanno cosa sia giusto fare e non riescono a porre dei limiti al comportamento dei bambini. Generalmente accettano le loro manifestazioni emotive, offrendo conforto, ma con scarse indicazioni riguardo al comportamento da adottare e senza insegnare nulla ai piccoli sulle loro emozioni. A lungo termine, i figli dei genitori che hanno questo stile educativo rischiano di non imparare ad autoregolare la propria ansia, di sviluppare problemi di concentrazione, difficoltà sociali, egocentrismo, tendenza alle dipendenze e bassa tolleranza alle frustrazioni.

Verso una danza armoniosa: il genitore “allenatore emotivo”

Quali caratteristiche dovrebbe possedere, allora, un genitore “allenatore emotivo”? Come è possibile guidare i propri piccoli in una danza dell’ansia che sia flessibile e armoniosa? Qualsiasi adulto può riuscirci, se impara a riconoscere nelle emozioni spiacevoli un terreno di crescita. Mostrarsi disponibili all’ascolto, essere consapevoli e dare valore alle proprie emozioni e a quelle del figlio, sono i passi principali.

Vediamo alcune indicazioni su come comportarci di fronte all’ansia dei nostri bambini:

  • Valutare l’ansia come un’opportunità e occasione di crescita
  • Diventare più consapevoli delle proprie emozioni e riconoscere ed essere sensibili a quelle dei figli
  • Imparare a trascorrere del tempo con un bambino in preda all’ansia, dandogli modo di sperimentarla, anziché provare a reprimerla
  • Non spiegare come ci si dovrebbe sentire 
  • Farsi percepire come un alleato affidabile con cui confidarsi e dare valore alle emozioni del piccolo
  • Ascoltare il bambino ed empatizzare con parole affettuose
  • Aiutare a dare un nome alle emozioni e offrire una guida per padroneggiarle 
  • Discutere il comportamento da correggere, ma non l’emozione, né la persona
  • Porre dei limiti la cui violazione porta a conseguenze chiare
  • Porre dei limiti per insegnare a interiorizzare le regole e non per colpevolizzare 
  • Non fornire soluzioni confezionate, ma cooperare insieme per elaborarle 
  • Aiutare a risolvere i problemi, senza sostituirsi al bambino, ma facendo dei piani utili di azione

Cavalcare l’onda emotiva insieme al bambino gli insegnerà che l’ansia non esploderà, che non sarà permanente e che si trasformerà in un’opportunità per sperimentare nuove abilità di gestione emotiva.

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Articolo pubblicato il 07/04/2020 e aggiornato il 12/05/2020
Immagine in apertura Juanmonino / iStock

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