Paura degli sconosciuti

È una reazione emotiva universale legata all’ansia da separazione verso le figure di accudimento. Ma non deve far preoccupare: si tratta di una fase importante per lo sviluppo del bambino che sta crescendo e mette in mostra le competenze acquisite

Chiara Borgia, pedagogista
Bambina si nasconde dietro un albero

Ci scrive il papà di Luca. «Fino a pochi giorni fa nostro figlio sorrideva a chiunque gli si avvicinasse. “Che bel bambino, così amabile!”, ci dicevano tutti. Noi eravamo molto orgogliosi che fosse così socievole. Poi, all’improvviso, ha cominciato a piangere disperato di fronte a ogni volto nuovo. Adesso, se un estraneo prova a prenderlo in braccio, grida e cerca subito la mamma».

Una delle espressioni di paura più comuni nel bambino è proprio quella verso le persone estranee, per effetto della quale il piccolo, a un certo momento del suo sviluppo, mostra una marcata diffidenza verso gli sconosciuti. Questo processo, solitamente, avviene in modo graduale: attorno ai 6 mesi il piccolo inizia ad avere delle reazioni di diffidenza, a 9 la paura si fa più intensa e aumenta fino al primo anno di vita.

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Separarsi dai genitori

La paura dei bambini verso una persona estranea è legata a quella che viene chiamata “ansia da separazione”, cioè la paura di essere diviso dalle figure genitoriali o di accudimento. Anche quest’ansia compare solitamente intorno ai 6 mesi di vita, ma raggiunge il suo picco intorno ai 15 mesi. Si tratta di una reazione emotiva universale, come dimostrano gli studi, che si manifesta cioè nei bambini di tutte le culture, e possiamo inoltre immaginare quanto questo comportamento sia stato importante per l’evoluzione della nostra specie: aver paura del potenziale pericolo e tornare dalla madre, in passato, poteva garantire la sopravvivenza dei piccoli.

Che figuraccia!

Le manifestazioni emotive di questo tipo sono spesso molto intense e di difficile gestione. I genitori possono infatti provare sconforto o imbarazzo di fronte alle crisi di pianto del proprio bambino, o alle sue insistenti richieste di vicinanza e ai comportamenti poco appropriati in pubblico. «Mio figlio mi fa fare certe figuracce!» è la frase che talvolta sentiamo dire. Sapere che si tratta di fasi dello sviluppo attraversate da tutti i bambini può allora farci sentire più sollevati. Nostro figlio, che può sembrare piagnucoloso o poco socievole, sta in realtà facendo dei passi molto importanti per la sua crescita, dal momento che la paura degli estranei è il risultato di molte competenze che ha acquisito e raffinato: ha iniziato a muoversi in maniera indipendente, a distinguere tra sé e il mondo esterno; ha imparato a riconoscere i familiari e comprende che una persona continua a esistere anche quando si allontana dal suo campo visivo (ecco perché vuole trattenerla a sé); sa riconoscere le reazioni emotive dell’altro; mostra chiaramente cosa vuole e tanto altro.

In ogni caso, non tutti i bambini mostrano la stessa angoscia quando incontrano un estraneo, e ciò dipende in parte dalle caratteristiche individuali del bambino (il cosiddetto temperamento). Altri fattori determinanti sono: il tipo di attaccamento con i genitori, il contesto sociale e le caratteristiche della persona estranea.

Per approfondire

L’attaccamento

Il modo in cui il bambino imparerà a relazionarsi con gli estranei e l’eventuale paura che ne consegue sono strettamente legati all’attaccamento che il piccolo ha costruito con chi si è preso cura di lui fin dalla nascita. Si tratta di un legame emotivo importantissimo, che unisce il bambino alla figura di riferimento e che gli garantisce vicinanza, protezione e sicurezza, un vero e proprio fondamento per il suo successivo sviluppo socio-emotivo. Quindi, se bambino e genitori hanno costruito un buon legame di attaccamento, il piccolo avrà una base sicura che gli consentirà anche di avvicinarsi più facilmente agli sconosciuti, senza timore di perdere i riferimenti genitoriali. Se invece l’attaccamento è debole, sarà molto più probabile il verificarsi dell’ansia da separazione.

Cosa influenza la paura

Numerosi studi hanno messo in luce che i bambini manifestano meno paura quando sono in un ambiente familiare, ad esempio in casa o accanto alle figure genitoriali. Più il bambino si sente sicuro, meno avrà paura degli sconosciuti intorno a lui e potrà pian piano decidere di avvicinarsi a loro.

La paura è influenzata anche dalle caratteristiche della persona estranea e dai suoi comportamenti. I bambini hanno, ad esempio, meno paura degli altri bambini e più paura degli adulti. In generale gli estranei, se sorridenti e amichevoli, suscitano sicuramente meno timore rispetto a quando sono seri.

Solitamente la paura degli estranei scompare autonomamente con il passare dei mesi, ma fattori ambientali, psicologici e educativi possono influenzare questo passaggio.

Spesso, per capire se un estraneo sia o meno una persona da temere, il bambino osserva l’espressione dei genitori, e si basa su quella per decidere come reagire. È l’espressione facciale materna in particolare a influenzare il piccolo, che verifica se la mamma è felice, arrabbiata o impaurita nell’incontrare uno sconosciuto. Questa abilità di “leggere” le emozioni di altre persone al fine di decidere come agire viene chiamata “riferimento sociale”, un’importante conquista per lo sviluppo. Il modo in cui il bambino interpreta una situazione, e di conseguenza anche l’emozione che lui stesso proverà, è influenzato da come viene interpretata dalla persona per lui più significativa. È evidente quindi che genitori aperti, espansivi e amichevoli con le altre persone influenzano positivamente il processo di superamento della paura verso gli estranei, e viceversa.

Aiutarli a entrare in relazione

Possiamo utilizzare queste attenzioni pedagogiche per evitare di ingigantire le paure dei bambini e aiutarli a entrare in relazione con gli sconosciuti. Vediamo come.

  1. Facciamo il primo passo per dare il buon esempio e far capire al bambino che la persona estranea che ha di fronte non è un pericolo: apriamo la porta di casa e salutiamo amichevolmente i visitatori; entriamo per primi dentro la stanza del pediatra quando è il momento della visita (il bimbo ci seguirà); mostriamo al piccolo come accarezzare la barba del nonno che può sembrare così spaventosa; e così via.
  2. Non costringiamo il bambino a baciare, essere baciato o abbracciato dalla persona verso cui manifesta paura.
  3. Rispettiamo i tempi del bambino, dandogli modo di osservare gli estranei da un luogo sicuro (ad esempio stando in braccio a noi), senza forzare l’avvicinamento: sarà lui stesso, quando si sentirà pronto, a lanciare un segnale di apertura (uno sguardo furtivo, un sorriso, ecc.).
  4. Usciamo all’aperto a passeggiare, tenendolo stretto a noi, così potrà osservare gli altri sentendosi al sicuro: scoprirà occhi, bocche, sorrisi, facce, barbe, voci diverse (divertenti, paurose e gentili).
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Immagine per l'autore: Chiara Borgia
Chiara Borgia

pedagogista, svolge attività privata di consulenza pedagogica nel sostegno alla genitorialità e al percorso di crescita di bambini e adolescenti. Coordina progetti di educazione e accompagnamento alla morte e all’esperienza della perdita, si occupa di famiglie adottive e lavora come formatrice per gli operatori di nidi e scuole dell’infanzia nella provincia di Messina. Dal 2018 è vicedirettrice di UPPA.

Articolo pubblicato il 29/05/2020 e aggiornato il 02/12/2020
Immagine in apertura lisas212 / iStock

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