La mediazione familiare, un aiuto per i genitori

Il conflitto, se gestito in maniera adeguata, può diventare una risorsa di cambiamento e portare all’instaurazione di nuovi equilibri. È a partire da questo presupposto che la mediazione familiare si propone di aiutare i genitori durante la separazione

Cecilia Fraccaroli, avvocato e mediatrice familiare
Bambina triste mentre sullo sfondo i suoi genitori litigano

La mediazione familiare è un percorso pensato per aiutare i genitori che vivono un periodo di crisi o che si stanno separando a trovare il modo di comunicare e cooperare per raggiungere insieme accordi e soluzioni condivise, partendo dal presupposto che sono loro stessi i migliori conoscitori delle proprie esigenze e di quelle dei loro figli. 

Riuscire ad accettare i conflitti, le differenze e la separazione stessa, senza farsi la guerra, è un obiettivo ambizioso, tanto difficile da raggiungere quanto degno di essere perseguito, come insegna Fulvio Scaparro, pioniere della mediazione familiare in Italia [1] .

I partner devono essere aiutati a distinguere la fine del legame di coppia dalla permanenza del comune ruolo di genitori, e a considerare una sconfitta la delega ad altri (giudici e avvocati) delle decisioni sul loro avvenire e quello dei loro figli. 

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I danni di una conflittualità esasperata

Spesso la separazione costituisce una dolorosa necessità, ma è importante riflettere sulla diversità del dolore degli adulti rispetto a quello dei figli. Per i primi si tratta del fallimento di un progetto di convivenza e collaborazione, con ripercussioni sociali, affettive ed economiche; per i figli, invece, la separazione rappresenta un potenziale attacco alla propria sicurezza esistenziale, una minaccia al bisogno e al diritto di poter contare sulla presenza degli adulti per crescere. 

Tale esigenza dei figli, in verità, è minacciata anche dalle guerre tra genitori non separati. È importante tenere presente, infatti, che non è tanto la separazione in sé a provocare eventuali danni ai figli, quanto le modalità della separazione. La conflittualità aperta tra i genitori incide negativamente sullo sviluppo della personalità dei bambini: è stato ampiamente dimostrato che  per la salute psicofisica di un figlio è più nociva una famiglia formalmente “integra” ma conflittuale in maniera esasperata rispetto a una situazione in cui la coppia genitoriale è serenamente separata o divorziata [2] . Sul punto sono intervenute numerose decisioni dei Tribunali ordinari e della Corte di Cassazione, che hanno ribadito come l’assistere a violenti scontri tra genitori possa costituire maltrattamento nei confronti dei figli stessi. 

I bambini e i ragazzi, inoltre, imparano proprio dall’esempio che viene loro fornito: il clima familiare vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza potrebbe essere riprodotto in futuro, diventando un esempio virtuoso o un alibi per le proprie intemperanze.

Il conflitto come risorsa

Viviamo immersi in una cultura che definisce il conflitto come un evento patologico, senza tuttavia la consapevolezza che ciò che conta non è l’esistenza del conflitto in sé, ma il modo in cui il conflitto viene gestito. Uno dei tratti più affascinanti della mediazione familiare è proprio la carica innovativa e utopica, il respiro etico che la sostiene e che essa stessa può contribuire a diffondere, grazie al suo potenziale eversivo rispetto ai rigidi stereotipi legati alla separazione tra genitori, tuttora diffusi nella nostra società.

Parole chiave della mediazione familiare sono “conflitto”, inteso come risorsa per il cambiamento, “intelligenza emotiva”, “empatia” e “resilienza”, ossia capacità di adattamento alle situazioni complesse e loro trasformazione in occasioni di crescita [3] .

La mediazione familiare si distingue nettamente dagli interventi di tipo clinico o terapeutico, così come dalla consulenza legale: è un lavoro “a tre”, in cui i genitori e il mediatore, ognuno con le proprie risorse e competenze, si muovono sul terreno dello scontro legato alla separazione, si “sporcano le mani” in cerca di soluzioni nuove e creative, tali da consentire di gestire al meglio – e non necessariamente di risolvere – il conflitto. Si tratta di un percorso caratterizzato da volontarietà, riservatezza, autonomia rispetto all’ambito giudiziario, imparzialità e neutralità del mediatore. 

Per approfondire

Le esitazioni iniziali

Spesso capita che i genitori che si avvicinano al percorso di mediazione – magari consigliati da conoscenti che li hanno preceduti o dal giudice che si occupa della separazione – siano confusi sulla natura dell’intervento e sulla sua stessa utilità. Arrivano ai primi incontri scoraggiati e indeboliti da liti e divergenze che si sono protratte a lungo: è compito del mediatore accoglierli e spiegare loro che lì disporranno di uno spazio nuovo, autentico e sicuro, dove potranno scambiarsi le rispettive idee in modo protetto, riservato e costruttivo. In questo modo, le mamme e i papà hanno la possibilità di ritrovare progressivamente la fiducia in sé stessi e nella propria naturale capacità di prendere le decisioni migliori per i propri figli. 

Quando i genitori si rivolgono a un mediatore cercano risposte, soprattutto riguardo ai bambini. Tuttavia, se la mediazione viene condotta in modo adeguato e se il lavoro si dimostra proficuo, saranno gli stessi genitori a trovare le soluzioni pratiche più adatte alla propria situazione, soluzioni “su misura” per le abitudini, i ritmi e le esigenze di tutti i membri della famiglia.

Il “diritto mite” e gli obiettivi della mediazione familiare

Nella cultura giuridica italiana, come in quella di altri Paesi, si sta diffondendo l’idea che occorra valorizzare forme extragiudiziali di risoluzione delle controversie in un’ottica di “diritto mite” o leggero. La mediazione familiare va in questa direzione, rientrando tra le Alternative Dispute Resolution (ADR), ossia le tecniche alternative di risoluzione dei conflitti.    

“Diritto mite” è una locuzione coniata nel 1992 dal celebre costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, fondata sulla distinzione tra logica formale, da una parte, e ragionevolezza del diritto aperto a diverse alternative possibili, dall’altra. Il diritto mite implica la diversità, e quindi il potenziamento delle personalità di tutti. 

La mediazione eleva la mitezza a principio generale: non rinuncia al conflitto, ma lo rivisita come risorsa. Aiuta dunque i genitori a “spostare” l’oggetto del confronto: li invita ad allontanarsi dalle rispettive rigide posizioni e a scoprire i bisogni e gli interessi di ognuno, che talvolta coincidono (è il caso, ovviamente, del benessere dei figli). 

Una delle principali finalità della mediazione familiare è incidere a lungo termine sulla comunicazione tra genitori: spesso sono proprio modalità di comunicazione sbagliate a produrre comportamenti conflittuali che degenerano in forme croniche di mancanza di ascolto reciproco. Il mediatore è dunque un “facilitatore” che aiuta i genitori ad ascoltarsi a vicenda, al fine di raggiungere in autonomia decisioni comuni che tengano in considerazione i bisogni e i sentimenti dei figli [4]

È importante ricordare, tuttavia, che la mediazione familiare è un percorso che può essere intrapreso solo se ci sono le condizioni adatte, e non è sempre la soluzione più opportuna: norme nazionali e internazionali, ad esempio, vietano di ricorrervi nei casi di violenza. 

Il mediatore 

Un’ultima precisazione circa la figura professionale del mediatore: seppur riconosciuta a livello internazionale ed europeo, non rientra tra quelle “regolamentate”, e manca un albo apposito. Esiste tuttavia una normativa di riferimento (la Legge 4/2013 e la norma UNI 11644) che ne disciplina gli obblighi formativi, deontologici e di condotta. In generale, per avere garanzia di qualificazione professionale e competenza, i genitori potranno verificare l’appartenenza del mediatore scelto a una delle associazioni nazionali riconosciute presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

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Note:
[1] Fulvio Scaparro (a cura di), Il coraggio di mediare, Guerini e Associati, Varese, 2008
[2] Fulvio Scaparro e Chiara Vendramini (a cura di), Pacificare le relazioni familiari, Erickson, Trento, 2018, p. 65
[3] Sonia Chiaravallotti e Giuseppe Spadaro, L’interesse del minore nella mediazione familiare, Giuffrè, Milano, 2012, pp. 154 e ss.
[4] Lisa Parkinson, La mediazione familiare, Erickson, Trento, 2013, p. 36
Bibliografia:
Articolo pubblicato il 11/08/2020 e aggiornato il 04/12/2020
Immagine in apertura fizkes / iStock

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