Conquiste e difficoltà dello svezzamento | UPPA.it

Conquiste e difficoltà dello svezzamento

La lettera di un papà ci offre l’occasione per parlare dei cambiamenti, pratici e simbolici, che l’alimentazione complementare porta con sé

Marta Bottiani,
psicologa
e Sonia Silvestri,
psicologa
Conquiste e difficoltà dello svezzamento

Mio figlio Federico, di 9 mesi, da qualche tempo inizia a fare i capricci a casa durante l’ora dei pasti. La mamma, su consiglio del pediatra, ha iniziato lo svezzamento a 6 mesi esatti, riducendo progressivamente le poppate e inserendo le prime pappe. Dopo un inizio in cui tutto andava per il meglio, adesso il piccolo rifiuta il cucchiaino, e specialmente alcuni alimenti proposti. Da papà vorrei sapere se posso fare qualcosa: come sostenere mia moglie e aiutare Federico in quello che sta diventando un “braccio di ferro” tra noi e lui?
Grazie

Una relazione che si allarga

Molte sono le domande, i dubbi e a volte le preoccupazioni che i genitori si trovano a fronteggiare nel delicato e particolare momento di quello che viene comunemente definito “svezzamento”, ma che preferiamo chiamare “alimentazione complementare”, perché non si tratta di togliere alcun “vizio”. Con l’avvio dell’alimentazione complementare l’atto alimentare non è più legato unicamente alla coppia mamma-bambino: con l’introduzione di nuovi cibi, il mondo entra nella loro relazione.
Proviamo quindi a far luce su questo momento tanto atteso e, talvolta, tanto temuto.

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Un passaggio denso di mutamenti

In questa fase si realizza innanzitutto un importante cambiamento: il bambino perde progressivamente la soddisfazione orale tipica del succhiare in favore di un diverso tipo di soddisfazione che deriva dall’addentare e mordere i cibi solidi.
Per molti bambini la progressiva diminuzione delle poppate e la graduale introduzione dei cibi solidi non implica difficoltà particolari, tuttavia, essendo un cambiamento importante e peculiare per tutta la famiglia, a volte può risultare faticoso.
Si è soliti intendere il momento del passaggio all’alimentazione complementare come qualcosa che riguarda unicamente il bambino, «è il bambino che deve essere svezzato!», e non si presta attenzione alle difficoltà che le mamme possono incontrare. Questa fase costituisce, invece, un passaggio denso di mutamenti anche per le mamme: può accadere che quest’esperienza porti con sé alcune difficoltà e preoccupazioni come, ad esempio, il dispiacere di privarsi della speciale intimità con il proprio bambino che l’allattamento garantiva o la fatica nel tollerare il fatto di essere artefici della frustrazione del bambino legata al non immediato appagamento di un bisogno.
L’alimentazione complementare inaugura una serie di successivi cambiamenti evolutivi che porteranno alle transizioni pannolino-vasino, lettone-lettino e così via; in ciascuno di questi momenti si ripropone sia un particolare vissuto di separazione sia un incontro con il nuovo. La novità è sempre accompagnata da curiosità e, nello stesso tempo, da timore per il cambiamento.

Trasmettere fiducia

La fase dell’avvio dell’alimentazione complementare non corrisponde, dunque, a un percorso rettilineo, anzi. Spesso ci sono brevi periodi di arresto che si possono manifestare attraverso una temporanea inappetenza o un parziale rifiuto del cibo. Affinché questo processo evolutivo possa avvenire in maniera serena e armonica, è necessario che mamma e papà sostengano il proprio bambino nella lenta conquista della fiducia nel mondo: la bontà del cucchiaino, difatti, viene valutata dal bambino in presenza di uno sguardo dei genitori che trasmette fiducia.
All’inizio avviene un cambiamento di “posto” che è emblematicamente rappresentato dal passaggio dall’abbraccio dell’allattamento alla seduta frontale sul seggiolone: dal piacere di essere accolto e contenuto nel ricevere, il bambino passa a una nuova posizione. La seduta frontale è, in fondo, quella tipica dello stare a tavola insieme e propone, quindi, al bambino un modo di alimentarsi più rituale, meno intimo rispetto all’allattamento, che inaugura l’ingresso del piccolo nella convivialità. I bambini possono vivere momenti di sana ribellione oppure possono esprimere atteggiamenti aggressivi, reazioni di rabbia o di protesta che si concretizzano talvolta nel rifiuto di masticare: in questi casi, è importante che chi si prende cura del piccolo li riconosca, li tolleri e dimostri incoraggiamento e sostegno. Come abbiamo già detto, non è solo il bambino ad affrontare una fase importante di cambiamento, ma anche mamma e papà.

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Dare risposte accoglienti

È possibile offrire dei suggerimenti che possano aiutare mamma e papà a trovare dentro di sé risposte più accoglienti e meno rifiutanti: rispondere con l’imposizione o con il rifiuto alle fatiche alimentari del proprio figlio può talvolta creare un circolo vizioso e controproducente che rafforza le difficoltà vissute dal piccolo.

  • L’insistenza genera maggiore resistenza: spesso i “no” del bambino sono direttamente proporzionali all’insistenza degli adulti sul cibo. Ridimensionando il “braccio di ferro” a tavola è possibile che l’atmosfera familiare si alleggerisca e il momento dei pasti divenga così meno teso.
  • Educare alla convivialità: è prezioso promuovere un avvicinamento dei bambini al significato e alla storia culturale che da sempre accompagna il pasto. Lo stare seduti a tavola è un percorso fatto di esplorazione, scoperte, odori, colori, profumi, suoni e sapori nuovi e non deve seguire tabelle prefissate. È fondamentale che mamme e papà ascoltino il bambino rispettando i meccanismi del suo appetito, i suoi “sì’’ ma anche i suoi “no”, cercando di comprenderne le motivazioni e incoraggiandolo a sperimentare nuovi sapori all’interno di una relazione significativa.

Cosa evitare

È consigliabile che gli adulti evitino usi impropri del cibo. Il rischio, infatti, è quello di fare dell’atto con cui ci si nutre uno strumento di potere. Sono poco produttivi, anzi, dannosi, gli interventi intimidatori, ricattatori o che utilizzano logiche affettive: «Se non mangi tutto, chiamo il vigile che ti porta in prigione!», «Se non finisci la pappa, non andiamo al parco!», oppure «Se non mangi, la mamma è triste e piange!». Sono affermazioni che rischiano di confondere il bambino e di proporre modalità di uso del cibo a cui il bambino potrà ricorrere per ottenere altro.

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Pubblicato il 03/08/2018

Immagine in apertura Anchiy / iStock