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Quando il bambino reagisce male ai divieti

Talvolta i bambini arrivano a dei punti di rottura manifestando reazioni “esplosive” di fronte ai divieti: la chiave per correggerle sta nell’ascolto e nella pianificazione

Elena Ravazzolo,
pedagogista
Quando il bambino reagisce male ai divieti

Buonasera,
sono abbonata a UPPA e condivido la vostra impostazione sull’educazione dei più piccoli. Sono in dolce attesa e ho una bambina di quasi 1 anno e mezzo di indole allegra e sorridente seppur – da sempre – con reazioni molto forti rispetto ai divieti. In particolare, ricorre da quando aveva 1 anno una reazione “autolesionista” al «No!», soprattutto quando il divieto si colloca in un momento di stanchezza. In questi casi la bambina colpisce ripetutamente la testa sui mobili o sul pavimento, oppure si percuote la testa con la mano, ma non vede questi comportamenti nei genitori. L’unico caso in cui può aver visto qualcosa di simile è quando la tata colpisce, ad esempio, una sedia se vede che la bambina si è fatta male con quell’oggetto.
Ritenete possa essere ritenuto un comportamento normale oppure vale la pena approfondire?
Grazie 

Gentilissima mamma,
il fatto che sua figlia manifesti comportamenti autolesionisti soprattutto nei momenti di stanchezza porterebbe a pensare che il problema sia di carattere educativo.
L’essere “adulti” ci mette nella posizione di sapere a priori quando arriverà il punto di rottura. Non a caso tutti i genitori sanno perfettamente quali sono i momenti più duri della giornata e le richieste che quasi inevitabilmente porteranno a delle situazioni “difficili da gestire”. Ebbene, se il genitore riesce a prepararsi prima, questi momenti possono essere evitati così come tutti quelli che seguono a catena. Innanzitutto deve esserci una pianificazione condivisa da parte di entrambi i genitori: questa è una condizione necessaria.

Una questione di stile educativo

Dal punto di vista pedagogico la soluzione non sta nel trovare il giusto modo per affrontare il comportamento autolesionista, ma piuttosto nell’adottare uno stile educativo che non metta il bambino nella condizione di autoledersi per farsi ascoltare. La maggior parte delle volte si tratta proprio di un’esplosione emotiva dettata dal fatto che i bambini non si sentono ascoltati e capiti e, non avendo la capacità di esprimersi, o non riuscendo a comunicare quello che sentono o che vorrebbero dire, si esprimono in capricci, pianti o con comportamenti autolesionisti.
Ascoltare il proprio figlio significa avere nei suoi confronti l’attenzione che permette di rispondere alle sue richieste fisiche, affettive e di crescita. Quando un bambino arriva a farsi del male per ottenere l’attenzione, possiamo supporre che abbia la percezione di non essere ascoltato.

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Ascoltare un bambino di 1 anno e mezzo significa osservarlo, osservare quello che tocca e come lo tocca, quello che vuole provare a fare e come lo fa, come si muove e verso quali cose. Ascoltare, quindi, significa osservare e predisporre ciò che gli interessa in modo che possa trovarlo e scoprirlo, impararlo. Se colmerà le sue curiosità, la sua bambina sarà soddisfatta e non frustrata e sarà quindi maggiormente disposta a fare quanto le viene chiesto o indicato e il punto di rottura che porta all’eccesso sarà evitato.

Preparare ai cambiamenti

Anche se i bambini sono piccoli, sono comunque in grado di capire le cose che girano loro intorno, ma il codice comunicativo che più di ogni altro decifrano è quello affettivo. La loro domanda di contatto, di attenzioni e di esclusività va colta e assecondata per poter in un secondo momento fare delle richieste o spiegare i giusti comportamenti. Non è mai troppo presto per mostrare e spiegare, l’unica attenzione deve essere quella di farlo usando frasi semplici e comprensibili da parte della bambina.
La chiave dell’educazione è quindi preparare i bambini ai cambiamenti. Il che significa che il momento in cui si vuole portare il bambino a fare qualcosa va preparato e annunciato. Per essere più chiari, se la bambina sta giocando ed è ora di lavarsi i denti, non è pensabile che in cinque minuti lasci il gioco e corra in bagno. Oppure se lei rientra a casa dopo una giornata di lavoro o dopo essere andata a fare una commissione, i primi venti minuti devono essere totalmente dedicati alla bambina: solo quando sua figlia avrà fatto “il pieno di coccole della mamma” lei potrà fare qualcos’altro.

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L’attesa del fratellino o della sorellina dovrebbe essere condivisa nella gioia ma anche nei dolori, nei momenti di stanchezza, nella pianificazione e negli inevitabili cambiamenti che arriveranno. In questo modo, comunicando le sue emozioni di mamma, educherà sua figlia a riconoscere le proprie e a imparare a gestirle. Provate a immaginare le cose insieme: il profumo, i pianti, la gioia e anche e soprattutto la stanchezza e la fatica.

La tabella settimanale

È consigliabile, per i piccoli dall’anno di età in su, organizzare una tabella settimanale per immagini, appesa in un posto che loro possano vedere, in cui inserire tutte le attività riguardanti la vita quotidiana nonché con chi e dove il bambino trascorrerà la sua giornata. Questo perché, se i bambini sanno quello che dovranno fare, godranno di una maggiore tranquillità e serenità: in ogni momento potranno essere ricondotti a osservare il punto della giornata in cui sono arrivati. Inoltre, va previsto e sottolineato il tempo dei saluti sia quando ci si lascia – per evitare che vengano vissuti come un abbandono – sia quando ci si ritrova – per godere insieme del ricongiungimento.
Siamo molto preparati e organizzati per tutto ciò che riguarda il lavoro e la quotidianità, non possiamo lasciare all’improvvisazione o all’istinto la parte più importante della nostra vita: la genitorialità. Essere genitori è indubbiamente un compito di grande responsabilità e fatica, ma se lo si pianifica diventa un gioco da ragazzi.

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Elena Ravazzolo, pedagogista, svolge attività privata di consulenza pedagogica nel sostegno alla genitorialità e al percorso di crescita nell’educazione allo studio di bambini e adolescenti. Coordina progetti di educazione ambientale ed extrascolastica e lavora come formatrice per genitori nella provincia di Padova. Dal 2018 scrive per UPPA.

Pubblicato il 30.03.2018 e aggiornato il 02.04.2018
Immagine in apertura Alexei-DOST / iStock / Getty Images Plus