Fiabe da tutto il mondo per formare genitori consapevoli

Le fiabe di ogni tempo e luogo non sono solo uno strumento di intrattenimento per i bambini: contengono anche riflessioni complesse sulla genitorialità

Antonella Bastone, pedagogista
Bambina che legge un libro di fiabe in compagnia di uno dei suoi genitori, la mamma

La fiaba è da sempre uno strumento narrativo dotato di uno straordinario potere comunicativo: è capace di raggiungere ogni destinatario, indipendentemente dall’età o dall’appartenenza socioculturale. Considerata in genere un semplice intrattenimento infantile, la fiaba è in grado in realtà di comunicare messaggi formativi anche agli adulti e, in particolare, ai genitori di oggi [1] . Vediamo di seguito alcuni esempi.

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Ogni bambino è unico: la lezione di Pollicino

Il tema della nascita è universalmente presente nelle fiabe, ma c’è un aspetto che emerge con grande frequenza, ossia l’arrivo di un bambino, spesso dopo una lunga e tormentata attesa, che non corrisponde ai desideri dei genitori. Fiabe come Pollicino dei fratelli Grimm [2] , per esempio, insistono proprio su questo tema: una coppia che desidera ardentemente un figlio e, dopo tante preghiere, vede avverato l’intimo desiderio di genitorialità, ma il piccolo si discosta dalle aspettative. 

La fiaba, nel suo linguaggio metaforico, dà voce a una delle preoccupazioni più consuete e naturali della coppia genitoriale, vale a dire l’eventualità che il bambino sia molto diverso da come lo si immaginava, provocando così sentimenti di delusione e frustrazione. Anche le dimensioni di Pollicino sono, ovviamente, metaforiche e rappresentano per l’appunto il timore di non essere all’altezza delle attese dei genitori, per esempio di non essere abbastanza belli, intelligenti, capaci. 

Tuttavia, nella fiaba di Pollicino, i genitori danno prova di un naturale sentimento di accettazione del bambino per quello che è realmente, lo amano e lo accolgono fin dall’inizio nella sua peculiarità. Tra l’altro, nelle sue incredibili avventure, Pollicino dimostra di possedere eccellenti abilità, a dispetto della sua minuscola statura. 

La fiaba dà voce a una genitorialità improntata non solo all’accettazione del bambino con tutte le sue caratteristiche, ma anche alla trasmissione della fiducia nelle proprie potenzialità. Educare un bambino significa innanzitutto accettarne l’unicità e, a partire da questo, guidarlo alla scoperta del mondo: ogni bambino è unico e irripetibile, e non tutti arrivano nello stesso momento allo stesso traguardo.

Qualcuno anticipa certe tappe (per esempio il linguaggio, la deambulazione, le autonomie fisiologiche), qualcun altro ha bisogno di un po’ più di tempo, ma non significa che non ci arriverà. Può darsi che quel bambino, in quel momento, si stia concentrando su altri aspetti dello sviluppo, oppure  che mostri addirittura abilità spiccate su fronti differenti. In ogni caso, è solo nel rispetto dei tempi e ritmi personali, oltre che nella valorizzazione della specificità del piccolo, che un genitore svolge a pieno la sua funzione educativa. 

Piuma D’Oro e l’importanza delle regole

La genitorialità non si esaurisce ovviamente nella generazione di un figlio: una sfida ben più complessa è l’educazione, intesa come processo ragionato e consapevole e accompagnamento del bambino alla vita. 

La fiaba di Luigi Capuana Piuma d’oro [3] affronta alcuni nodi complicati della relazione genitori-figli, particolarmente attuali nell’educazione delle nuove generazioni. Il tema fondamentale è infatti l’importanza delle regole, intese come “contenitore” fondamentale per la crescita. Oggi si parla a questo proposito di “modello permissivista”, per indicare quelle famiglie incapaci di stabilire un sistema normativo che regoli i comportamenti del bambino: stabilire regole chiare e coerenti, saper rifiutare all’occorrenza alcune richieste, proibire certi comportamenti, chiarire e condividere la distribuzione del potere può far temere di non venire poi amati abbastanza e di non essere buoni genitori. 

Nella fiaba di Piuma d’Oro, un Re e una Regina sono innamorati della loro bambina, Piuma d’Oro appunto, bellissima, ma impunemente capricciosa, dispettosa ed egoista. Le perdonano ogni marachella, banalizzando le sue malefatte. Piuma d’Oro verrà punita e si trasformerà in una bellissima fanciulla più leggera di una piuma, incapace materialmente di tenere i piedi per terra ed esposta di continuo al rischio di essere spazzata via dal vento: la piuma è una metafora evocativa che rimanda non solo alla leggerezza, ma anche alla fragilità di chi non ha ricevuto il giusto contenimento normativo. La mancanza di regole e confini precisi rende il soggetto fragile e disorientato, incapace di capire quale direzione prendere e ridotto a volteggiare a ogni soffio di vento, proprio come Piuma d’Oro. 

Per quanto sia spesso difficile e faticoso, stabilire delle regole che il bambino deve imparare a rispettare è un aspetto fondamentale dell’educazione, parallelo e complementare al legame d’amore e di fiducia: si ama anche con le regole, anzi orientare con pazienza e autorevolezza lo sviluppo del piccolo è una grande prova d’amore del genitore. 

Fratelli “fiabeschi” tra rivalità e complicità 

La nascita di altri figli impone alla coppia genitoriale nuovi compiti evolutivi: se da un lato i genitori hanno già sperimentato l’evento della nascita e hanno sviluppato le proprie competenze genitoriali, dall’altro si trovano a dover affrontare per la prima volta le dinamiche relazionali tra fratelli. Le relazioni tra fratelli sono una “palestra sociale” di grande importanza per il bambino, caratterizzata da emozioni intense e contrastanti.

Il rapporto tra fratelli, infatti, consente di fare contemporaneamente esperienze di conflitto e di cooperazione, di oppositività e di condivisione. I genitori hanno il compito di monitorare lo sviluppo delle relazioni fraterne, stimolando “esercizi” di negoziazione e senza negare le opportunità di crescita offerte dalle dinamiche di conflitto. Il conflitto, infatti, è un elemento fisiologico delle relazioni tra bambini, sia amicali che fraterne, è un modo, cioè, inevitabile di entrare in relazioni con i pari. Le situazioni di contrarietà e oppositività sono un’occasione preziosa per imparare strategie di interazione e di cooperazione

Per quanto le dinamiche di conflitto tra fratelli siano spesso molto faticose da gestire per i genitori, bisognerebbe cercare di assumere una prospettiva più a lungo termine: senza la possibilità di sperimentare situazioni di contrarietà, il bambino non potrà mai affinare abilità come la collaborazione e la mediazione, fondamentali in tutte le età della vita.

Per questo motivo occorre ridurre al minimo i propri interventi nei conflitti tra bambini, evitando, per esempio, di intromettersi prima di capire se i contendenti riusciranno ad arrivare da soli a una soluzione, o di imporre la pace senza che abbiano avuto possibilità di esprimere le proprie ragioni. Non bisognerebbe poi mai trasmettere l’idea che i “bravi bambini” siano i bambini che non litigano mai. 

È compito dell’adulto assumere un ruolo di mediatore e di facilitatore della comunicazione: innanzitutto chiedendo agli interessati di parlarsi e di esprimere reciprocamente le proprie ragioni, per chiarirsi e manifestare anche le emozioni associate allo scontro («Come mi sono sentito quando hai detto o hai fatto questo?»), in modo da favorire lo sviluppo dell’empatia; infine, sostenendoli nella ricerca della migliore soluzione per tutti.

Il valore della cura: Mpipidi e l’albero motlopi

Le fiabe di tutto il mondo parlano regolarmente di rapporti più o meno felici tra fratelli. Probabilmente le fiabe tradizionali più impresse nella nostra memoria sono quelle che raccontano di rapporti di fratellanza segnati dalla competizione, dall’invidia e dal tradimento. Sono tantissime le fiabe in cui compaiono personaggi indispettiti dalla bellezza, dal valore, dalle abilità del fratello (o della sorella) e che utilizzano ogni strategia per annientarlo o danneggiarlo. 

Tuttavia, esistono anche molte fiabe che ci parlano di straordinari rapporti di affetto, solidarietà e collaborazione tra fratelli. Tra queste una bellissima fiaba, di origine africana, intitolata Mpipidi e l’albero motlopi [3] , racconta dell’intimo desiderio di un bambino di avere una sorellina, pur avendo già un fratello minore.

La natura sembra ascoltare questo desiderio segreto e Mpipidi, mentre è al pascolo con le mucche, trova nel folto del bosco una neonata. Non si sa da dove arrivi, ma il suo nome – Keneilwe, ossia “colei che viene donata” – lascia intendere un’origine speciale. La fiaba narra, con grande delicatezza, la relazione di cura di questo fratello maggiore nei confronti della “sorellina”, che nutre e protegge di nascosto. Quando i genitori di Mpipidi scopriranno il segreto, la bambina entrerà a far parte ufficialmente della famiglia. 

Messaggi che attraversano i tempi e le culture

Per concludere, le fiabe di ogni tempo e ogni cultura sono ricchissime di messaggi formativi per gli adulti di oggi. In particolare, il tema della genitorialità, con cui gli esseri umani si sono dovuti confrontare da sempre, ricorre con frequenza ed è affrontato con grande onestà, mostrando non solo gli aspetti piacevoli e idealizzati della maternità e della paternità, ma anche tutti i nodi di criticità e difficoltà che questa fase della vita comporta.

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Note
[1] Antonella Bastone, Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, Celid, Torino, 2021
[2] Jacob e Wilhelm Grimm, Tutte le fiabe, Donzelli, Roma, 2015
[3] Luigi Capuana Stretta la foglia, larga la via. Tutte le fiabe, Donzelli, Roma, 2015
[3] Nelson Mandela, Le mie fiabe africane, Feltrinelli, Milano, 2018
Bibliografia
Articolo pubblicato il 11/06/2021 e aggiornato il 30/06/2021
Immagine in apertura bogdankosanovic / iStock

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