«Mi leggi una fiaba?»

In un mondo sempre più dominato dai dispositivi tecnologici, dove gli stessi bambini vengono definiti “nativi digitali”, perché parlare ancora di fiabe?

Antonella Bastone, pedagogista
Mamma che legge una fiaba alla suaa bambina

La fiaba occupa un ruolo ben riconosciuto nei programmi educativi dei bambini perché a essa sono attribuite funzioni importanti per lo sviluppo dell’intera personalità.  Attraverso l’uso della metafora e del linguaggio simbolico, consente infatti di arrivare con facilità a ogni destinatario, in particolar modo al bambino. Ricordiamo che nella prima infanzia egli si nutre di pensiero magico: la fantasia è, per lui, uno strumento utilissimo, non solo per esprimere la propria creatività, ma anche per compensare le spiegazioni realistiche, spesso di difficile comprensione, per i naturali limiti nella capacità di astrazione e razionalizzazione. Vediamo più nel dettaglio quali sono i principali benefici che derivano dalla lettura di fiabe.

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La fiaba come esercizio di creatività

La trama tipica della fiaba parte inevitabilmente da un problema iniziale e arriva alla sua risoluzione (il tanto atteso “lieto fine”), attraverso l’attivazione di risorse, la sperimentazione di strategie, ma anche il sostegno di aiutanti magici e doni fatati. Rappresenta a tutti gli effetti un esercizio di problem solving, dove l’impegno e la perseveranza sono premiati, a discapito delle facili scorciatoie: un messaggio particolarmente utile e significativo per i bambini di oggi, abituati spesso a desiderare molto, con immediatezza e facilità.

La fiaba è il luogo d’incubazione per eccellenza del pensiero creativo e ipotetico-deduttivo. La fantasia, in senso neurocognitivo, rappresenta l’esercizio della corteccia prefrontale e stimola la capacità di immaginare alternative e di fare ipotesi di intervento: solo prendendo in considerazione un mondo possibile si può sviluppare la capacità di agire sulla realtà e intervenire per trasformarla attivamente.

La fiaba come occasione per sperimentare emozioni

In secondo luogo, la fiaba rappresenta un luogo protetto per il contenimento, la sperimentazione e, più in generale, la gestione delle emozioni: attraverso l’identificazione con temi, vicende e personaggi delle storie, il bambino ha la possibilità di entrare in contatto con il proprio mondo interiore e di dare voce a vissuti spesso difficili da esprimere. Le fiabe utilizzano la semplificazione e stereotipizzazione dei personaggi (per esempio il buono e il cattivo, l’eroe e l’antagonista, la fata e la strega); una strategia che permette al bambino di “afferrare” il problema nella sua forma essenziale, rintracciando anche i meccanismi per la sua soluzione e il raggiungimento del lieto fine. Il personaggio negativo nelle fiabe è pertanto necessario, perché grazie alla sua sconfitta finale consente al bambino di superare simbolicamente paure, conflitti e ansie interiori.

Tuttavia, molti adulti di oggi diffidano delle storie che parlano esplicitamente della sofferenza, poiché ritengono che al bambino dovrebbero essere presentate solo immagini piacevoli e il piccolo dovrebbe essere esposto solo al “lato buono delle cose”.  Ma la vita non è così: richiede di superare frustrazioni, problemi, difficoltà, insuccessi. Le fiabe pongono onestamente il bambino di fronte ai problemi principali degli esseri umani, alla loro ricchezza emotiva, anche nella sua ambiguità e criticità.  È necessario superare la convinzione che le immagini e i personaggi negativi delle fiabe possano produrre e stimolare paure e angosce nel bambino; il bambino in realtà ha già molte paure dentro sé, spesso vaghe e imprecise. La fiaba lo aiuta a dare una forma concreta e personificata ai suoi timori, che diventano così identificabili. 

Per approfondire

Giocare con la fiaba

A ogni modo la lettura viene sperimentata in un contesto protetto, perché il bambino può chiedere di interrompere la fiaba o di soffermarsi sui passaggi che lo interessano di più. Inoltre, adulto e bambino insieme possono giocare a metterla in discussione, smontando e rimontando i suoi ingredienti, in modo da utilizzarla come una trama revisionabile. È poi il bambino stesso che avverte quale fiaba risponda meglio alla sua situazione di quel momento, per esempio chiedendo di ascoltare molte volte la stessa fiaba: in quella trama c’è forse qualche elemento di cui il bambino ha bisogno e di cui si serve per affrontare il proprio mondo interiore.

Il legame affettivo

Infine, da un punto di vista educativo, l’acquisizione più importante è certamente a livello di relazione: il tempo speso nella lettura e ascolto di una fiaba produce una “densità” a livello affettivo e relazionale raramente rintracciabile in altre attività. Quando si dedica un tempo autentico di lettura al bambino, dobbiamo sospendere ogni altra occupazione e concentrarci su quanto si sta condividendo in quel momento. La lettura rafforza innanzitutto il legame con l’adulto che legge; basti pensare a come ci si dispone fisicamente quando si condivide una storia: i corpi, gli sguardi, la mimica facciale condividono ben più di una trama; comunicano intimità, conforto, condivisione, affetto.

La fiaba quindi è un dono per chi la racconta e per chi l’ascolta, come cantato in un’antica cantilena dei Tartari della Siberia:

Tre mele caddero dal cielo dorato:

una per chi la favola ha domandato

una per chi la favola ha narrato

una per chi la favola ha ascoltato.

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Bibliografia:
  • Antonella Bastone, Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2020
  • Bruno Bettelheim, Il mondo incantato della fiaba, Feltrinelli, Milano, 1982
  • Stefano Calabrese, Letteratura per l’infanzia. Fiaba, romanzo di formazione, crossover, Mondadori, Milano, 2013
  • Marco Dallari, La fata intenzionale. Per una pedagogia della fiaba e della controfiaba, La Nuova Italia, Firenze, 1999
Articolo pubblicato il 19/03/2021 e aggiornato il 19/03/2021
Immagine in apertura gpointstudio / iStock

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