Non tutti i bisogni dei bambini sono reali

I bisogni dei bambini sono tanti, alcuni reali e altri indotti. È importante riconoscerli e distinguerli, per capire cosa è veramente importante

Immagine per l'autore: Giuseppe Sparnacci
Giuseppe Sparnacci , psicoterapeuta
Bambina sdraiata e coccolata dalla mamma e dal papà

Sembra che la nascita della parola bisogno risalga all’epoca medievale, quando si latinizza una parola di origine franca *bisōnnon che voleva dire cura, sollecitudine, attenzione, ma anche necessità. In fondo, il significato della parola rimane ancora oggi questo: il bisogno è la mancanza di qualche cosa (materiale o cognitiva o relazionale o affettiva) di cui si sente oppure si ha necessità.

Parlare di bisogni implica una loro distinzione in più categorie: ci sono i bisogni reali, i bisogni indotti, quelli percepiti consapevolmente e quelli reali ma non percepiti.

Bisogni percepiti e bisogni reali

La categoria dei bisogni reali, riferiti al bambino, corrisponde a quei bisogni che, se non vengono soddisfatti, comportano una serie di danni alla crescita intesa in tutte le sue componenti: fisiche, mentali, emotive, relazionali. 

I bisogni reali vengono percepiti consapevolmente da chi si prende cura del bambino (dandogli da mangiare, consolandolo, tenendolo in braccio, predisponendo i luoghi della sua vita e così via) e possono essere ricondotti a quelli che vari psicologi chiamano bisogni fondamentali.

Questi bisogni, se soddisfatti, garantiscono la sopravvivenza (alimentarsi, bere, avere una casa), le relazioni sociali (prime fra tutte quelle tra il bambino e i suoi genitori o chi si prende cura di lui) e la crescita nell’equilibrio tra protezione e autonomia. 

I bisogni fondamentali, la cui soddisfazione andrebbe assicurata a tutti i bambini, spesso rimangono inappagati. Pensiamo a bambini costretti a vivere in zone di guerra o a lasciare la loro casa e il loro Paese oppure a vivere in situazioni di povertà più o meno estrema. 

Alcuni dei bisogni reali, poi, possono non essere percepiti consapevolmente, come per esempio garantire al bambino un ambiente di vita senza inquinanti, offrirgli occasioni di soddisfare la sua curiosità, aiutarlo a maturare la sua autonomia, prevenire le malattie.

In quella che viene chiamata la società del benessere, c’è inoltre una moltitudine di bisogni indotti. È la logica del mercato orientato al consumo, che produce una serie continua di bisogni che non sono, di per sé, fondamentali, ma che spesso vengono percepiti come irrinunciabili. Genitori, parenti, adulti, amici dei genitori si convincono (per via di campagne pubblicitarie altamente persuasive) che i loro bambini hanno sempre più bisogni da soddisfare. 

Bisogni di giocattoli indotti dal mercato

Se prendiamo in esame il mercato dei giocattoli per bambini, anche molto piccoli, troviamo una miriade di proposte, riconducibili in genere alla categoria dei bisogni indotti. Ci sono molti cataloghi che propongono l’acquisto di giocattoli, talvolta parecchio costosi, che risponderebbero a specifici bisogni di crescita.

Giostrine da posizionare sopra la culla, tappeti elettronici che promettono lo sviluppo delle capacità motorie e della coordinazione manuale, registratori camuffati da peluche per registrare la voce della mamma oppure marchingegni che favoriscono il sonno con dolci ninna nanne. Ci sono oggetti come il vasino con volante, sedile ergonomico e paraspruzzi incorporato. Oppure oggetti per imparare l’alfabeto, contare e nominare le parti del corpo, o altri ancora che parlano inglese. E via e via…

Sono tanti i genitori che subiscono l’imperativo di doversi assicurare il gioco “educativo” migliore per lo sviluppo delle capacità cognitive, musicali, motorie del loro bambino. E per questo hanno a disposizione negozi sempre più specializzati, spesso sostenuti da associazioni di categorie mediche o psicologiche o pedagogiche. C’è il reale pericolo che il genitore si convinca che se non dà al bambino i giocattoli adatti per rispondere ai suoi presunti bisogni, lo crescerà inadeguato a sfidare la complessità del mondo contemporaneo. 

Ciò che importa è la relazione

I bambini per crescere e imparare hanno bisogno di relazioni con altri esseri umani, non di sostituti meccanici. I numeri, i colori, le forme, i linguaggi (della propria lingua o di altre lingue), i ritmi e la musica si imparano davvero non con giocattoli esplorati in solitudine, ma nel continuo contatto con le cose che abbiamo a disposizione nella vita quotidiana e, soprattutto, attraverso il rapporto che il bambino instaura con gli adulti che si prendono cura di lui e nelle relazioni con altri bambini. 

La quotidianità offre di per sé continue occasioni di apprendimento per i piccoli. Il genitore che si rapporta con il bambino anche attraverso semplici oggetti non gli sta facendo sperimentare banalità ma relazione, scoperta, creatività nell’uso degli oggetti. Un percorso sicuramente più ricco di quello predisposto dai giocattoli industriali.

Nei giocattoli dotati di automatismi (dinamo, pile, tasti di accensione) l’azione viene fondamentalmente svolta dal giocattolo stesso, rendendo il bambino spettatore passivo e limitandogli la possibilità di incontrare ostacoli autentici.

Si limita cioè la sua possibilità di mettersi alla prova, di superare da solo gli ostacoli, e di impegnare attivamente le proprie facoltà per la risoluzione dei problemi posti dalla realizzazione di un certo gioco. Questo tipo di giocattolo tende a privare il bambino di un ruolo attivo, non garantendogli l’opportunità di manipolare, controllare e comprendere

In questo modo rischiamo di formare non individui che sviluppano le loro capacità, come promette l’industria del giocattolo, ma piuttosto individui che si limitano a schiacciare tasti, senza capire, rimanendo inermi di fronte a quanto succede. 

I bisogni fondamentali dei bambini di oggi sono gli stessi di quelli di ieri

Anche le tecnologie multimediali, con le quali i bambini si incontrano molto presto (tv, computer, telefonini), di fatto non cambiano i bisogni fondamentali dei bambini. Cambiano gli strumenti utilizzati ma i bambini di oggi hanno gli stessi bisogni fondamentali dei bambini del passato

Il bambino ha ancora il bisogno di ricevere, in maniera costante, messaggi e testimonianze di vicinanza, e di poter contare sulla presenza di chi si prende cura di lui. I bambini, per un lungo periodo di tempo, percepiscono la propria fragilità: la loro forza è sentirsi accettati, voluti, difesi, amati.

Da parte dell’adulto che si prende cura del piccolo il problema può essere a volte la stanchezza, l’insicurezza, o anche la rabbia momentanea nei confronti del bambino. L’importante non è eliminare le difficoltà di rapporto, ma riuscire, alla fine, a superarle; è poter dimostrare al bambino che, nonostante i conflitti, è sempre accettato per quello che è e ci si continuerà a occupare di lui. 

Un esperimento crudele dell’imperatore Federico II

Salimbene da Parma, un frate francescano vissuto tra il 1221 e il 1290, nella sua Cronica narra che Federico II di Svevia (1194-1250) voleva sapere quale fosse stata la lingua parlata da Adamo, il primo uomo. I suoi saggi si dividevano tra chi sosteneva che fosse l’ebraico e chi invece affermava che si trattasse del greco. Per decidere chi avesse ragione, Federico mise in atto una specie di crudele esperimento scientifico.

Prese una ventina di bambini appena nati, riservò loro una stanza del suo palazzo e dette ordine a delle donne (che non erano loro madri) di allattare regolarmente i bambini. Subito dopo che i bambini fossero stati nutriti e puliti, dovevano essere lasciati soli nella loro stanza e nelle loro culle. Nessuna delle nutrici doveva dire neanche una parola ai bambini, né intrattenersi con loro oltre il tempo necessario alla pulizia e all’allattamento. Ci si aspettava così di assistere alla nascita di un linguaggio che avrebbe dimostrato quale fosse stata la prima lingua parlata. Purtroppo tutti i bambini ben presto morirono e così non si è mai saputo quale fosse stata la prima lingua umana!

Oggi siamo sicuri che i bambini morirono perché, nonostante fossero regolarmente nutriti, i loro bisogni di accudimento e di relazione non venivano soddisfatti. Non basta infatti il solo nutrimento fisico. I bambini hanno estremo bisogno di essere toccati, cullati; hanno bisogno della presenza costante di un adulto che si prenda cura di loro, che li faccia sentire al sicuro e risponda in tempi ragionevolmente brevi alle loro richieste. 

Il potere della cura

Vari studi hanno dimostrato che durante i primi tre anni di vita i bambini hanno bisogno di essere accuditi in maniera costante. Da questo dipende non solo la loro sopravvivenza, ma anche la capacità di sviluppare fiducia negli altri esseri umani e in sé stessi.

Un’esperienza stimolante nelle prime fasi della vita è alla base di tutte quelle abilità che riguardano la comprensione degli altri e del mondo, sul piano sia cognitivo che emotivo-relazionale. Un tipo di esperienza, cioè, di uno o più adulti che sappiano cogliere i segnali di interesse e di richiamo del bambino, che rispondano a questi segnali, attivando quella propensione a un dialogo ricco di emozioni per entrambi.

Nel rapporto di cura del bambino, si sviluppano vari comportamenti dell’adulto verso il bambino, e viceversa, che riguardano il piacere di stare insieme, di sentire il calore e l’intimità reciproche, di vivere, da parte del piccolo, la protezione, la sicurezza e l’accoglimento. 

Già a 8 settimane il bambino che ha ricevuto cure adeguate riesce a dare risposte diversificate al volto e alla voce della madre, distinguendoli dal volto e dalla voce del padre. Ognuno dei due genitori a sua volta, in questi due primi mesi di vita, avrà imparato a cogliere i segnali del figlio e a rispondervi sempre più adeguatamente. Questa capacità di dialogo se da una parte risulta stupefacente, dall’altra ci dice che ogni futura acquisizione del bambino si dovrà fondare sempre nella relazione emotivamente ricca e significativa con gli altri.

Ci dice anche che i genitori si trovano a interagire con “quel” particolare bambino, che sarà inevitabilmente diverso da altri bambini della sua età, pur condividendo con questi molte fasi dello sviluppo, che si presentano in una continuità analoga per tutti i bambini. L’unicità delle risposte di ogni bambino ci dice che da molto presto si forma un individuo con caratteristiche personali che lo distingueranno da qualunque altro bambino suo coetaneo e da ogni altro individuo quando sarà cresciuto.

Promuovere e rispettare l’autonomia

Questo essere individuo unico, portatore di caratteristiche personali, andrà considerato come una sorta di “bisogno” da soddisfare in tutte le successive fasi della crescita. Un’attenzione particolare, da parte degli adulti, siano essi genitori, parenti, educatori, dovrà essere rivolta al rispetto e alla soddisfazione di questo importante bisogno di individualità.

Un bisogno che ben presto si traduce nella necessità di crescente autonomia, che si manifesta dapprima nei tentativi del bambino di risolvere situazioni molto semplici («Come faccio ad avvicinarmi a un oggetto che mi interessa?»), e poi sempre più riguarderà la sfera cognitiva («Cosa penso io e cosa pensano gli altri?») fino ad arrivare alle scelte di tipo emotivo molto personali («Desidero che quella persona sia legata a me con amore»). 

Il rispetto del bisogno di individualità e di autonomia del figlio è spesso, per i genitori, quello più difficile da soddisfare. È facile confondere il desiderio di dare un aiuto con il sostituirsi al figlio anche quando questi sarebbe capace di fare da solo, cominciando da quando è piccolo. Certo, finché il bambino non si muove autonomamente (fino cioè all’età del cosiddetto gattonamento), se ci si accorge che desidera qualcosa gliela porgeremo noi. Ma appena il bambino diventa capace di raggiungere da sé l’oggetto, dobbiamo resistere alla tentazione di essere noi a darglielo.

E così anche più tardi, per le situazioni che saranno sempre più complesse. Non bisogna mai dimenticare che il miglior aiuto che possiamo dare ai nostri figli è renderli capaci di progressiva e crescente autonomia e riuscire a trasformare la relazione con loro dal costante e totale accudimento inziale a un rapporto di reciproco rispetto delle proprie individualità e autonomie.

Un consiglio di lettura

«I bambini piangono perché un sasso è scivolato nell’acqua, perché lo shampoo pizzica gli occhi, perché hanno sonno, perché fa buio. Piangono forte, per farsi sentire. Per consolarli ci vogliono gli occhi gentili. E una lucina vicina al letto. I grandi, invece, amano dormire al buio. Non piangono quasi mai, neppure se lo shampoo entra nel naso, e se capita, piangono piano. Tanto piano che i bambini non se ne accorgono. O fanno finta di non vedere niente» (Beatrice Alemagna, Che cos’è un bambino, Topipittori, 2008).

Che cosa sono i bambini lo sanno tutti, ma raccontarli dall’interno lo sanno fare in pochi. I bambini di Beatrice Alemagna sono persone semplici, che prendono le cose sul serio; sono persone oneste e sincere, capricciose e tutte diverse l’una dall’altra; persone che un giorno cambieranno, ma che per ora sanno sentire il dolore, quello del corpo e quello dell’anima, il proprio e l’altrui, piangono senza nascondersi e sanno consolarsi con la gentilezza, si fidano e si abbandonano all’emozione per un raggio di sole, per il rumore del mare in una conchiglia.

Poi i bambini crescono, perché l’infanzia è solo un momento, e le loro idee perdono qualcosa, e cominciano a vivere in un mondo più piccolo, dove il mare contiene le conchiglie ma le conchiglie non contengono il rumore del mare.  Quando li guardiamo, a volte, rivediamo il tempo in cui anche per noi gli oggetti erano magici e rendevano il mondo grandissimo, pieno di cose da scoprire che, con fiducia, andavamo a cercare.

Forse anche adesso vorremmo piangere per farci sentire, e poter dire che per dormire abbiamo bisogno di qualcosa che ci rassicuri e allontani la paura; forse, qualche volta, come i bambini di questo libro, vorremmo essere ascoltati con gli occhi spalancati e gentili, fidarci ed emozionarci per le piccole cose.

Questo libro parla di bambini, ma parla anche di noi, dei bambini che siamo stati e che non sappiamo essere più. Leggerlo insieme, piccoli e grandi, può aiutare a incontrarsi, a riconoscersi e a trovare le ragioni per stupirsi ancora.

Articolo pubblicato il 16/07/2021 e aggiornato il 04/10/2021
Immagine in apertura Liderina / iStock

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