Bambini, scuola e socialità nella “fase 2”

La scuola e gli spazi di socialità dei bambini sono stati molto limitati per via delle misure di contenimento dei contagi. Come accompagnarli nella gestione della graduale ripartenza?

Immagine per l'autore: Anna Rita Longo
Anna Rita Longo , divulgatrice scientifica
primo piano di bambina di spalle con zainetto

Le recenti comunicazioni della ministra dell’istruzione Azzolina hanno tolto ogni dubbio: per quest’anno scolastico i bambini italiani non avranno più modo di tornare tra i banchi che li hanno visti crescere e sperimentare nuove esperienze insieme ai loro compagni di classe. La didattica a distanza è ormai diventata un rito quotidiano, tra difficoltà che variano di caso in caso. Purtroppo, anche da questo punto di vista, l’equità è più un ideale che una realtà.

Le difficoltà non mancano

Diverse famiglie non hanno un numero sufficiente di dispositivi elettronici per consentire a bambini e ragazzi di fare lezione e ai genitori di lavorare a distanza. Quando i dispositivi ci sono, è la connessione a mostrare tutti i suoi limiti: i gigabyte che potevano andar bene prima dello stato di emergenza ora non bastano più e non sempre le offerte delle compagnie telefoniche si sono mostrate adeguate all’aumento del fabbisogno.

La tanto auspicata “solidarietà digitale” ha permesso di gestire parzialmente la situazione, ma non ha consentito di coprire del tutto la domanda in aumento. A rimetterci sono state soprattutto le famiglie economicamente più disagiate, che sono cresciute di numero, come conseguenza della crisi collegata all’emergenza sanitaria in corso. Un accordo tra MIUR e aziende ha permesso alle istituzioni scolastiche di offrire tablet e sim card ai bambini sprovvisti di strumenti adatti, per consentire loro di accedere alla didattica a distanza: un notevole aiuto, sicuramente, anche se le disponibilità e le circostanze non hanno permesso di raggiungere tutti.

Il problema principale è che la scuola della didattica a distanza rischia di amplificare le disuguaglianze sociali che erano già lontane dall’essere eliminate nella tradizionale didattica in presenza. Gli strumenti per attuarla nel modo più efficace non sono, purtroppo, distribuiti in maniera equa e, triste paradosso, scarseggiano proprio dove sarebbero più utili, cioè nelle scuole dei quartieri abitati da più famiglie in difficoltà.

Situazioni problematiche coinvolgono anche i bambini con disabilità o bisogni educativi speciali. Lo stress dell’isolamento può sommarsi, in alcuni casi, a quello della distanza dalle figure di riferimento, come l’insegnante di sostegno, gli assistenti e il personale scolastico. In generale i bambini più piccoli, quelli della scuola dell’infanzia e dei primi anni della scuola primaria, si trovano spesso a disagio con la nuova modalità scolastica, che non possono gestire in autonomia e per la quale avrebbero bisogno dei genitori, che però non sono sempre disponibili per affiancare e supportare il lavoro degli insegnanti.

Le modalità del rientro

È per una serie di ragioni come queste che molti bambini e le loro famiglie attendono con ansia il ritorno a scuola. Come dicevamo, però, si dovrà aspettare ancora un po’. Un’eccezione potrebbe essere fatta per le strutture che ospitano asili nido e scuole dell’infanzia, per le quali sono allo studio delle soluzioni per aprire nei mesi estivi, con attività destinate a piccoli gruppi di bambini fino ai sei anni d’età, per lo più in spazi aperti. Altre soluzioni sono state pensate anche per il mese di maggio, grazie ad accordi con gli enti locali e compatibilmente con la disponibilità di spazi e l’attuabilità delle misure di sicurezza. 

In ogni caso, non si tratta di un riavvio delle consuete attività educative e scolastiche. Per queste, in tutti i gradi dell’istruzione, si dovrà attendere settembre, con l’annunciata ipotesi della frequenza in modalità mista, che dovrebbe aiutare nel mantenimento del distanziamento sociale: mentre una metà della classe seguirebbe in presenza, l’altra metà lo farebbe a distanza, e i gruppi si alternerebbero nel corso delle settimane. Quest’ipotesi, però, per i problemi di gestione che comporta, è sembrata poco realistica ad alcune famiglie e operatori scolastici. Un altro scenario prevede il rientro in presenza per piccoli gruppi, in diverse fasce orarie o in nuovi spazi appositamente individuati per fare lezione. In questo caso, sarebbero necessarie molte nuove assunzioni di docenti.

I bambini dimenticati

In generale, sembra che l’attenzione alle esigenze dei bambini, nella gestione italiana dell’emergenza, abbia mostrato molti punti deboli. I bisogni dei più piccoli sono stati spesso trascurati e relegati sullo sfondo, mentre in altri Paesi si sono organizzate conferenze stampa non solo sui bambini, ma addirittura per i bambini stessi, in modo da aiutarli a comprendere ed elaborare le paure di un periodo carico di tensione.

Come sostenerli e accompagnarli

Alla luce di tutto ciò, che cosa possono fare gli adulti per accompagnare i bambini in questa fase piena di incertezze? E come aiutarli quando sarà possibile far ritorno agli spazi quotidiani di socializzazione, tra cui la scuola? Lo abbiamo chiesto a Daniela Lucangeli, ordinaria di Psicologia dell’educazione e dello sviluppo presso l’Università di Padova e autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative.

«Direi, innanzitutto, che la sottovalutazione dell’impatto emotivo di questo periodo sui minori è stata un grave errore», ci ha detto. «In molti casi, di fronte a bambini che mostravano una serenità apparente, si è voluto interpretare questo atteggiamento come un’assenza di conseguenze in seguito a un così improvviso sconvolgimento del loro vissuto quotidiano. Addirittura, in molti casi, i bambini sono stati dipinti come “eroici”, per il loro coraggio nell’affrontare una situazione potenzialmente molto ansiogena. Chiediamoci, però, caso per caso, quanta di questa serenità sia reale oppure apparente, cioè se nasconda difficoltà nell’espressione del proprio disagio», aggiunge la psicologa.

Proprio da questo punto di vista, genitori ed educatori hanno un compito fondamentale: «È importante aiutare i bambini a non gestire questa fase nel silenzio emotivo e a trovare modi per dare voce al loro disagio», sottolinea Lucangeli. Parlare loro, certamente; ma possono essere importanti anche altre modalità espressive come le attività di movimento e quelle artistiche e creative. «Dai disegni dei bambini, come mi è stato segnalato da molti pediatri, si può intuire quale sia stato il livello della loro comprensione ed elaborazione del problema», aggiunge l’esperta.

Le conseguenze del silenzio

«Una delle conseguenze dell’imbarazzato silenzio e del clima di rassicurazione generica, che evita di dare forma a paure e disagi, è il fatto che il bimbo aumenti la tendenza al pensiero simbolico-magico. In alcuni disegni dei bambini vediamo il Coronavirus prendere le sembianze di un mostro, di un cattivo da fiaba, in breve, di qualcosa di spaventoso ma immaginario e ignoto. Queste rappresentazioni sono la spia di una scarsa comprensione del problema, di una serie di domande alle quali gli adulti non hanno saputo rispondere e che, invece, è giusto e possibile affrontare, perché le paure si amplificano proprio nella dimensione del non detto e del nascosto».

Come fare, allora? «Mi sembra importante – afferma Daniela Lucangeli – che gli adulti concentrino la loro attenzione sui piccoli segnali che i bambini mandano e che si confrontino con loro, senza rispondere alle loro domande con rassicurazioni evasive e generiche. I bambini, così come gli adulti, portano sulle loro spalle il peso di questa situazione, in particolare in alcune zone che sono state tragicamente flagellate dalla pandemia, che ha colpito i minori anche nei loro affetti fondamentali. Tacere può sembrare un modo per tenerli lontani dalle conseguenze del problema, ma, in realtà, è un modo per peggiorarle», sottolinea la psicologa.

Il narcisismo che non aiuta

Attenzione, però, alle forme “costruite” di elaborazione, spesso più utili al narcisismo degli adulti che alla gestione delle emozioni da parte del minore. «In questi giorni mi è capitato spesso – osserva Lucangeli – di veder condividere sui social network video in cui i bimbi, filmati dai genitori, cantavano o recitavano, riscuotendo rapido consenso e attirando follower. Non credo che questa gestione superficiale e narcisistica possa davvero essere utile per affrontare un disagio che ha radici emotive profonde. Ho, inoltre, l’impressione che così si continui a comunicare e diffondere un messaggio che soffoca le paure invece che dar loro voce», aggiunge l’esperta, che sottolinea: «Porrei, piuttosto, attenzione anche ai messaggi non verbali, per esempio all’eccesso di preoccupazione che gli adulti possono comunicare ai bambini nel corso delle prime passeggiate all’aria aperta, concesse dalla fase 2, affinché nell’ansia di proteggerli non si mandino loro messaggi paralizzanti».

Allargare il concetto di salute

Ma quanto sarebbe opportuno attendere per un ritorno a scuola e alle attività sociali? Come tutelare appieno la salute dei bambini? «Credo sia innanzitutto importante – ricorda Lucangeli – allargare il concetto di salute e ricordarsi di tutte le sue componenti. Nel tutelare la salute dei nostri bambini, ricordiamoci che essa comprende almeno tre dimensioni: la salute fisica, senz’altro, ma anche quella psichica e quella sociale. Mentre si rimarca l’irrinunciabilità dell’attenzione al benessere fisico, non dobbiamo dimenticarci di quello emotivo, né annullare l’importanza della rete sociale, che è fondamentale per lo sviluppo delle capacità che accompagneranno l’individuo per tutta la vita. La vita di società è una necessità e non un “capriccio”, espressione quanto mai inopportuna quando si parla di individui e soprattutto di bambini. La ricerca scientifica e psicologica ha posto l’accento sull’importanza dei primi mille giorni di vita, in cui si vanno costruendo fondamentali connessioni neuronali e si sviluppano i tratti essenziali della personalità. Privare i bambini in questi primi giorni della possibilità di interagire con i coetanei e con gli altri in generale può senz’altro avere effetti negativi e va evitato. Ricercare un equilibrio nella tutela dei tre aspetti della salute, da parte delle istituzioni, sarà, a un certo punto, una necessità e mi auguro che il dibattito pubblico in Italia non continui a eludere la questione».

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Anna Rita Longo

Divulgatrice scientifica, è socia effettiva e presidente della sezione pugliese del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) e membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM. Scrive per diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast.

Articolo pubblicato il 12/05/2020 e aggiornato il 22/09/2022
Immagine in apertura Yuricazac / iStock

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