Per proteggere i bambini dal sole la crema non basta

Quali precauzioni adottare quando bambine e bambini si espongono al sole? Ne parliamo con l’esperta Beatrice Mautino

Immagine per l'autore: Anna Rita Longo
Anna Rita Longo , divulgatrice scientifica
mamma che spalma la crema solare sulla schiena del suo bambino

Il ritorno della bella stagione porta con sé il desiderio di stare all’aria aperta e di godersi insieme a bambine e bambini una gita al mare o tra i boschi o una passeggiata in montagna. In tutte queste circostanze i genitori si chiedono, giustamente, come proteggere al meglio i figli dagli effetti dannosi dei raggi solari, che hanno un impatto fino all’età adulta, permettendo loro allo stesso tempo di non rinunciare ai preziosi benefici, come l’azione di sintesi della vitamina D, necessaria per la salute delle ossa e non solo.

Per chiarire alcuni dubbi e fare il punto, abbiamo chiesto l’autorevole parere di Beatrice Mautino. Comunicatrice della scienza e biotecnologa, molto attiva sui suoi profili social, ha dedicato due libri alla rigorosa verifica delle affermazioni che si fanno sui cosmetici (Il trucco c’è e si vede e La scienza nascosta dei cosmetici, editi da Chiarelettere), in cui trova ampio spazio anche l’analisi delle idee pseudoscientifiche sulle creme solari. 

Come scegliere la protezione giusta?

«Nella scelta di una crema solare per bambine e bambini – ci ha detto – bisogna prendere in considerazione tutti gli aspetti di cui già si tiene conto nella scelta di una protezione solare in generale. Nel caso dei bambini, però, ci sono delle accortezze in più perché le linee guida del Ministero della Salute e delle società scientifiche suggeriscono di usare sempre, nel loro caso, una protezione molto alta, ovvero 50 o 50+, visto che la pelle dei bambini, in tutti i fototipi, è più delicata, soggetta a scottature, e necessita di maggiore protezione».

Non solo creme solari: le cautele per i bambini

Continua Mautino: «Il Ministero, così come le linee guida internazionali, prescrive di non esporre al sole diretto i bambini fino ai 6 mesi, quindi non si parla di creme solari per bambini sotto i 6 mesi proprio perché questi non dovrebbero essere esposti al sole.

Inoltre, fino a 2-3 anni la crema solare è l’ultima tra le barriere che vengono consigliate da Ministero e società scientifiche, perché quelle che vengono prima sono, appunto, il fatto di tenerli all’ombra e non esporli al sole diretto, soprattutto nelle ore più calde (come sotto il sole di mezzogiorno), poi vestirli con tessuti che filtrino i raggi UV, con cappelli a tesa larga, occhiali da sole e costumi coprenti, per proteggere fisicamente la pelle dalle radiazioni nocive. La crema solare rappresenta, quindi, in questo caso, l’ultima barriera, una difesa in più, sempre molto importante, ma che si somma a tutte le altre, senza sostituirle».

La giusta quantità di crema solare

Ma come fare a capire quanta crema solare è necessaria per una protezione adeguata? Sottolinea Mautino: «Su tutte le creme solari è specificato, con un numero, il fattore di protezione, indicato dalla sigla SPF (sun protection factor), che viene misurato sperimentalmente utilizzando un certo quantitativo di crema, che equivale a 2 milligrammi per cm2 di pelle. Il numero che noi leggiamo e l’entità della protezione (bassa, media, alta, molto alta) si riferiscono a questa quantità. Per un adulto, si tratta quindi di utilizzare per ogni applicazione circa 30 grammi di crema, che equivalgono più o meno a un sesto di un flacone da 200 ml.

Per un bambino si può pensare a circa 10 grammi di prodotto. L’idea è quella di essere ben coperti, avendo spalmato con accuratezza la crema in tutte le parti del corpo esposte al sole, e di rinnovare frequentemente la protezione (ogni 2 ore circa). Inoltre, la protezione va applicata sempre dopo ogni bagno, ma anche se il bambino corre e si rotola nella sabbia, perché la crema viene inevitabilmente rimossa».

I diversi tipi di creme solari e la loro efficacia

Alcune bambine e alcuni bambini sembrano infastiditi dalle creme dalla consistenza troppo untuosa o grassa e per questo sono disponibili delle alternative, talvolta preferite anche dagli adulti. Aggiunge Mautino: «Le formulazioni più fluide o le schiume, meno appiccicose, sono talvolta più gradite ai bambini. Ci si può domandare se, a parità di fattore solare, siano meno efficaci.

Sul piano formale no, perché il fattore di protezione solare rimane uguale, anche se la differenza può essere data dall’applicazione: quando si usa una crema può essere più facile applicare i 2 milligrammi per cm2 prescritti e quindi ottenere effettivamente quel fattore di protezione.

Una formulazione più fluida, una schiuma o uno spray, può rendere più complesso capire se si stia applicando la giusta quantità di prodotto (bisognerebbe misurare il peso del flacone per capirlo). La crema consente valutazioni più rapide a occhio, una volta “prese le misure”». 

Ricordiamo anche che è bene non adoperare creme solari “avanzate” dalle stagioni precedenti. L’efficacia del fattore di protezione non è garantita, per esempio, dopo un anno dall’apertura della confezione. D’altra parte, se si seguono le indicazioni e si applica la giusta quantità di prodotto, si noterà che le creme solari finiscono molto rapidamente.

Possiamo fidarci delle creme solari?

«In generale – sottolinea Mautino – si può stare piuttosto tranquilli circa l’efficacia di una crema solare, in cui il fattore di protezione deve corrispondere a quanto dichiarato». Le creme solari sono, infatti, tra i prodotti cui le aziende pongono più attenzione perché il rischio non è solo quello di trovarsi di fronte a un’irritazione, ma anche di aumentare le probabilità di una grave malattia come il melanoma cutaneo.

Nel tempo le norme europee sulla cosmetovigilanza si sono perfezionate e oggi consentono ai consumatori una certa tranquillità. Ciò non toglie che talvolta emergano alcuni problemi (per esempio la non corrispondenza tra SPF dichiarato e reale), ma il conseguente danno d’immagine e il suo impatto economico rendono le aziende piuttosto attente al riguardo.

Classificazioni non sempre scientifiche

Ma quanti e quali tipi di filtri solari esistono? Aggiunge Mautino: «I filtri solari autorizzati in Europa sono una ventina e sono gli unici che si possono usare nei prodotti che si trovano in commercio in Italia. Tutti questi filtri solari, che sono di varia natura, esercitano un’azione di assorbimento dei raggi solari e un’azione di riflessione in proporzioni diverse, per cui non è possibile separarli davvero tra “chimici” e “fisici”, come spesso si fa anche nella divulgazione, con una denominazione descrittiva ma non rigorosa sul piano scientifico».

L’impatto ambientale delle creme solari

«Si sente spesso dire – precisa l’esperta – che i filtri “chimici” hanno un maggiore impatto sull’ambiente rispetto a quelli “fisici”, cioè quelli minerali, per esempio l’ossido di zinco e il biossido di titanio, ma si tratta di una semplificazione scorretta. Tutti i filtri solari hanno, purtroppo, un forte impatto ambientale [1] , che si può anche definire devastante, e che colpisce diversi organismi.

Per questo motivo, alcuni di quelli appartenenti alla categoria dei “chimici” sono stati vietati nei Paesi che hanno barriere coralline, come le Hawaii o la Repubblica di Palau, perché interferiscono con il ciclo di vita del corallo e portano al suo sbiancamento e al conseguente danneggiamento della barriera [2] . Questo non significa che gli altri filtri non incidano sugli organismi marini. L’ossido di zinco e il biossido di titanio hanno, per esempio, un impatto significativo su pesci e molluschi che vivono anche nei nostri mari.

Esistono da qualche tempo dei solari che riportano un bollino che sottolinea il minor impatto sugli ecosistemi marini e sui coralli e che sono prodotti con i filtri che hanno dimostrato di essere, entro certi limiti, meno dannosi, ma, andando ad approfondire, si vede che il vero problema è l’immissione stessa, nelle acque, della crema solare e di tutti gli altri prodotti cosmetici adoperati».

Come regolarsi, dunque? «Probabilmente, allo stato attuale, più che andare in cerca della crema solare “a impatto zero”, che ancora non esiste, è bene usare in modo corretto e sensato i diversi prodotti, operando un giusto bilanciamento tra rischi e benefici, e considerando che noi mettiamo la crema solare per proteggerci da seri pericoli. Questa protezione ha un impatto sull’ambiente e proprio per questo va usata responsabilmente», conclude Mautino.

Immagine per l'autore: Anna Rita Longo
Anna Rita Longo

Divulgatrice scientifica, è socia effettiva e presidente della sezione pugliese del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) e membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM. Scrive per diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast.

Note
[1] Antonio Tovar Sánchez, David Sánchez Quiles, Araceli Rodríguez Romero, Massive coastal tourism influx to the Mediterranean Sea: The environmental risk of sunscreens, «Science of the Total Environment», 656, 2019
[2] Craig A. Downs et al., Toxicopathological Effects of the Sunscreen UV Filter, Oxybenzone (Benzophenone-3), on Coral Planulae and Cultured Primary Cells and Its Environmental Contamination in Hawaii and the U.S. Virgin Islands, «Archives of Environmental Contamination and Toxicology», 70, 2016
Bibliografia
Articolo pubblicato il 03/06/2021 e aggiornato il 01/08/2023
Immagine in apertura aydinmutlu / iStock

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