Babywearing: portare il bambino addosso

I bambini vorrebbero stare sempre in braccio, e se non possono molto spesso piangono. Ma si tratta di un'esigenza fisiologica da assecondare il più possibile

Esther Weber, giornalista
Babywearing tra mamma e figlio

Ci siamo mai domandati se le cure di maternage europee, dove lettino, carrozzina, box, sdraietta e seggiolone fanno parte del corredo obbligatorio e indiscusso, non impongano ai nostri neonati una notevole capacità di adattamento a condizioni innaturali? Introduciamo, a questo proposito, la parola babywearing, che letteralmente significa “indossare il bambino”, ma che in italiano viene tradotta semplicemente con “portare”. Vediamo esattamente di cosa si tratta.

Babywearing: la necessità fisiologica del contatto

E se la richiesta del bambino di stare in braccio facesse parte di un comportamento del tutto fisiologico? Secondo la biologia comportamentale il cucciolo d’uomo è un “portato attivo”, che alla nascita dispone di istinti, riflessi e comportamenti che lo predispongono a stare sul corpo dei genitori e al babywearing. Ciò significa che nasce con l’aspettativa di ritrovare la dimensione di “portato”: il contatto con il corpo dei genitori, sicurezza tangibile e concreta e primo terreno di esperienze plurisensoriali, che coinvolgono il tatto, l’olfatto, l’udito e la vista, il movimento e il ritmo, stimoli vestibolari e propriocettivi, è una condizione che favorisce la sua crescita anatomica (maturazione delle anche, sviluppo della postura), neurologica (sviluppo cerebrale), motoria, linguistica, psichica (attaccamento, sviluppo della fiducia di base) e sociale. Ci sorprendiamo allora che il bambino reclami ed esiga con più o meno veemenza queste condizioni favorevoli?

I genitori si aspettano invece un bambino che stia tranquillamente separato da loro per la maggior parte del giorno e della notte: che mangi e dorma, che abbia ritmi precisi, che si adatti facilmente all’attrezzatura comprata appositamente per lui, che stia nella carrozzina, che dorma nella culla, che non pianga, che stia in braccio a tutti, che si autoconsoli, che si autoaddormenti. Aspettative che non corrispondono a quelle del bambino: da qui un conflitto che fa disperdere una grande quantità di energia a entrambi.

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Perciò il babywearing, ovvero portare il bambino con un supporto adeguato, diventa un ponte che aiuta genitori e bambini a incontrarsi (e ad ascoltarsi), accettando e rispettando le aspettative di entrambi. Su questo ponte il bambino si trova rispettato e accettato nella sua natura di “portato” e nei suoi bisogni di contatto, movimento, contenimento e legame, e il genitore, con il bambino contenuto (e perciò anche contento) e consolabile vicino a sé, si sente competente per il suo benessere, libero e rispettato nel proprio bisogno di fare anche altre cose, oltre a tenerlo in braccio. E scopre serenamente una nuova vita: “insieme”, anziché “nonostante” il bambino.

Portare e ascoltare: la relazione

Sebbene sia una pratica antica, nella cultura europea il babywearing è una modalità nuova che spesso non viene condivisa dal proprio ambiente. «Lo vizierete!» si sentono dire i genitori che portano i loro bambini addosso. Quindi oltre alla fatica (perché portare è faticoso), i genitori devono confrontarsi con i condizionamenti provenienti da chi dubita della loro competenza genitoriale. «Povero bambino, sicuramente gli fa male essere portato così. Vedi come sta stretto! Certamente sta soffocando». Queste affermazioni sono prive di fondamento scientifico, ma sono difficili da sradicare, nonostante molti dati e ricerche confermino la fisiologia del portare.

Inoltre il babywearing è faticoso, non solo fisicamente, ma soprattutto a livello emotivo. La maggioranza dei genitori di oggi è stata cresciuta con le modalità di non-contatto e di separazione precoce: le loro esperienze primarie possono riattivarsi e rendere difficile l’ascolto e la “sopportazione” del proprio bambino. È più faticoso tenere il proprio neonato a contatto se non si è stati tenuti in braccio da piccoli. Proprio quando si sceglie il babywearing in modo consapevole ed esplicito (con un supporto adatto), è importante ascoltare e rispettare i propri limiti fisici e psichici. Mai si dovrebbe portare sulla base di una ideologia del contatto 24 ore su 24. Nelle società tradizionali, dove il bambino sta continuamente a contatto, nessuna madre è sola ma ha il sostegno di tutta la comunità attorno; del bambino piccolo si occupano così a volte una ventina di persone. Nella nostra società tutto il peso invece grava sulle spalle dei genitori e spesso della madre: è indispensabile che i genitori che portano si riforniscano e si ricarichino periodicamente attingendo a delle fonti di energia e di tempo per sé.

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Infine, il babywearing non è una bacchetta magica o una ricetta per far tacere il pianto del proprio bambino; infatti ci sono bambini che piangono molto e spesso anche se portati (a tal proposito, sarà utile leggere il nostro articolo sulla Shaken baby syndrome), e nonostante abbiano dei genitori molto disponibili e attenti ai loro bisogni. Portare è un supporto alla relazione che si basa sull’ascolto reciproco (e solo così funziona), una relazione che va impostata e calibrata individualmente per trovare la vicinanza giusta e la distanza necessaria a seconda del momento. In questo senso è un modo per conoscersi e per crescere, per fare, letteralmente e spiritualmente, strada insieme. Una strada che porterà probabilmente, a suo tempo, a una maggiore sicurezza e autonomia del piccolo quando sarà il suo momento di “partire”, e a una fiducia più radicata dei grandi quando dovranno “lasciarlo andare”.

Non solo marsupi: le fasce per il babywearing

Fascia lunga, fascia elastica, marsupio, zaino, amaca: tutti strumenti semplici del babywearing, che consentono di portare, a contatto con il proprio corpo, bambini fino all’età in cui possono camminare. Si trovano in vendita nei negozi di articoli per l’infanzia e su internet; ma non è difficile realizzarli semplicemente con il “fai da te”: basta una striscia di stoffa resistente e lavabile, di lunghezza variabile fra 2,5 e 5 metri, a seconda della taglia del genitore, della larghezza di 70 cm, con i bordi a doppia cucitura: la mamma (o il papà) imparerà presto come legarla intorno al suo corpo.

Per approfondire questo argomento, consigliamo la lettura del nostro articolo Fascia porta bebè e altri supporti: come scegliere?

La “marsupio terapia”

Si chiama anche “marsupio terapia” (Kangoroo Mother Care), non richiede attrezzature biomediche, può essere applicato ovunque a bassi costi e condotto anche a domicilio, dopo una prima fase di avvio ospedaliero. È l’uovo di Colombo che ha rivoluzionato l’assistenza ai neonati di basso peso nei paesi poveri e da alcuni anni è stata adottata anche nei paesi industrializzati. Molto semplicemente, il corpo della madre viene utilizzato come incubatrice: il neonato di basso peso (dai 600 grammi in su) può venire “attaccato” al corpo della madre o del padre mantenendo il contatto pelle a pelle per tutto il tempo necessario a raggiungere una sufficiente omeotermia. È provato che in questo modo i bambini raggiungono una temperatura migliore, si ammalano meno e vengono allattati al seno più facilmente dei bambini tenuti solo in incubatrice.

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Esther Weber

dopo la maturità si adopera in diversi ambiti sanitari, socio-sanitari, di formazione e di consulenza. Dal 2001 si occupa del tema del portare i piccoli. Fonda l'associazione culturale e l'omonima scuola di formazione, che gestisce fino al 2013. Oggi lavora come feltraia e conduce laboratori di feltro artistico. Nelle fessure del tempo creativo indaga e approfondisce il cuore delle parole. È madre di due giovani donne.

Bibliografia:
Articolo pubblicato il 24/06/2013 e aggiornato il 28/04/2020

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