Reflusso gastroesofageo o semplice rigurgito?

Quando a un fenomeno fisiologico si dà il nome di una malattia fioccano le prescrizioni, si vendono più farmaci e si fanno gli interessi di molti

Chiara Tavernari, genitore e Vincenzo Calia, pediatra
Bambino in posizione corretta dopo l'allattamento per prevenire il reflusso gastroesofageo e il rigurgito

Il reflusso gastroesofageo (RGE) è diventato una malattia di moda: negli ultimi anni se ne parla molto, viene spesso diagnosticata e molto spesso anche curata. Eppure, lo giuro, fino a non molti anni fa nessuno l’aveva mai sentito nominare questo RGE, o meglio, lo chiamavamo semplicemente rigurgito e davamo per scontato che fosse un evento praticamente normale. Dava fastidio, è vero, si sporcavano tanti bavaglini, ma, tutto sommato, si riusciva a sopportare finché non passava con la crescita e con l’aumento di consistenza degli alimenti.

Cos’è il reflusso e come funziona?

La parola reflusso infatti significa semplicemente che il contenuto dello stomaco tende a tornare indietro nell’esofago e, poiché il transito del cibo nell’apparato digerente è un percorso a senso unico, percorre la strada in direzione opposta e “vietata”.
A dire il vero però, sarebbe meglio dire che il percorso del cibo nell’apparato digerente dovrebbe essere a senso unico, se non fosse che:

  • Qualche volta capita che nel nel punto in cui l’esofago si congiunge allo stomaco, la valvola che impedisce al cibo di tornare indietro (il cardias) non si chiuda perfettamente
  • il contenuto dello stomaco di un lattante è liquido e lo stomaco è sempre pieno (appena si svuota il bambino richiede altro latte)
  • i neonati trascorrono la maggior parte della giornata in posizione orizzontale.

Insomma, è come se il neonato fosse una bottiglia sempre piena, con un tappo che si chiude male, tenuta in posizione orizzontale: impossibile che dal collo non esca neppure una goccia. Questa la spiegazione di un fenomeno che, da quando l’ecografia viene praticata correntemente e senza rischi (come avviene ad esempio durante gli screening neonatali), può essere anche facilmente osservato sullo schermo dell’ecografo.

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Diagnosi di RGE

Il guaio è che questa dimostrazione ecografica di un fenomeno comune (il reflusso) si trasforma troppo spesso in una diagnosi: reflusso gastroesofageo. E quando c’è una diagnosi, si sa, ci vuole per forza anche una terapia. Ma soffrivano così tanto i bambini di una volta, quando questa diagnosi non veniva praticamente formulata quasi mai e meno che mai veniva fatta alcuna terapia, come oggi invece si fa spesso?  Direi proprio di no. Il reflusso si affrontava con la santa pazienza, cambiando il bavaglino e aspettando che passasse.

E i pianti, i dolori?

I bambini piangono, a volte si disperano, muovono le gambe, si irrigidiscono e tutto questo viene interpretato quasi sempre come dolore: ma da quando esiste il RGE, sempre più spesso la risposta a questi sintomi è una diagnosi (il più delle volte basata impropriamente su una ecografia) e quindi una terapia con farmaci specifici.

Già, perché, guarda caso, negli ultimi anni sono stati commercializzati alcuni farmaci, relativamente costosi, che agiscono sull’acidità del contenuto dello stomaco e dell’esofago. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: nessuno mi toglie dalla testa che l’esplosione di diagnosi di RGE, clamorosa soprattutto negli USA, potrebbe essere un caso classico di disease mongering, o mercificazione della malattia, un’operazione di marketing finalizzata alla diffusione sul mercato di un farmaco: si inventa una malattia per poter vendere una medicina.

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Immagine per l'autore: Vincenzo Calia
Vincenzo Calia

pediatra e giornalista, ha esercitato per quarant’anni come pediatra di famiglia nel Servizio sanitario nazionale e ha fondato nel 2001 il bimestrale per i genitori UPPA, che ha diretto per 16 anni. Attualmente è un pediatra libero professionista.

Articolo pubblicato il 24/06/2013 e aggiornato il 13/01/2020

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