Una persona di fiducia in sala parto

In passato le donne erano costrette ad affrontare il travaglio in ospedale senza l’assistenza di una persona cara. A distanza di qualche decennio, gli studi confermano invece gli enormi effetti positivi dell’avere accanto il papà o un accompagnatore fidato durante il parto

Rita Breschi, ostetrica
Donna in sala parto stringe la mano del suo accompagnatore

Autorevoli studi dimostrano che le donne “accompagnate” hanno una migliore esperienza di parto, sopportano meglio il dolore, oltre ad avere con più probabilità un parto vaginale e un travaglio più breve. Una persona presente in modo continuativo riduce l’ansia della mamma e facilita la sua capacità di rilassarsi, aspetti connessi a una minore necessità di interventi operativi. L’accompagnatore, insomma, contribuisce ad assicurare alla partoriente il sostegno necessario a portare a termine l’avventura della nascita.

Il supporto alla partoriente

In teoria, questa funzione non è riservata esclusivamente ai familiari, perché tutto il personale sanitario, in primis le ostetriche, è coinvolto anche in questo compito. Tuttavia, gli studi hanno evidenziato che il sostegno continuo da parte di una persona esterna allo staff medico migliora l’esito dell’esperienza del parto: spetta alla donna o alla coppia decidere chi sarà questa persona di supporto, e ogni opzione va accolta.

La società ha subìto profondi cambiamenti ed è frequente vedere in sala travaglio delle madri single, per scelta o per necessità, oppure delle coppie omogenitoriali, anche se nella stragrande maggioranza dei casi è il padre del bambino ad accompagnare la donna durante il travaglio. Bisognerebbe approfittare dell’opportunità di fornire il proprio sostegno ed è importante che i padri ci siano, anche se la loro decisione non va forzata: piuttosto, è meglio attrezzarsi affinché, in assenza del padre, sia garantita la presenza di un’altra persona affettivamente significativa.

Un affare per sole donne?

Quando il parto fra le mura domestiche è stato sostituito dal parto ospedaliero (erano gli anni ’60… anche se sembrano passati secoli), le donne hanno dovuto sopportare per lunghi decenni lo stress derivante dall’affrontare questa esperienza in totale solitudine, senza una persona fidata accanto. Le mani della madre e delle sorelle venivano rimpiazzate, quando andava bene, da quelle di un’ostetrica sconosciuta. Il parto, inoltre, era un “affare di donne”; sia a casa sia in ospedale i padri aspettavano fuori, spesso rappresentati nelle vignette a camminare nervosamente avanti e indietro, fumando una sigaretta dopo l’altra, inutili se non dannosi. Gli anni ’70-’80 hanno però rivoluzionato l’approccio al parto. Dietro la spinta dei movimenti femministi le donne hanno ottenuto il riconoscimento del diritto fondamentale al rispetto della sfera familiare e affettiva nell’esperienza della nascita: le donne chiedevano di essere accompagnate dai loro partner e questi ultimi rivendicavano il diritto di esserci.

Il padre in sala parto

L’ingresso del padre in sala parto è stato inizialmente osteggiato perché considerato pericoloso da gran parte degli “addetti ai lavori”, che profetizzavano infezioni, intralcio del lavoro, possibili complicazioni dovute alla palese incapacità degli uomini di assistere a scene di dolore («Se sviene poi dobbiamo occuparci di tutti e due!»). Ci sono voluti decenni perché l’Italia nel suo complesso si adeguasse nel riconoscimento di questo diritto.

Permettere ai padri di assistere al travaglio ha anche infranto il tabù secondo cui è più sicuro lavorare senza testimoni: tutti abbiamo imparato a lavorare in presenza di un testimone molto interessato, e a cercare da lui alleanza e aiuto. Partecipare alla nascita del proprio figlio è una grande opportunità di crescita personale, una bella pagina da scrivere nella storia della coppia, una grande emozione e un viaggio nell’affettività, un’occasione da non perdere. Nel contesto della nascita, l’amore si moltiplica in modo esponenziale e coinvolge i presenti come un’onda inarrestabile, catturandoli tutti.

Per approfondire

«Cosa dovrò fare?»

Quale migliore occasione per riconoscere al padre il suo ruolo? I padri si accostano al loro compito con il timore di non farcela, di non essere all’altezza, di essere inadeguati, di non saper fare i famosi massaggi. Domandano: «Io che cosa dovrò fare?».
Per questa ragione, è bene che siano presenti nei momenti a loro dedicati durante i corsi di accompagnamento alla nascita, dove vengono coinvolti in un lavoro di consapevolezza e condivisione delle emozioni, all’interno della coppia e nel gruppo dei padri.

Inoltre, è importante che sappiano ciò che li aspetta, soprattutto se il travaglio avviene in modo naturale: per ore, la donna si muove, passeggia, respira, si distende, si rialza, si accovaccia, dondola, spinge, cerca un comodo appiglio per le mani, ma soprattutto ha bisogno di essere compresa, abbracciata, baciata, coccolata, rassicurata, incoraggiata, consolata, apprezzata. Il “patto” è che si sta lì per condividere la fatica, e il padre scoprirà da solo che più che “fare” si tratta di “stare”, di essere presenti con il corpo, con la mente e le emozioni.

Anche un massaggio può alleviare il dolore in modo significativo, senza che sia un atto tecnico, ma piuttosto un contatto, un abbraccio, una carezza. In mancanza di nozioni specifiche si può massaggiare una piccola parte del corpo con un lieve tocco – la fronte o le mani, per esempio – e ottenere un benefico effetto rilassante. L’accompagnatore deve essere pronto a dispensare massaggi affettuosi, e se la coppia è abituata a comunicare con questo tipo di linguaggio, è arrivato il momento di godere dei risultati.
Una donna che partorisce ha bisogno di aiuto, ed è oggi impensabile fare a meno di qualcuno che la accompagni. Dal punto di vista delle ostetriche, è molto più difficile lavorare senza questo supporto.

Autorevoli voci contrarie

Il movimento di opinione che nei Paesi a economia avanzata ha posto in luce il tema dei diritti collegati alla nascita ha avuto due grandi protagonisti (che tanto hanno insegnato a generazioni di ostetriche e medici), i quali si sono ripetutamente dichiarati contrari alla presenza del padre in sala parto, spiazzando chi si stava impegnando, con buona volontà e grande fatica, per promuovere questa pratica.

Mi riferisco a Frédérick Leboyer, che ha più volte definito i padri “intrusi”, accusandoli di “distrarre” l’attenzione della mamma dal neonato, e a Michel Odent che, parlando della potenza generativa delle donne, ha evidenziato che la presenza del padre può bloccare i meccanismi automatici, istintivi, che facilitano il parto. Che dire? Ai grandi è concesso esagerare!

Due ultime raccomandazioni, importanti al fine di ottimizzare la presenza del padre o di un’altra persona che supporti la donna: entrare presto per abituarsi al crescendo del travaglio e non uscire in caso di complicazioni, per non interrompere proprio quando più serve il lavoro di sostegno alla mamma.

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Immagine per l'autore: Rita Breschi
Rita Breschi

ostetrica, ha avuto una lunga esperienza lavorativa nel servizio pubblico, sia sul campo sia come ostetrica dirigente. In questa veste ha aperto il Centro nascita Margherita, struttura dedicata al parto naturale dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze, e lo ha diretto dal 2007 al 2014. È autrice di numerose pubblicazioni su riviste di settore, e del libro Partorirai con amore. È in pensione dal 2017.

Articolo pubblicato il 17/06/2020 e aggiornato il 26/06/2020
Immagine in apertura RealCreation / iStock

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