Baby gang e bullismo: nomi diversi, stessa fragilità | UPPA.it

Baby gang e bullismo: nomi diversi, stessa fragilità

In Italia sembra essere scoppiata l’emergenza baby gang, ma a livello psicologico ed educativo, la vera emergenza è prendersi carico di ragazzi sempre più soli

Valentina Tomaselli,
psicoterapeuta dell'età evolutiva
Baby gang e bullismo: nomi diversi, stessa fragilità

È di una settimana fa la notizia di una mamma aggredita di fronte al figlio da un gruppo di tre minorenni nel parcheggio di un centro commerciale di Grugliasco, a Torino. Pare che i calci e i pugni siano stati la reazione dei ragazzi alla richiesta della donna di non bestemmiare. Sempre la settimana scorsa, due quindicenni sono stati aggrediti da un gruppo di ragazzi a colpi di catene.
Nell’ultimo mese, soprattutto Napoli è stata protagonista nelle cronache di vere e proprie spedizioni da parte di minorenni che hanno preso di mira i malcapitati con spinte, insulti, sino ad arrivare a vere e proprie aggressioni con accoltellamento. I motivi non sempre ci sono, e sono comunque futili, delle scuse per aggredire: il colore della pelle, uno sguardo di troppo alla ragazza di turno, la presenza in una piazza dove chi non fa parte del giro “non dovrebbe stare”.
Episodi simili purtroppo sono sempre più frequenti ed è ormai abituale sentir parlare di bulli, baby gang, giovani delinquenti.

Distinguere gli ambiti

Non tutti gli episodi di violenza attuati da giovani sono ascrivibili al fenomeno delle baby gang. Queste ultime, molto diffuse in America Latina e negli Stati Uniti, nell’ultimo decennio si sono affacciate anche alla realtà italiana. Le baby gang, però, hanno una connotazione specifica, una struttura verticale guidata da un leader, regole rigide di inserimento e mantenimento dei ruoli: tutti questi elementi sono volti al controllo del territorio tramite la violenza, che viene agita in maniera indiscriminata nei confronti di tutti, con reati contro il patrimonio o contro la persona.

Il bullismo presenta invece delle caratteristiche differenti, perché viene agito verso uno o più specifici individui in modo continuativo e selettivo. Se c’è un gruppo, ci sarà sempre un bullo e ci saranno i gregari, oltre ai cosiddetti spettatori, che osservano senza agire, deresponsabilizzandosi di fronte all’aggressione di un pari. Ma l’etichetta non rende la complessità del problema, che si manifesta trasversalmente nelle diverse fasce sociali della popolazione.

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Da un punto di vista psicologico, ci troviamo di fronte a ragazzi che sembrano aver perso il contatto con le regole sociali e prima ancora con la regolazione emotiva. L’“acting out”, cioè l’agire impulsivo e rabbioso a un commento non coerente con le proprie attitudini, determina scoppi d’ira, una corsa alla vendetta che non lascia spazio al dialogo, al confronto, al freno inibitore di determinate tendenze.
La “guerra all’età adulta” e ai suoi limiti è insita nella crescita. Il giovane mette da parte le “leggi” della famiglia di provenienza e sperimenta nuove norme.

Il contesto delle condotte

Se emergono condotte violente e antisociali è doveroso domandarsi in quale contesto il giovane non abbia potuto assimilare e fare propri quei limiti che, in questi casi di cronaca, sembrano essere saltati. Ecco allora la baby gang, lontana da un’immaginaria gestione anarchica del quotidiano: al suo interno le micro-gerarchie di potere vanno a sopperire l’assenza di punti di riferimento autorevoli adulti. La situazione “gruppale”, inoltre, aumenta la tendenza all’emulazione, dettata dallo spirito di coesione interna del gruppo con le sue rigide regole.
La loro protesta diventa delinquenza: atti di vandalismo, soprusi e vessazioni, furti, abuso di sostanze.

Tali condotte hanno spesso origine da storie di infanzia deprivata, storie segnate da abusi e incuria del sistema familiare, spesso problematico o con stili educativi basati sull’autoritarismo e l’intolleranza. Tuttavia anche i cosiddetti “figli di buona famiglia”, cresciuti nell’agio economico, vissuti in famiglie arrendevoli, iperprotettive, possono attivare modalità di condotta antisociali. Parliamo di ragazzi della medio-alta borghesia, che non soffrono situazioni di svantaggio sociale, ma attivano comportamenti che indicano uno stato di malessere più profondo, frutto di una sfilacciatura del sistema di “contenimento affettivo”.
Punto in comune è l’assenza di una simbolica guida adulta che avvii e accompagni il percorso di crescita e responsabilizzazione, il contatto con le frustrazioni della realtà, il compromesso con il punto di vista dell’altro. Per questi ragazzi, l’altro da sé, il diverso, non è un elemento arricchente ma, al contrario, mette in pericolo la propria fragile identità.

Le azioni da mettere in campo

Le azioni possibili per arginare il fenomeno sono tante. Innanzitutto le parole chiave diventano “prevenzione” ed “educazione”; la scuola dovrebbe fornire spazi di aggregazione e socializzazione, promuovendo alternative alla rabbia e al cinismo: educazione emotiva, percorsi di educazione al rispetto dell’altro e contro la violenza di genere, ma anche attività di socializzazione, come sport, doposcuola, spazi protetti come i centri di aggregazione giovanile.

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Se è vero che si tende a dare alle famiglie tutte le colpe dei comportamenti violenti e delinquenziali dei ragazzi, è anche vero che nella società attuale la famiglia è sola. Bisogna ristrutturare una rete di supporto – fatta da servizi scolastici, sociali e sanitari – che individui precocemente situazioni di criticità e fragilità e attivi un supporto nei confronti dei membri della famiglia.
Una riflessione particolare va fatta in merito ai figli di immigrati di seconda e terza generazione. Questi ragazzi vivono spesso una doppia crisi: non si riconoscono nella cultura d’origine di cui i genitori sono portatori e parallelamente rifiutano la cultura del quartiere ospitante, da cui si sentono distanti, nonostante di fatto siano nati in Italia. Una cosa è certa: il clima di razzismo e il mancato riconoscimento di diritti uguali a quelli dei propri pari (uno fra tutti lo ius soli) esaspera tale condizione di straniamento.

Pubblicato il 15.01.2018 e aggiornato il 25.05.2018
Immagine in apertura FatCamera / E+ /Getty Images