I bambini e la paura della morte

A volte i bambini piccoli hanno bisogno di esternare la propria paura della morte: i genitori hanno il compito di guidarli in questa riflessione

Paolo Roccato,
psicoanalista
I bambini e la paura della morte

La lettera di una mamma preoccupata e la risposta di due psicoanalisti a proposito di un tema delicato quanto importante.

Ho una bimba di tre anni e mezzo e un piccoletto di quattro mesi. Sono una psicologa clinica, ma non esercito da molti anni e mi trovo ad affrontare una situazione che mi preoccupa, per la quale mi sento inaspettatamente inadeguata.
Mia figlia è molto spaventata dal pensiero della morte. Mesi fa, chiese alla nonna dove fosse la sua mamma (la bisnonna); lei le rispose che era morta. Incalzata dai suoi “perché”, le ha spiegato che era molto vecchia e malata ed era diventata una stellina. Ho paura che mia figlia sia rimasta traumatizzata da questo racconto e che purtroppo abbia capito benissimo qual è il corso della vita. Alla vigilia del suo terzo compleanno ha avuto una crisi di pianto terribile: non voleva crescere, non voleva diventare adulta, poi vecchia e infine morire. Purtroppo questa paura si ripresenta frequentemente, con terribili crisi di pianto inconsolabile. Inizialmente ho cercato di rassicurarla spiegandole dolcemente il ciclo della vita, ma vedendo che la cosa aveva un effetto controproducente, di fronte alla sua esplicita richiesta «mamma, dimmi che io non morirò mai», l’ho rassicurata dicendole che a lei non sarebbe mai accaduto. Durante queste crisi mi chiede se anche le altre persone che lei ama (nonni e genitori) un giorno diventeranno vecchi, si ammaleranno e moriranno. Altre volte l’abbraccio forte e tento di cambiare argomento, di distrarla e di farla ridere. Mi si spezza il cuore davanti a queste sue paure e credo che siano troppo precoci in una bambina di tre anni. Purtroppo è molto intelligente. Ha capito tutto ma non voglio che quest’angoscia di morte evolva e si trasformi in qualcosa di serio. Ripete sempre che non vuol crescere, non vuol diventare grande, lasciando sottintendere le sue paure.
Come dovrei reagire, cosa posso fare per distoglierla da questi pensieri e come posso accogliere le sue paure nel modo migliore? Io e mio marito non siamo credenti e quindi penso che difficilmente potremmo essere credibili con rassicurazioni religiose (angioletti, anima, resurrezione…). Al di là di queste paure, è una bimba serena, allegra e molto vivace e questo mi conforta, ma vorrei aiutarla a scacciare questi pensieri negativi.
La ringrazio per l’attenzione e le porgo i più cordiali saluti
Maria Rosaria Palazzo

La risposta del dottor Giuseppe d’Agostino, psicoanalista

All’età di tre anni è frequente che un bambino viva e comunichi le angosce relative alla morte, soprattutto se trova adulti disponibili a lasciare la porta aperta ai suoi pensieri più negativi e ad accoglierli (come sta facendo lei). La sua bimba è sempre più un individuo con una personalità ben definita e con una capacità, sempre più sviluppata, di pensare a se stessa e agli altri. Questa è l’età in cui possiamo dire, se le cose sono andate bene, «Io sono…». Una grande tappa che ci arricchisce ma che, come nel caso della sua bimba, ci porta ad affrontare, in una maniera nuova, anche il negativo dell’esistenza.

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A questa età la rabbia, la colpa, l’invidia, la gelosia, le paure (ma anche l’amore, la felicità, l’amicizia, la curiosità) acquistano nuovi significati e nuove forme e possono essere meglio comunicate. Questo può accadere, però, se il bambino ha al proprio fianco adulti che si lasciano ingaggiare in un processo dialettico il cui scopo non è tanto di trovare la verità, ma sperimentare la capacità della mente, dei genitori e della bimba, di sopportare e affrontare certi temi “molto pesanti”. È una forma di educazione al pensare che mette in crisi ma, allo stesso tempo, fa crescere.  Le dico questo perché è bene partire dal fatto che le domande sofferte che si sta ponendo e vi sta ponendo vostra figlia sono il segnale che sta crescendo. Ma arriviamo al punto.

Le domande della sua bimba hanno a che fare con la morte ma, anche, con lo scorrere del tempo (una dimensione che solo adesso comincia a far capolino nella sua mente). Potrebbe essere utile far passare questo messaggio: «Queste cose (la morte di noi genitori) accadranno fra tanto tanto tempo, quando tu sarai una mamma e avrai i tuoi bambini». Il tempo non è solo portatore di morte ma, per fortuna, significa anche crescere. Inoltre, condivido la vostra decisione (visto che non siete religiosi) di non far ricorso alle metafore consolatorie di paradisi e cieli stellati, ma non bisogna essere più “realisti” del re. I morti continuano a vivere nei ricordi e nei pensieri e questo i bambini lo possono capire molto meglio di noi adulti (per quanto riguarda la fantasia, sua figlia, per questioni d’età, è una vera esperta).

Aiutiamo molto i bambini quando diciamo loro che una persona, presente o assente che sia, è “nel nostro cuore” o “nella nostra mente” come ricordo, soprattutto se diamo rilievo alla collocazione fisica. Una persona che non c’è più la possiamo continuare a pensare e possiamo ricordarci di lei. Un disegno è un modo per pensarla (con piacere e dispiacere), così come guardare una foto. Siamo impotenti di fronte alla morte, ma abbiamo anche la capacità di pensare e immaginare. Tenere in vita un morto è un bel paradosso, ma è una buona maniera che abbiamo trovato per sentirci padroni e artefici della nostra vita.

Un’ultima cosa. Forse è anche importante coltivare nei bambini la capacità di dubitare, che significa aspettare, accettare di non capire, vedere se più avanti troviamo assieme una risposta. La sua bimba sta fornendo a tutti voi la possibilità di stare con parti complesse e dolorose ma, allo stesso tempo, vi sta offrendo la possibilità di conoscerla e farvi ancor più conoscere.

Giuseppe D’Agostino, Psicoanalista associato alla Società Psicoanalitica Italiana.

La risposta del dottor Paolo Roccato, psicoanalista

Credo che ogni sforzo per far sì che sua figlia riesca a scacciare dalla mente questi pensieri negativi sia destinato a sistematici fallimenti. I bambini cercano prima di tutto la verità. Sempre. Anche quando sono immersi in una fiaba. La fiaba è bella solo quando pesca nella verità emotiva ed esistenziale. Magari può non essere corrispondente alla realtà fattuale, ma, per essere bella e interessante, deve cogliere una verità emotiva ed esistenziale.

Se, pur con l’intenzione di far bene, diciamo ai bambini qualcosa per ostacolare o impedire il loro pensiero o il loro sentire, certamente verremo percepiti non come rassicuranti ma come inquietanti: la loro percezione è analoga a quella di sentirsi sotto sotto, in qualche modo, imbrogliati. E se i pensieri sono angoscianti, l’angoscia rischia di aumentare, perché i grandi sembrano dimostrare di non volerla o di non saperla contenere. Sono dunque da riconoscere e da accettare il loro pensiero e il loro sentire, anche quando sono dolorosi o paurosi.

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Un’ultima cosa. È possibile che sua figlia senta in modo così drammatico il crescere, il diventare grande e il morire anche perché le viene da metterlo in relazione con il neonato fratellino. «Qua per me si mette male! Vuoi vedere che vengo buttata via dalla vita, e vengo rimpiazzata da questo piccoletto?». Se così è, conviene rassicurarla (con gesti affettuosi oltre che con parole) che lei è un po’ grande e un po’ piccola. E che mamma e papà le vogliono un sacco di bene.

Letture consigliate

Mélanie Florian, Mi nascondete qualcosa, Gribaudo, 2011, 24 pagine.

Illustrato, per bambini. È la storia di una bambina che cerca di capire cosa vuol dire che la nonna è morta. Scruta le reazioni dei grandi, coglie che qualcosa non le è stato detto, capisce che la nonna è morta. Alla fine fa un bel disegno per la nonna e lo regala alla mamma. Viene tracciato, con linguaggio adatto ai bambini, un possibile percorso per iniziare l’elaborazione di un lutto e condividerne l’esperienza con gli adulti.

Margot Sunderland, Aiutare i bambini a superare lutti e perdite, Erickson, 2010, 73 pagine.

Per genitori ed educatori. L’impostazione, molto chiara e pedagogica, è qua e là un po’ troppo schematica e direttiva. Molte idee sono valide, altre un po’ troppo prescrittive. Buono da leggere, per farsi qualche idea di base e dell’insieme del problema. È poi utile posarlo, dimenticare quello che si è letto, per poi potersi inventare qualche cosa che sia adeguato al proprio sentire.

Ha allegato un libro illustrato di 40 pagine (Il giorno in cui il mare se ne andò per sempre), per i bambini. Racconta la storia di un piccolo drago che viveva in riva al mare. Racconta il dolore, la disperazione, la depressione; ma poi anche il rifiorire della vita e della speranza attraverso l’amicizia, accompagnato dai ricordi, dolorosi ma belli. Anche qui è indicata una possibile via per l’elaborazione del lutto all’interno della verità dell’esperienza vissuta, raccontata con linguaggio adatto ai bambini (e a chi è in contatto con loro).

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Pubblicato il 30.04.2015 e aggiornato il 17.05.2019