Rigurgito e reflusso gastroesofageo sono fenomeni molto comuni nei primi mesi di vita e, nella maggior parte dei casi, rappresentano una condizione fisiologica legata all’immaturità dell’apparato digerente del neonato. Tuttavia, è importante distinguere il semplice rigurgito, che generalmente non interferisce con la crescita e il benessere del bambino, dalla malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE), che può invece causare sintomi più significativi e richiedere una valutazione medica. In questo articolo approfondiamo le differenze tra reflusso e rigurgito, le cause più frequenti e i segnali che meritano attenzione. Analizzeremo inoltre il ruolo dello sfintere esofageo inferiore, della digestione del lattante, della crescita ponderale e delle strategie non farmacologiche che possono aiutare a ridurre i sintomi. Vedremo infine quando sono necessari accertamenti o trattamenti specifici.
Il reflusso gastroesofageo (RGE) è diventato una malattia di moda: negli ultimi anni se ne parla molto, viene spesso diagnosticata e molto spesso anche curata. Eppure, lo giuro, fino a non molti anni fa nessuno l’aveva mai sentito nominare questo RGE, o meglio, lo chiamavamo semplicemente rigurgito e davamo per scontato che fosse un evento praticamente normale. [1] Dava fastidio, è vero, si sporcavano tanti bavaglini, ma, tutto sommato, si riusciva a sopportare finché non passava con la crescita e con l’aumento di consistenza degli alimenti.
La parola reflusso infatti significa semplicemente che il contenuto dello stomaco tende a tornare indietro nell’esofago e, poiché il transito del cibo nell’apparato digerente è un percorso a senso unico, percorre la strada in direzione opposta e “vietata”.
A dire il vero però, sarebbe meglio dire che il percorso del cibo nell’apparato digerente dovrebbe essere a senso unico, se non fosse che:
Insomma, è come se il neonato fosse una bottiglia sempre piena, con un tappo che si chiude male, tenuta in posizione orizzontale: impossibile che dal collo non esca neppure una goccia. Questa la spiegazione di un fenomeno che, da quando l’ecografia viene praticata correntemente e senza rischi (come avviene ad esempio durante gli screening neonatali), può essere anche facilmente osservato sullo schermo dell’ecografo.
Il guaio è che questa dimostrazione ecografica di un fenomeno comune (il reflusso) si trasforma troppo spesso in una diagnosi: reflusso gastroesofageo. E quando c’è una diagnosi, si sa, ci vuole per forza anche una terapia. Ma soffrivano così tanto i bambini di una volta, quando questa diagnosi non veniva praticamente formulata quasi mai e meno che mai veniva fatta alcuna terapia, come oggi invece si fa spesso? Direi proprio di no. Il reflusso si affrontava con la santa pazienza, cambiando il bavaglino e aspettando che passasse.
I bambini piangono, a volte si disperano, muovono le gambe, si irrigidiscono e tutto questo viene interpretato quasi sempre come dolore: ma da quando esiste il RGE, sempre più spesso la risposta a questi sintomi è una diagnosi (il più delle volte basata impropriamente su una ecografia) e quindi una terapia con farmaci specifici.
Già, perché, guarda caso, negli ultimi anni sono stati commercializzati alcuni farmaci, relativamente costosi, che agiscono sull’acidità del contenuto dello stomaco e dell’esofago. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: nessuno mi toglie dalla testa che l’esplosione di diagnosi di RGE, clamorosa soprattutto negli USA, potrebbe essere un caso classico di disease mongering, o mercificazione della malattia, un’operazione di marketing finalizzata alla diffusione sul mercato di un farmaco: si inventa una malattia per poter vendere una medicina.
Qual è la differenza tra un semplice rigurgito e la malattia da reflusso gastroesofageo?
Il rigurgito è molto comune nei primi mesi di vita e, nella maggior parte dei casi, rappresenta un fenomeno fisiologico legato all’immaturità dell’apparato digerente. Molti neonati rigurgitano pur crescendo bene e senza mostrare particolari segni di disagio. Si parla invece di malattia da reflusso gastroesofageo quando il passaggio del contenuto dello stomaco nell’esofago provoca sintomi importanti o interferisce con il benessere e la crescita del bambino. La valutazione del pediatra è fondamentale per distinguere le due situazioni.
Quando è opportuno contattare il pediatra per il reflusso?
È consigliabile chiedere una valutazione se il bambino presenta scarso aumento di peso, rifiuto persistente delle poppate, irritabilità marcata durante o dopo l’alimentazione, difficoltà respiratorie o episodi di vomito particolarmente frequenti e abbondanti. Sebbene il rigurgito sia spesso benigno, alcuni segnali meritano un approfondimento per escludere altre condizioni o valutare la presenza di una forma di reflusso che richiede attenzione. In caso di dubbi, è sempre preferibile confrontarsi con il pediatra.
Tenere il neonato in posizione verticale dopo la poppata aiuta davvero?
Molti genitori osservano che tenere il bambino in braccio in posizione eretta per qualche tempo dopo la poppata può ridurre il numero dei rigurgiti o il disagio associato. Sebbene questa strategia non elimini il problema, può favorire una maggiore tranquillità in alcuni neonati. È comunque importante continuare a seguire le raccomandazioni per un sonno sicuro, mettendo sempre il bambino a dormire sulla schiena, anche se soffre di reflusso o rigurgiti.
Fino a che età è normale che un neonato rigurgiti?
Nella maggior parte dei casi il rigurgito tende a diminuire progressivamente con la crescita. Il miglioramento è spesso evidente quando il bambino inizia a stare seduto, assume alimenti solidi e l’apparato digerente diventa più maturo. Molti lattanti smettono di rigurgitare spontaneamente entro il primo anno di vita, senza necessità di trattamenti specifici. Se però il problema persiste a lungo o si accompagna ad altri sintomi, è opportuno discuterne con il pediatra.

pediatra e giornalista, ha esercitato per quarant’anni come pediatra di famiglia nel Servizio Sanitario Nazionale e ha fondato nel 2001 il bimestrale per i genitori «Un Pediatra Per Amico», che ha diretto per 16 anni. Attualmente è un pediatra libero professionista.