Lo sviluppo del linguaggio è un processo graduale che inizia fin dai primi mesi di vita, molto prima delle prime parole. Dalle vocalizzazioni al babbling, fino alla comparsa del lessico emergente, ogni tappa riflette la maturazione delle competenze comunicative e relazionali. In questo articolo analizziamo le principali tappe dello sviluppo linguistico, il ruolo dell’interazione quotidiana e della lettura condivisa, e l’importanza dell’ambiente linguistico familiare. Approfondiamo inoltre la differenza tra ritardo del linguaggio e semplice variabilità individuale, i campanelli d’allarme da osservare e quando è indicata una valutazione logopedica. Un quadro chiaro per comprendere come accompagnare i bambini nella conquista della parola, rispettandone tempi e caratteristiche.
“Gli esami non finiscono mai”, titolo di una famosa commedia scritta da Eduardo De Filippo, è ormai frase d’uso comune per ricordarci che nella vita non si finisce mai di imparare. Anche lo sviluppo del linguaggio non termina di certo con l’infanzia, ma questo periodo della vita è senza dubbio importante perché è quello in cui si pongono le basi dell’individuo adulto e in cui i progressi sono all’ordine del giorno. Ogni interazione, ogni esperienza contribuisce alla crescita linguistica e cognitiva, confermando che l’apprendimento è un percorso senza fine.
In questo articolo esploreremo le principali fasi dello sviluppo del linguaggio, per sapere cosa aspettarci durante i diversi stadi evolutivi: dalla gestazione fino ai primi 4 anni e mezzo di vita dei bambini. Scopriremo, inoltre, come aiutare i bambini a sviluppare il linguaggio, attraverso stimoli e attività quotidiane, e quali sono i campanelli di allarme a cui prestare attenzione.
Occorre una premessa: ogni bambino segue la propria personale traiettoria di sviluppo. Ciò vale non solo per lo sviluppo del linguaggio, ma per tutti gli ambiti, quello motorio, cognitivo, emotivo, eccetera. Da qui nasce un’ulteriore precisazione: l’infanzia non è una gara. Ognuno arriverà a determinati traguardi con i suoi tempi, magari saltando dei passaggi o facendone alcuni in più. Questo perché la crescita dell’individuo è guidata da due fattori fondamentali: il patrimonio genetico (che è diverso per ciascuno di noi, con la sola eccezione dei gemelli omozigoti) e l’interazione con l’ambiente.
Di seguito descriviamo le caratteristiche delle fasi del linguaggio, così come le distinguono gli esperti per praticità di studio, ma teniamo a mente sempre l’esistenza di variabili individuali:
Chi studia lo sviluppo del bambino si imbatte, prima o poi, in un autore che ha dato una svolta importante alla prospettiva pedagogica: Lev Semënovič Vygotskij, psicologo e pedagogista che è stato addirittura definito il “Mozart della psicologia”.
Egli ha basato le sue teorie sull’idea che nel bambino esista una distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale che può essere raggiunto con l’aiuto di altre persone; questa distanza prende il nome di “zona di sviluppo prossimale”. Essa rappresenta, quindi, quel compito che richiede al bambino un piccolo sforzo in più di ciò che sa fare con scioltezza e che può completare con un minimo aiuto da parte di altri. Ad esempio, una bimba di 3 anni potrebbe riuscire a tirare su la zip della giacca per chiuderla dopo che il papà le ha imboccato lo spillo inferiore dentro il cursore.
Il concetto di “zona di sviluppo prossimale” (anche detta “zona di sviluppo prossimo”) è importante quando vogliamo favorire lo sviluppo del linguaggio e, per definizione, funziona in qualsiasi fase si stia attraversando. Quindi, ecco una semplice regola: “aggiungi sempre un pezzetto in più”. Per esempio, quando il bambino esclama «Mamma, cane!», il genitore può rispondere «Sì, un cane grande!». In questo modo allunghiamo le sue frasi di un elemento alla volta, proponendogli un esempio da seguire e alla sua portata. Quando è la pronuncia, invece, a non essere precisa, forniamo anche in questo caso il modello appropriato, senza tuttavia insistere perché ce lo ripeta correttamente: «ino!» «Palloncino!».
Grazie a questo trucchetto qualsiasi occasione può essere un buon momento per dare uno spunto al nostro bambino. Tuttavia, ci sono attività che fanno particolarmente bene allo sviluppo del linguaggio. Quali? Prima fa tutte, la lettura di libri, ma anche attività di ascolto e musicali, laboratori sensoriali (le parole che si apprendono meglio sono quelle legate ai 5 sensi), giocare nella natura, incontrare nuovi amici, visitare posti nuovi.
Ogni bambino segue la sua traiettoria di sviluppo, tuttavia certi genitori possono allarmarsi vedendolo in difficoltà e facendo paragoni con compagni di asilo, bambini conosciuti al parco, figli di amici o fratelli. Come capire quando preoccuparsi davvero? Durante i bilanci di salute il pediatra indaga attraverso alcune domande la presenza di eventuali campanelli d’allarme riguardanti lo sviluppo del linguaggio:
Attenzione: la presenza di uno di questi segnali non stabilisce per forza la presenza di un disturbo del linguaggio! Molti bambini che a 18-24 mesi sembrano in ritardo, recuperano poi spontaneamente senza problemi: sono i cosiddetti “parlatori tardivi”. A seconda della storia del bambino e del racconto dei genitori, il pediatra di famiglia potrà fare le prime osservazioni e, se lo riterrà opportuno, indicare un approfondimento consigliando di rivolgersi allo specialista più indicato.
Quali sono le tappe principali dello sviluppo del linguaggio nei primi anni?
Nei primi mesi il bambino comunica con il pianto e i vocalizzi; intorno ai 6–9 mesi compaiono le lallazioni (“ba-ba”, “da-da”). Verso l’anno molti bambini pronunciano le prime parole con significato, mentre tra 18 e 24 mesi il vocabolario si amplia progressivamente e iniziano le prime combinazioni di due parole. Intorno ai 3 anni il linguaggio diventa più comprensibile anche agli estranei. Si tratta di tappe orientative, con ampia variabilità individuale. Per dubbi sull’andamento del proprio bambino è sempre opportuno confrontarsi con il pediatra.
Qual è la differenza tra un semplice ritardo e un disturbo del linguaggio?
Un ritardo del linguaggio indica un’acquisizione più lenta rispetto alle tappe attese, ma con progressi nel tempo e comprensione adeguata. Un disturbo del linguaggio, invece, comporta difficoltà persistenti nella comprensione e/o nell’espressione, che possono interferire con la comunicazione quotidiana. La distinzione richiede una valutazione clinica che consideri sviluppo globale, udito e contesto familiare. In presenza di dubbi, è importante parlarne con il pediatra, che potrà indicare eventuali approfondimenti.
Crescere bilingue può ritardare il linguaggio?
L’esposizione a due lingue non causa disturbi del linguaggio. I bambini bilingui possono distribuire le parole tra le due lingue o mostrare inizialmente un vocabolario distinto per ciascuna, ma la capacità comunicativa complessiva segue le stesse tappe di sviluppo. È normale che alternino le lingue nella stessa frase. Se emergono difficoltà nella comprensione o nella comunicazione in entrambe le lingue, è opportuno confrontarsi con il pediatra per una valutazione.
Quando è consigliabile chiedere una valutazione specialistica?
È opportuno parlarne con il pediatra se a 12 mesi il bambino non usa gesti comunicativi (come indicare), se a 18–24 mesi non pronuncia parole comprensibili, se non combina due parole dopo i 2 anni o se il linguaggio è difficile da capire oltre i 3 anni. Anche la perdita di abilità già acquisite richiede attenzione. Il pediatra potrà valutare l’udito e, se necessario, indirizzare ai servizi specialistici per un approfondimento.
Pinton A., “Imparare a parlare. Sostenere lo sviluppo del linguaggio nella relazione quotidiana con i bambini“, UPPA edizioni, 2023.
AA.VV., “Zerocinque“, UPPA edizioni, 2018.
Riccardi Ripamonti I., Annunziata E., “Le difficoltà di linguaggio: Riconoscerle e trattarle dall’infanzia all’adolescenza“, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2021.
AA.VV., “Parent-coaching per l’intervento precoce sul linguaggio“, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2017.
Documento finale della Conferenza di Consenso sul disturbo primario di linguaggio a cura di CLASTA (Communication & Language Acquisition Studies in Typical & Atypical populations) e FLI (Federazione Logopedisti Italiani), 2019.