Come si sviluppano le preferenze alimentari?

Le preferenze alimentari si sviluppano sin dalla gravidanza e hanno effetti sull'alimentazione, e quindi sulla salute, anche da adulti

Mariarosaria Di Feola,
nutrizionista
Come si sviluppano le preferenze alimentari?

Le preferenze alimentari di un bambino sono il risultato del gradimento innato per i cibi dolci, garanzia di un buon apporto calorico necessario all’accrescimento e di un processo di apprendimento iniziato fin dal ventre materno con le sostanze nutritive che attraverso la placenta finiscono nel liquido amniotico, e continuato poi con “i sapori” del latte materno e con la precoce esposizione agli alimenti durante lo svezzamento.
Ma anche altri fattori influenzano il gradimento di un cibo: fondamentali sono la presentazione degli alimenti, le abitudini familiari, l’educazione scolastica e l’influenza della pubblicità e della televisione.

Neofobia e preferenze alimentari

Quando un bimbo inizia a camminare sviluppa gradualmente una resistenza nei confronti di nuovi alimenti, denominata neofobia, cioè il rifiuto di assaggiare e mangiare cibi nuovi, mai conosciuti in precedenza. Il bambino non vuole modificare le sue certezze, la sicurezza rispetto agli alimenti che conosce. Questo comportamento innato è il retaggio di un adattamento evolutivo a un ambiente ostile che ha permesso di sopravvivere ai nostri antenati bambini che iniziavano a esplorare ambienti pieni di pericoli alimentari (erbe velenose, alimenti deteriorati e così via): il rifiuto di alimenti che non erano già stati registrati durante i primi mesi, sotto la tutela materna, era una garanzia per la sopravvivenza.
In linea con questo programma genetico, sviluppatosi nel corso di millenni e a tutt’oggi conservato, la neofobia è minima nei primi due anni di vita, cresce durante tutta la prima infanzia, per poi diminuire gradualmente con l’avvicinarsi dell’età adulta. Ecco perché i primi due anni di vita sono importantissimi per abituare il bambino ai diversi sapori e per fargli conoscere il maggior numero possibile di nuovi alimenti. La neofobia è lì, in agguato, allo scoccare dei due anni: circa il 20-30% dei bambini sono significativamente neofobici, i maschi lo sono più delle femmine. Durante la fase neofobica i bambini rifiutano nuovi frutti, verdure e proteine più facilmente degli altri alimenti.

Nel corso del terzo anno di vita, la maggior parte dei bambini neofobici entra in una fase durante la quale l’introduzione dei nuovi cibi diventa sempre più difficile, se essi non hanno avuto modo di assaggiarli in precedenza. È fondamentale perciò far fare al bambino una precoce esperienza, a partire dalla gravidanza (i “sapori” dell’alimentazione materna percepiti mediante il liquido amniotico), continuando con l’allattamento e completando l’esplorazione degli alimenti durante la fase dello svezzamento. E qui cade un altro pilastro della vecchia pediatria: l’introduzione graduale di alimenti in fase di svezzamento.
Le ricerche più recenti hanno infatti dimostrato che è meglio introdurre in fretta e in grande varietà soprattutto frutta fresca e verdure che, se sconosciute, proprio per il gusto amaro, tenderanno a essere respinte a due anni.

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Alle soglie della pubertà le preferenze sono ancora nettamente orientate verso il gusto dolce e il salato. Da una ricerca francese del 1986, è stata evidenziata in alcuni bambini una maggiore preferenza per ciliegie, fragole, cioccolato, pasta, mentre sono risultate meno gradite le verdure come i piselli e i cetrioli. Sedano, spinaci e pomodori (quelli cotti molto più di quelli crudi) vengono spesso respinti, sebbene il più netto e deciso rifiuto venga opposto al grasso della carne e del prosciutto.

Cosa devono fare i genitori

Quando scatta la neofobia i genitori reagiscono spesso evitando di ripresentare al bambino l’alimento rifiutato: e qui sbagliano. Se vogliamo che nostro figlio mangi di tutto (e questo è efficace per la sua salute) è meglio affrontare un lungo e paziente training: per ottenere che un bimbo si adatti a un alimento che respinge bisogna riproporglielo almeno 7-8 volte prima che lo accetti in modo stabile.
Osservare gli altri mangiare un determinato cibo aumenta l’accettazione e la preferenza verso quell’alimento. Molto spesso i genitori utilizzano questa strategia, esprimendo anche un esagerato senso di gradimento.

Per il bambino è importante anche verificare che l’ingestione di un determinato cibo non abbia conseguenze negative; infatti, conseguenze negative, come nausea e vomito, sono un buon motivo per evitare l’ingestione dell’alimento che le ha provocate. Questo tipo di avversione può persistere per anni. L’uso diffuso di convincere un bambino a mangiare in cambio di un premio si è rivelato controproducente: in nove bambini su dieci la preferenza verso quell’alimento diminuisce o rimane per lo più invariata. Inoltre, non valgono le imposizioni, mentre è molto importante come viene vissuto in famiglia il momento del pasto: bisogna cercare di consumare i pasti in famiglia a intervalli regolari in un clima sereno, evitando critiche e discussioni a tavola.

Mariarosaria Di Feola, biologa nutrizionista, ha svolto svariate attività lavorative nell’ambito della nutrizione. Attualmente lavora in provincia di Bolzano come libero professionista.

Pubblicato il 24.06.2013 e aggiornato il 16.04.2019
Immagine in apertura Kokosha Yuliya / Shutterstock.com