Le cause dell’obesità nei bambini

L'obesità nei bambini è in aumento e per combattere questo trend è importante conoscere la combinazione di cause che la determinano

Lucio Piermarini, pediatra
Mani di bambino che tengono in mano cioccolatini che favoriscono l'obesità

Quali sono i principali meccanismi responsabili dell’epidemia di obesità? Il principale responsabile oggi lo conoscono bene anche i bambini: è il cibo. Ci fornisce l’energia di cui abbiamo bisogno, ma se introduciamo più energia di quella che consumiamo, oppure se ne consumiamo meno di quanta ne introduciamo, ciò che avanza si accumula sotto forma di grasso. Questa riserva energetica non è da considerarsi necessariamente un problema; gli animali che vanno in letargo lo fanno sistematicamente ogni inverno e stanno benissimo.

Le scorte di grasso

Lo facevano anche i nostri antenati, costretti a barcamenarsi tra stagioni più o meno benevole, siccità e inondazioni. Evidentemente si tratta di una questione di quantità: se l’accumulo è progressivo, senza interruzione di sorta, si supera la soglia oltre la quale si mettono in moto meccanismi patologici che, sfortunatamente, non sono affatto oggettivabili, se non con esami di laboratorio. Insomma, si pensa di star bene e si cova invece la malattia.

Messa così, la soluzione è apparsa ovvia e ce la siamo cantata da gran tempo perfettamente convinti di risolvere tutti i nostri problemi: mangiare meno e muoversi di più. Ma, visti i risultati, è ovvio anche che il nostro ditino alzato ammonitore e la nostra faccia seriosa non sono bastati. Deve esserci stato qualche altro meccanismo che ha impedito alle nostre sagge e circostanziate raccomandazioni di avere successo. La riposta può essere riassunta in una icastica affermazione di uno scienziato australiano, Boyd A. Swinburn: «l’obesità è il risultato di una risposta normale, da parte di persone normali, a un ambiente anormale». Vediamo di chiarire quella che potrebbe sembrare un’assoluzione di massa irresponsabile.

Risposta normale, ambiente anormale

La nostra normalità consiste nel fatto che, nel corso delle migliaia di anni dalla comparsa della razza umana sulla Terra, ci siamo adattati a una situazione ambientale difficile, di carestia cronica o ricorrente, con occasionali e brevi periodi di relativa abbondanza, in cui, anziché darci ai bagordi, ci siamo ingegnati a trovare sistemi di conservazione delle provviste in eccesso, ben sapendo che inevitabilmente, prima o poi, avremmo dovuto affrontare nuovamente la penuria di cibo e la fame.

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Il meccanismo di adattamento è consistito principalmente nel fatto che hanno sempre vissuto più a lungo, almeno fino all’età della maturità riproduttiva, i soggetti la cui costituzione, più tecnicamente il loro patrimonio genetico, era più idonea a sopravvivere in quelle condizioni di “normale precarietà”. E così siamo arrivati fino al secolo scorso quando nel giro di qualche decennio siamo stati catapultati, e rispetto alle migliaia di anni precedenti è proprio il caso di dirlo, in un ambiente completamente diverso, e quindi per noi inadatto, e per questo anormale.

Cibo più abbondante, ricco di zuccheri e di grassi

Il cibo stava diventando più abbondante e a buon mercato e, in virtù della crescente meccanizzazione, non si doveva più neanche spendere eccessiva energia per guadagnare il denaro necessario ad acquistarlo. La prima riposta fu però, forse in forza della memoria ancora viva delle ristrettezze delle ultime generazioni, una diminuzione del consumo di cibo che, compensando il minore dispendio energetico, mantenne l’equilibrio.

Quello che fece precipitare tutto fu la rapida e progressiva diffusione di cibi ricchi di zuccheri e di grassi in combinazione con una rivoluzione nella preparazione di massa del cibo che ne rese la fruizione estremamente più semplice e rapida. Questi avvenimenti si verificarono prima nei paesi più ricchi e successivamente, ma con pochi anni di ritardo, interessarono anche il nostro paese.

Quando anche da noi aumentò la disponibilità e la varietà di cibo appetitoso, economico, ingegnosamente pubblicizzato e occhieggiante a ogni cantone e in ogni momento della giornata. Per cui la risposta normale, non necessariamente cosciente, del nostro organismo fu di approfittarne per accumulare riserve per i tempi duri che, a questo punto, non sappiamo nemmeno se sia il caso di scongiurare.

Nuotare controcorrente

In sintesi, è vero che alla fin fine è il singolo individuo che decide, ma questa decisione è pesantemente condizionata da fattori ambientali, più o meno immediatamente riconoscibili, che tirano a portarci, per lo più inconsapevolmente, sulla cattiva strada.

È come se ci trovassimo a nuotare controcorrente o a scalare una montagna: solo i più dotati e volenterosi ce la faranno a raggiungere la meta prefissata e il premio atteso. Gli altri, man mano che la fatica aumenta, senza un aiuto di qualche tipo, un appoggio, una fune, anche solo un incoraggiamento costante, si perderanno per strada e, nel nostro caso, si perderanno veramente, perché si ammaleranno di obesità.

Sarà il patrimonio genetico di ciascuno di essi a fare la differenza. Perché anche in questo caso entra in gioco il meccanismo di selezione naturale, cioè la strategia di sopravvivenza della specie che avvantaggia il più adatto fra tanti individui diversi, ognuno con le sue specifiche caratteristiche, più o meno favorevoli rispetto all’ambiente in cui si trova a vivere.

Nell’ipotesi che la situazione attuale dovesse perpetuarsi, inarrestabile e immodificata, si selezionerebbe, sempre nel corso di migliaia di anni, un nuovo tipo di popolazione capace o di resistere efficacemente ai condizionamenti ambientali o di avvantaggiarsene in virtù di un metabolismo sprecone. Ovviamente, questi ultimi sarebbero immediatamente spazzati via dalla prima carestia.

Lo stile di vita è determinante

Tutto quel che noi siamo è già scritto nei nostri cromosomi, ma si tratta di un testo che può essere letto in modi discretamente diversi: si potrebbe dire che il patrimonio genetico carica il cannone, ma è l’ambiente che tira il grilletto. Vale a dire che anche due gemelli identici, se vivranno in ambienti completamente diversi, non avranno necessariamente le stesse malattie.

In realtà, la quota di obesità inevitabile causata da alterazioni genetiche, o da malattie acquisite, è solo una esigua minoranza. La stragrande maggioranza dei casi, quella che viene definita obesità comune, è invece favorita da una determinata costituzione, anche ereditabile, ma del tutto evitabile se, contrastando socialmente e individualmente i condizionamenti dell’ambiente, si riescono a praticare stili di vita corretti.

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Immagine per l'autore: Lucio Piermarini
Lucio Piermarini

ternano, dopo aver lavorato come pediatra ospedaliero, si occupa di formazione nell’ambito dei corsi di preparazione alla nascita presso il consultorio “Città Giardino” di Terni. È uno degli autori storici di UPPA e ha pubblicato numerosi articoli sullo svezzamento su riviste pediatriche e non solo. Nel 2019 è uscita per UPPA edizioni una nuova versione del suo libro "Io mi svezzo da solo!"

Articolo pubblicato il 06/05/2015 e aggiornato il 13/12/2019

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