Mamma: prenditi il tuo tempo!

Sonia Bozzi,
redattrice
Mamma: prenditi il tuo tempo!

Qualche mese fa, la società produttrice di un complesso vitaminico scelse come slogan pubblicitario una mamma con un bambino, un’immagine apparentemente innocua, rassicurante per la sua normalità, di quelle che non chiedono più di un secondo alla nostra attenzione. Lei, snella, bionda e con occhi azzurri, sorride con la chioma al vento e corre guardando sicura davanti a sé, indossa un tailleur, tiene in mano una ventiquattore e un quotidiano di economia; mentre dalla spalla pende una sporta della spesa da cui si intravedono del pane e alcune verdure. Con il braccio libero sostiene un bel bambino, biondo anche lui, di circa un anno con l’espressione smarrita e un grosso succhiotto in bocca. La didascalia completa e rafforza il significato dell’immagine utilizzando l’ennesima metafora automobilistica: “La risorsa di chi ha una marcia in più”.

Se, da sempre, le immagini hanno veicolato i valori sociali e delle società sono state testimonianze vive, c’è da chiedersi di quali valori sia testimone un’immagine che ci offre il ritratto di una donna che, contemporaneamente, lavora, si occupa dei figli e della casa, è bella, giovane, sorridente ma aggressiva nell’aspetto e nei movimenti, insomma una donna che possiede tutte le qualità necessarie per essere competitiva in un mondo dove il potere è ancora una prerogativa maschile. Soprattutto, c’è da chiedersi, nel rispetto di quali valori questa donna, nel momento in cui sicuramente sopraggiungeranno la stanchezza e la fatica, non potrà fermarsi ma, proprio come in una gara, dovrà rifornirsi del carburante speciale per correre più degli altri?

Madri per scelta

madonna_bambino_gentileschiDi fronte all’immagine in movimento della pubblicità non posso fare a meno di ricordare altre icone femminili, quelle madri allattanti dipinte in altre epoche durante le quali il latte materno era ritenuto simbolo di sapienza e grazia divina, metafora di potenza e creatività naturale. Di quelle immagini trattengo la sensazione di un tempo sospeso, di una profonda e calda intimità dei corpi, ben consapevole che tra loro e me  sono trascorsi secoli di conquiste ineludibili, conquiste che ci hanno spinto oltre qualsiasi orizzonte immaginato, che ci hanno trasformate da esseri agiti ad agenti della nostra vita, che hanno fatto della maternità una scelta, non un obbligo coniugale e sociale.

Forse ci stiamo perdendo “il meglio”. Eppure, rimane forte il senso di una perdita, di una dimenticanza. Forse, durante questo cammino di crescita noi donne non abbiamo fatto i conti con il fatto che la maternità è l’unico ruolo che è solamente nostro. Se l’emancipazione ha livellato le differenze di genere, è pur sempre vero che a mettere al mondo figli siamo ancora solo noi, le donne. Li teniamo nella pancia nove mesi, li partoriamo e li allattiamo e tutto questo ha bisogno di un tempo per cambiare, un tempo per sentire, un tempo per capire noi e l’altro da noi, un tempo necessario di cui sempre più spesso siamo sprovviste, perché l’unico tempo di cui siamo diventate veramente ricche è quello produttivo.

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Così, senza accorgercene, abbiamo dovuto rimuovere la nostra clessidra biologica e trasformare la procreazione in qualcosa di auspicabile, lavoriamo sempre di più fuori casa e quando i figli arrivano ci troviamo impreparate perché gli unici bambini che abbiamo conosciuto sono quelli delle pubblicità che non piangono e non ci svegliano la notte. Per non perdere il lavoro, siamo spesso costrette a pagare delle persone perché si prendano cura dei nostri figli, perché li nutrano, li facciano giocare e li vedano crescere, le paghiamo perché si occupino della nostra casa e di tutto ciò per cui noi non abbiamo tempo e appena i “nostri” figli possono andare a scuola ce li lasciamo fino al pomeriggio, permettendo che trascorrano, a soli tre anni, quasi l’intera giornata in attività programmate.

Il costo dell’onnipotenza

Intanto, lavoriamo per pagare le nostre sostitute, le assicurazioni sulle macchine, sulla vita, sugli infortuni, per comprarci la porta blindata, le inferriate alle finestre e tutti quegli straordinari prodotti che alleviano la fatica di crescere un figlio senza averne il tempo: succhiotti di ogni foggia e colore, biberon ergonomici di plastica e autogestibili, cibi conservati, sminuzzati, vitaminizzati. Anestetizzate dalla frenesia della produzione ci siamo trovate potenziali acquirenti persino di una macchinetta che, secondo la pubblicità, sarebbe in grado di decodificare il pianto dei nostri bambini accendendo una spia diversa per ogni loro bisogno.

Lavoriamo per trasformare la casa in una piccola città autosufficiente, costosa ma necessaria, dalla quale i nostri figli non hanno bisogno di uscire, una casa dove abbondano giochi di ogni tipo e troneggia una televisione digitale a quarantadue pollici con affianco scomparti pieni di DVD. Lavoriamo per dare ai nostri figli la possibilità di svolgere corsi di nuoto, musica e danza, cosicché, dopo la scuola non abbiano momenti vuoti, momenti di inattività e ci organizziamo per spostarli da una parte all’altra muovendoci in città impossibili, arrancando per arrivare al termine della giornata e riuscire a portare a tavola un cibo al quale dedichiamo sempre meno attenzione e che mangiamo, a volte, davanti alla televisione.

Ristabilire un ordine di priorità

Ma nonostante la nostra ricchezza produttiva e la nostra efficienza, non siamo felici, siamo sempre più affannate, e le statistiche ci informano che cominciamo anche noi a contrarre quelle malattie che prima erano una prerogativa maschile, trascorriamo sempre più tempo in macchina e acquistiamo sempre più beni di consumo, mentre il nostro tempo libero si va inesorabilmente assottigliando.

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Eppure, malgrado le indubbie difficoltà, la maternità rimane per le donne una straordinaria opportunità di crescita, un momento di riflessione per ristabilire l’ordine delle priorità e riconquistare un tempo di qualità, l’unico bene insostituibile di cui disponiamo; è l’occasione per riconoscere i nostri limiti fisici e psichici e per accettarli come segno della nostra unicità, per riscoprire che è la relazione, intesa come occasione di scambio, di intimità, di verità che aggiunge valore alla nostra vita ed è proprio dalla relazione che bisogna ricominciare.

Pubblicato il 24.06.2013 e aggiornato il 22.03.2018