Come togliere il ciuccio? Consigli e strategie

L’abitudine di succhiare oggetti anche senza lo scopo di nutrirsi tende a esaurirsi spontaneamente verso i 3 anni, età entro cui è raccomandato togliere il ciuccio. Ma cosa fare se il bambino continua a reclamarlo? Come riuscire a togliere il ciuccio senza traumi?

Erica Melandri , psicologa e psicoterapeuta
mamma consola piccolo a cui cerca di togliere il ciuccio

Se succhiare è un bisogno naturale per i bambini, fornire il ciuccio è piuttosto una risposta culturale. Il seno materno, infatti, è in grado di soddisfare di per sé ogni bisogno di suzione (nutritiva e non), ma varie esigenze personali e familiari, unite ai ritmi talvolta frenetici della società in cui viviamo, spingono molti genitori a scegliere il ciuccio; una buona alternativa, quando però non diventa l’unica.

Se infatti si ricorre in modo automatico a questo strumento per placare ad esempio il pianto del bambino, c’è il rischio che il piccolo e i genitori subiscano il tutto in modo troppo passivo: il primo perché vedrà nel ciuccio un oggetto in grado di dargli una consolazione immediata, i secondi perché saranno dissuasi dal cercare le vere ragioni del disagio che loro figlio manifesta. [1] Viceversa, se i genitori riescono a tollerare la frustrazione del bambino e a rispecchiare le sue emozioni utilizzando lo sguardo, la mimica facciale, il contatto e, magari più avanti, il linguaggio, forniranno al piccolo un supporto per allenarsi in quella che sarà una competenza emotiva fondamentale da conquistare, cioè imparare a regolare le proprie emozioni, senza che ciò venga sostituito o depotenziato da un uso moderato del ciuccio.

Quando togliere il ciuccio?

Ma qual è l’età più giusta per togliere il ciuccio? Le linee guida dell’American Academy of Pediatrics (AAP) raccomandano di evitarne l’uso durante il primo periodo di “calibrazione” dell’allattamento (4-6 settimane dalla nascita) e, successivamente, di toglierlo entro i 2-3 anni di età per escludere il rischio di malocclusioni dentali e disturbi del linguaggio (per approfondire, invitiamo alla lettura dell’articolo Dito, ciuccio o nessuno dei due?).

Togliere il ciuccio ha significati differenti a seconda dell’età del bambino, perché diverso è il suo valore nei vari periodi evolutivi. Entro i primi 6 mesi, la bocca riveste un ruolo centrale per il piccolo, e non solo per soddisfare i suoi bisogni nutritivi. Infatti, le informazioni sensoriali che ricava saggiando il gusto, la consistenza e la temperatura degli oggetti o della propria manina, del dito del genitore o del seno materno, gli consentono di elaborare una percezione sempre più accurata e unitaria del proprio corpo e dei suoi confini col mondo esterno. L’atto di portarsi oggetti alla bocca e di succhiare il ciuccio gli consente, inoltre, di consolarsi e calmarsi da solo, e gli infonde perciò un senso di sicurezza di base.

Intorno ai 6 mesi il bambino raggiunge una serie di traguardi importanti: grazie allo svezzamento sperimenta gusti e consistenze diverse dal latte materno; con l’inizio del gattonamento esplora l’ambiente circostante allontanandosi dalle figure di attaccamento. In quest’epoca di conquiste, che da un lato lo stimolano e dall’altro alimentano in lui l’ansia della separazione, il ciuccio svolge il ruolo di oggetto di accompagnamento nel passaggio da uno stato di dipendenza assoluta a uno di dipendenza relativa. [2]

Diventa infatti il simbolo delle figure affettive: è in grado di rievocare i genitori quando l’assenza di questi ultimi genera in lui angoscia, e lo aiuta a tollerare la separazione.

Verso i 3 anni, i progressi nel linguaggio e lo sviluppo della memoria consentono al bambino di affrontare il distacco dai genitori con meno ansia e frustrazione. In questa fase il piccolo diventa infatti capace di mantenere un legame emotivo con le figure di riferimento primarie; è in grado cioè di percepirle interiormente, dentro di sé, anche quando queste sono distanti fisicamente. Ad esempio, comprende e si fida quando il papà gli dice che tornerà a prenderlo all’uscita dall’asilo, e se ha un momento di tristezza dovuto alla separazione, troverà conforto ripensando al volto di uno dei genitori. Proprio in quest’epoca il ciuccio tende a essere spontaneamente abbandonato in favore di strategie più mature di consolazione.

Citiamo infine i risultati di ricerca, secondo i quali un periodo di allattamento superiore ai 9 mesi sarebbe correlato a un minore tasso di suzione non nutritiva prolungata: un po’ come a dire che, per accedere all’indipendenza dal ciuccio, è utile sperimentare una sufficiente gratificazione dei propri bisogni di dipendenza. [3]  

Togliere il ciuccio: come farlo senza traumi 

Molti genitori si chiedono se esistano strategie per togliere il ciuccio seguendo il metodo Montessori. In realtà, anche se il principio della gradualità e quello di educare a “fare da soli” possono aiutare il bambino a togliere il ciuccio senza traumi, non esiste un vero e proprio “metodo” (Montessori o altro).

Togliere il ciuccio con gradualità significa seguire il ritmo del bambino evitando “strappi” improvvisi nella sua quotidianità. Far sparire il ciuccio da un giorno all’altro seguendo il proprio impulso, oppure adottare delle strategie per renderlo meno appetibile o raccontare che «una fatina l’ha portato via di notte», non sono buone soluzioni. Questi metodi bruschi, infatti, rischiano di manipolare il “pensiero magico” del bambino (che impedisce al piccolo di distinguere la realtà dall’immaginazione), rischiando di trasmettergli l’idea che il mondo è un luogo estremamente imprevedibile. 

Da ciò derivano vissuti di insicurezza, rabbia, impotenza e paura che possono esprimersi in disturbi del sonno e cambiamenti nelle condotte di evacuazione o nelle abitudini alimentari. 

Più funzionale, invece, è osservare il bambino quando esprime le proprie emozioni rispetto alla separazione dal ciuccio, prendere sul serio le sue reazioni e anche la sua possibile frustrazione, senza minimizzare ciò che esprime o prenderlo in giro (attenzione dunque a frasi come: «Ormai sei grande, che bisogno c’è del ciuccio?!»), ed evitare di distrarlo con premi di consolazione. È consigliabile anche far notare con naturalezza, approfittando delle occasioni concrete e quotidiane che si presentano, che ci sono dei i lati positivi nell’avere la “bocca libera”: apprezzare ad esempio quando il bambino si esprime con un linguaggio accurato facendogli notare che comprendiamo bene e facilmente ciò che ci vuole comunicare. 

È importante che la decisione di lasciare il ciuccio, benché guidata dal genitore, venga presa dal bambino in modo attivo. In questo senso è possibile concordare insieme un luogo in cui riporre l’oggetto durante il giorno: prima un posto a lui accessibile (cassetto, armadietto…), poi via via uno meno alla sua portata. Il messaggio è che il ciuccio non è una cosa proibita, ma neanche sempre a disposizione, è qualcosa che può aiutarci ogni tanto, quando abbiamo bisogno di consolarci, ma non sempre: possiamo infatti trovare conforto, calma e consolazione anche attraverso alcune attività piacevoli, come ad esempio fare un bel respiro, fare le coccole con mamma e papà, leggere un libro, cantare o ascoltare una canzone eccetera.

Come per gli adulti, anche per i bambini può essere difficile adattarsi ai cambiamenti, pertanto è bene non iniziare a togliere il ciuccio in concomitanza con altre transizioni, come ad esempio l’ingresso al nido o alla scuola dell’infanzia, la nascita di un fratellino/sorellina, il passaggio dal pannolino al vasino, un trasloco eccetera. 

Addormentarsi senza il ciuccio: come fare dopo l’addio 

Togliere il ciuccio di notte è uno dei traguardi più delicati nel processo generale di togliere il ciuccio. Il momento di addormentarsi rappresenta infatti una forma di distacco dalle figure di attaccamento che può essere particolarmente temuto dal bambino dopo i 6 mesi di vita.

Addormentarsi senza il ciuccio può essere particolarmente complicato anche per i bambini che hanno paura del buio (tipicamente dai 3 anni in poi). Per togliere il ciuccio di notte è possibile creare dei rituali rassicuranti prima di dormire (che possibilmente coinvolgano entrambi i genitori) e dare al piccolo un oggetto familiare (un orsacchiotto, una copertina…) che rappresenti un sostituto di uno o entrambi i genitori, per rassicurarlo e non farlo sentire solo nei momenti in cui la loro assenza può generare sensazioni spiacevoli. È utile inoltre proporre racconti di personaggi che sono alle prese con delle “sfide” (non per forza quella del ciuccio): ciò può stimolare nel bambino dei processi di imitazione e di identificazione che lo supporteranno nel cambiamento.

Ancora, i giochi con le bambole o i giochi di ruolo sono occasioni in cui il bambino può riproporre alcuni dei propri vissuti emotivi, recitando alternativamente più parti: potrebbe capitare quindi che inserisca l’utilizzo del ciuccio o il suo abbandono nel “copione” del suo gioco, magari facendo recitare un bambolotto.
Qualunque sia lo svolgimento del gioco è bene non interferire, bensì lasciare al piccolo libertà di esprimersi; in questo modo avrà l’occasione di rielaborare le proprie esperienze nel contesto protetto della fantasia ludica. 

Tramite il gioco il bambino esprime e mette in atto sia il desiderio di crescere e di governare la paura immedesimandosi in personaggi forti, eroici e dai poteri magici, sia il timore di crescere. Attraverso queste e altre prove costruirà piano piano quella sicurezza interiore che lo spingerà a fare da solo e sperimentare se stesso in tanti ambiti diversi, tra cui anche il fare a meno del ciuccio. 

Note
[1] Winnicott D. W., Corrispondenza non pubblicata con R. Gaddini
[2] Renata Gaddini, I precursori dell'oggetto e dei fenomeni transizionali «Rivista di Psicoanalisi», 1986, 32: 281-295
[3] AA.VV. Association between breastfeeding duration and non-nutritive sucking habits «Community Dent Health», settembre 2008
Bibliografia
Articolo pubblicato il 30/03/2022 e aggiornato il 15/04/2022
Immagine in apertura ljubaphoto / iStock

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