Scuola: da cosa ripartire?

La fase critica che stiamo vivendo ha messo in evidenza alcuni vecchi problemi della scuola, purtroppo sempre attuali. Quali sono le priorità educative da cui ripartire?

Anna Rita Longo, Science writer
visuale di una classe scolastica vuota

Lo tsunami dell’emergenza pandemica ha travolto la nostra quotidianità e ha messo in discussione abitudini consolidate in tutti gli ambienti di vita, relazione, educazione. Affacciandoci a un nuovo anno e alle sfide che porterà con sé, proviamo a riflettere sulla scuola, che dal 7 gennaio, salvo diverse prescrizioni, dovrebbe ripartire “in presenza” in tutti gli ordini scolastici (superiori comprese, dapprima al 50% delle presenze, poi al 75%). 

Se, da una parte, è veramente difficile immaginare gli scenari evolutivi della situazione che stiamo attraversando, è però sempre possibile, anzi doveroso, interrogarsi su una tra le più importanti agenzie educative. Da che cosa ripartire? Che scuola ci piacerebbe costruire per bambine e bambini, ragazze e ragazzi? In questa scuola, qual è il ruolo che possono svolgere le famiglie? Come accompagnare il processo di apprendimento dei figli, aiutandoli a sviluppare non solo le loro conoscenze ma anche la capacità di risolvere problemi? Abbiamo provato a discuterne con l’aiuto di tre esperti, che hanno accettato di condividere con Uppa alcune riflessioni sulla scuola che abbiamo e quella che, forse, potrebbe venire.

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Rispettare gli spazi

L’integrazione della didattica digitale nella quotidianità scolastica italiana è stata difficile sotto vari punti di vista. Si è dibattuto molto sui problemi pratici, come la scarsa disponibilità di strumenti di connessione o l’impreparazione a utilizzarli, che hanno rappresentato senz’altro ostacoli difficili da superare. Ma se la “didattica digitale integrata” – che si chiama così proprio perché non si propone di sostituire quella in presenza, ma di portarle un contributo – continuerà ad avere un ruolo nella scuola del futuro, non si deve dimenticare l’apporto dei genitori.

«Come pedagogista spesso mi trovo a sottolineare l’importanza che le famiglie sappiano trovare un equilibrio tra l’offerta di sostegno a bambine e bambini e il rispetto della loro autonomia, della privacy della relazione educativa con l’insegnante», ci ha detto Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia generale e sociale all’Università di Milano-Bicocca. «Questo – continua l’esperto – deve valere anche nella dimensione domestica e, per esempio, nei momenti in cui si adopera la didattica digitale. Il ruolo delle famiglie è importante, ma non deve diventare ingerenza. Il bambino o la bambina che svolge una lezione a distanza deve essere lasciato da solo con il proprio gruppo di lavoro, così come accade in classe nella didattica in presenza. L’intervento del genitore potrà venire negli altri momenti, prima e dopo, attraverso la richiesta di raccontare ciò che si è fatto, oppure con aiuto e sostegno al metodo di studio».

Perché questa esigenza di rispettare gli spazi personali? Sottolinea Mantegazza: «I pedagogisti riscontrano spesso i danni provocati dall’ingerenza eccessiva delle famiglie, che si traduce in un anticipare i problemi prima che si presentino, in uno spianare la strada che favorisce solo apparentemente l’apprendimento, ma in realtà è un grave ostacolo per lo sviluppo dell’autonomia. È importante che le famiglie ricordino che non bisogna sforzarsi di prevenire gli errori dei bambini, ma, piuttosto, valorizzare la loro importanza formativa».

Non “quanto”, ma “come”

Da quali punti fermi ripartire, quindi? «Dalla centralità della scuola, innanzitutto – sottolinea Mantegazza – come esperienza relazionale importante, dal suo ruolo fondamentale. La scuola italiana si preoccupa spesso delle cose sbagliate, risultando poco funzionale rispetto ai bisogni delle nuove generazioni. Per esempio, ha programmi ipertrofici ma riflette poco sulle strutture da trasmettere, sugli strumenti da dare per interpretare la realtà, che sono più importanti delle nozioni, che si possono sempre acquisire quando si è interiorizzato come fare». 

Anche la fretta è una cattiva consigliera, a casa come a scuola. Aggiunge l’esperto: «L’apprendimento ha bisogno di tempo, che peraltro non è uguale per tutti. Che senso ha mettere pressione a bambine e bambini perché svolgano in fretta i loro compiti, incoraggiando un atteggiamento meccanico e poco riflessivo? Se, da una parte, la scuola deve ripensare la quantità dei contenuti proposti, dall’altra il genitore può avere l’importante ruolo di incoraggiare un apprendimento che è fatto di osservazione, riflessione, rielaborazione personale. Si tratta di un modo per avvicinare bambine e bambini ai metodi e ai valori della scienza moderna, che dovrebbero essere una priorità in campo educativo. Se ne parla da tantissimo tempo, ma poco di concreto è stato portato nella realtà scolastica». 

C’è anche un modo poco funzionale di intendere l’innovazione didattica: «Spesso – aggiunge Mantegazza – quando si parla di introduzione di metodi presentati come alternativi, per esempio la cosiddetta “classe capovolta”, si trasmette l’impressione che si tratti di soluzioni magiche, in grado da sole di risolvere tutti i problemi, anche senza focalizzarsi sull’unico aspetto essenziale: la relazione educativa. Quando questa funziona, e risulta davvero stimolante per gli studenti, tutto è più efficace, anche i diversi metodi adoperati, che sono, appunto, strumenti. Da questo punto di vista, la didattica a distanza ha potuto evidenziare i problemi e mettere in luce le dinamiche ben impostate. Ha funzionato bene, infatti, dove la relazione educativa era stata costruita in maniera adeguata e ha fatto emergere lacune dove, invece, era stata trascurata».

Per approfondire

Una scelta coraggiosa: ripensare la scuola

Secondo Daniela Lucangeli, ordinaria di Psicologia dell’educazione e dello sviluppo all’Università di Padova, è venuto da lungo tempo il momento di fare una scelta coraggiosa, la cui necessità è chiara da decenni e che l’emergenza sanitaria ha sottolineato una volta di più. La scuola ha bisogno di un cambiamento sostanziale: «Se guardiamo a quello che ancor oggi la scuola rappresenta – nota l’esperta – vediamo un’istituzione che conserva la struttura data dalla riforma Gentile, ma nel frattempo le necessità formative del nostro Paese si sono modificate tantissimo». È di certo necessario riconoscere che le riforme scolastiche sono state diverse, ma si sono tradotte essenzialmente in cambiamenti dei singoli ingranaggi, intervenendo poco sul modello vero e proprio.

Oggi non basta più un “refresh” o un “make up”, bensì si rende necessaria una reale modifica della condizione di “salute” della scuola. Sottolinea Lucangeli: «Se al tempo della riforma Gentile l’obiettivo era l’alfabetizzazione del Paese, oggi non possiamo non renderci conto che gli scopi della scuola vanno ben oltre, visto anche che gli studi indicano da tempo che la capacità di leggere, scrivere e far di conto, le abilità verbali e numeriche, per esempio, precedono l’azione della scuola stessa. Bambine e bambini hanno adesso bisogni diversi, ai quali la scuola può e deve rispondere».

Le competenze trascurate

«Pensiamo – aggiunge Lucangeli – a una serie di competenze assolutamente necessarie ma spesso lasciate fuori dalla scuola. Mi riferisco, per esempio, alle capacità prosociali, che favoriscono la collaborazione e la vita di relazione, oppure all’educazione al discernimento e al senso critico, particolarmente importanti soprattutto in adolescenza per districarsi nel flusso intensissimo della comunicazione attuale, in cui le bufale e le fake news sono all’ordine del giorno. In generale, è fondamentale chiedersi in quale direzione vogliamo che la scuola si muova e quali cittadine e cittadini desidera formare, superando l’impostazione focalizzata sul giudizio e concentrandosi sull’interpretazione delle conoscenze».

La guida della scienza

Gli enormi progressi della conoscenza scientifica nel campo della psicologia dell’apprendimento dovrebbero, inoltre, rappresentare una guida in questo progetto di ripensamento complessivo. Aggiunge Lucangeli: «Siamo ancora in attesa di una scuola che traduca in concreto i progressi delle conoscenze scientifiche nel campo delle neuroscienze e della psicologia dello sviluppo. Io ritengo necessario un progetto educativo che rispecchi, dagli anni del nido a quelli universitari, i diversi stadi dello sviluppo cognitivo, emotivo, affettivo, nel rispetto delle differenze individuali e della collegialità dei saperi. Se non avremo il coraggio di farlo, si correrà il rischio concreto di allontanare sempre più le nuove generazioni dall’affezione alla scuola, intesa come risorsa in cui far emergere il proprio potenziale e il proprio meglio. Rischiamo di perderle, affidandole ad altri sistemi formativi globali».

La ricerca di spazi di confronto e formazione

Che cosa possono fare, in questo, le famiglie? «Il loro ruolo è, a mio avviso, centrale», sostiene l’esperta. «Quello che ho in mente non è soltanto ciò che succede ora negli organi collegiali della scuola. Credo che sia importante impegnarsi a sollecitare nuovi spazi di dibattito e di confronto e offrire, perché no, anche attivi spazi di formazione per i genitori». Si tratta di un’esigenza che ha già mostrato la sua funzionalità in alcuni contesti. 

Secondo Adele Veste, docente di matematica e formatrice specializzata nel campo della didattica anche per studenti con bisogni educativi speciali, la chiave dell’efficacia sta in una visione sistemica, che coinvolga tutti gli attori in campo: «Ho avuto personalmente modo di riscontrare che anche nella situazione emergenziale che abbiamo vissuto, nei contesti in cui si è registrato un forte accordo tra scuola e famiglia e la collaborazione è stata costante, tutto si è svolto più facilmente, mentre la mancanza di comunicazione ha amplificato i problemi già esistenti», ci ha detto. «Alcuni istituti scolastici e di formazione con i quali ho collaborato, per esempio, con l’attivazione della didattica a distanza, hanno pensato di offrire anche dei corsi per i genitori sulle competenze digitali di base, e questo ha reso loro più facile accompagnare l’apprendimento dei figli. Pensiamo poi all’importanza dell’uso corretto e sicuro della rete e delle risorse web, che il genitore deve essere pronto a sostenere, insieme alla scuola». 

Anche nel caso degli studenti con bisogni educativi speciali, le famiglie sono chiamate a partecipare e condividere il processo formativo. Aggiunge Veste: «Per esempio, ricordiamo che il piano didattico personalizzato prevede un contributo attivo delle famiglie, che aiutano gli insegnanti a trovare le strategie che consentano agli studenti con bisogni educativi speciali di superare le proprie difficoltà. La sfida è non ridurre questo ruolo a un semplice adempimento burocratico, che non si traduce in nulla di concreto. Nel caso dello studente con disabilità, la nuova normativa prevede un coinvolgimento sempre più attivo delle famiglie, che sono chiamate a osservare con attenzione, anche servendosi della guida di griglie specifiche, i propri figli nell’ambiente domestico, per completare le osservazioni fatte a scuola dagli insegnanti. Offrire una formazione specifica, dunque, sembra importante. In generale, le agenzie educative, in particolar modo scuola e famiglia, devono sostenersi a vicenda, nel rispetto dei diversi ruoli».

Programmare, non improvvisare

Aggiunge Veste: «È sempre fondamentale, poi, riflettere sul valore della programmazione, dello sguardo lungo, rivolto agli obiettivi di quello che si fa a scuola. Programmare vuol dire questo. È importante, anche qui, non ridurre tale atto a semplice burocrazia. La programmazione serve davvero quando è funzionale al lavoro che si deve svolgere. Questo vale anche per l’uso delle tecnologie. Se pensiamo a una scuola in cui la didattica digitale integra quella in presenza, calendarizzare le attività e condividerne gli obiettivi con le famiglie è un modo per permettere a ciò che facciamo di esprimere al meglio le sue potenzialità».

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Articolo pubblicato il 31/12/2020 e aggiornato il 31/12/2020
Immagine in apertura Morsa Images / iStock

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