Tate del sonno: aiuto concreto o semplice business?

Sono sempre più diffusi, anche nel nostro Paese, costosi servizi che promettono di insegnare ai bambini a dormire. Ma sono davvero un aiuto efficace?

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Anna Rita Longo , divulgatrice scientifica
tata del sonno durante la notte

Le notti insonni trascorse a cercare di far riaddormentare un bambino o una bambina molto piccoli sono tra i problemi più comuni affrontati dai neogenitori, talvolta prostrati da quella che percepiscono come una sfida difficile, che comprensibilmente mette alla prova non solo il loro benessere psicofisico, ma anche la loro autostima.

Per far fronte alle difficoltà nella gestione del sonno dei più piccoli, da un po’ di anni anche sul mercato italiano si è fatta strada la figura dei consulenti del sonno che, con nomi ed eventuale percorso formativo di varia natura, offrono servizi di sostegno presentati in modo variabile, ma con l’elemento comune di proporre un approccio “professionale” al problema.

Molte figure diverse

Le definizioni che queste figure si danno sono piuttosto variabili, con il punto comune che si tratta di ruoli quasi esclusivamente ricoperti da donne, per le note ragioni sociologiche e culturali legate alle mansioni che riguardano l’accudimento, in particolar modo dell’infanzia. In alcuni casi, questi servizi vengono proposti dalle stesse persone che si occupano, per il resto, di babysitting, offrendo anche, in specifici periodi, aiuto nella gestione del sonno, con un tariffario a parte per le ore notturne. 

Altre volte questa attività viene inserita all’interno di quelle svolte dalle figure che si definiscono, con un termine derivato dal greco, “doule”, cioè personale non medico e non sanitario che offre servizi di assistenza durante la gravidanza, il parto e i primi mesi di vita del bambino. In altri casi, ci sono persone che hanno scelto di dedicarsi esclusivamente a questa attività e si definiscono “tate” o addirittura “fatedel sonno, della nanna e così via. 

Accanto alla consulenza a distanza o a domicilio sono previste formule come corsi, solitamente online, destinati a gruppi di genitori, che si presentano come strumenti per “risolvere” i problemi del sonno dei piccoli in diverse fasce d’età, ma elencano, tra questi presunti problemi, specifiche caratteristiche fisiologiche del sonno neonatale, come il fatto che sia frazionato.

In alcune grandi città sono anche inserite figure di questo tipo nell’ambito dei servizi (erogati con formule che sembrano simili a parziali abbonamenti personalizzabili) delle aziende che offrono assistenza “di lusso”, destinata a una clientela con alta disponibilità economica. Si trovano, pertanto, all’interno di un ampio menù che comprende una vasta scelta di domestici, governanti, maggiordomi, baby-sitter e tate bilingui. 

Un servizio in parte diverso è quello offerto da chi si propone come baby-sitter o tata per le ore notturne [1] , per consentire a genitori in difficoltà di recuperare le forze e di dormire un numero sufficiente di ore, dopo le notti in bianco dovute ai risvegli notturni dei piccoli.

Un servizio generalmente costoso

Vista l’ampia e variegata offerta sul mercato, non è semplice dire quali spese sia necessario mettere in preventivo per accedere ai servizi di consulenti o tate del sonno, che talvolta richiedono un pagamento orario (comunque di solito molto più oneroso rispetto al normale babysitteraggio), altre volte – più spesso – offrono servizi “a pacchetto”, con prezzi che, a seconda della clientela di riferimento, dell’esperienza e della notorietà accumulate o, ancora, delle (vere o presunte) competenze, possono essere decisamente costosi. 

Data l’estrema variabilità dei servizi e il loro essere personalizzabili in base alle esigenze del cliente, non è semplice neppure fornire cifre di massima, anche se ci proveremo. Una tata del sonno che abbia raggiunto una buona notorietà può anche richiedere diverse centinaia di euro per una sola consulenza telefonica, ma, naturalmente, il prezzo può aumentare considerevolmente nel caso in cui si richieda un servizio personalizzato a domicilio

In generale, pacchetti da 1000 o 2000 euro (ma anche cifre più alte) rispecchiano in modo abbastanza fedele il panorama di un mercato estremamente variabile. Il fenomeno, come accennato, non è esclusivo del nostro Paese ed è estremamente fiorente in molte parti del mondo e la popolarità delle tate del sonno non conosce flessioni, anche grazie alla clientela VIP o a programmi televisivi che rafforzano l’idea dell’esistenza di metodi infallibili per educare al sonno, che rendano possibile coniugare gli stressanti ritmi attuali e le esigenze di serenità dei piccoli. E, come di frequente accade, la diffusione di queste idee contribuisce all’aumento delle tariffe [2] .

Ma di quali metodi si tratta? Solitamente viene proposta una variante delle tecniche comportamentali che cercano di indurre il neonato, progressivamente, a smettere di piangere e riaddormentarsi da solo, con maggiore o minore intervento di supporto da parte dei genitori, a seconda dei casi. Si tratta di approcci relativamente alla cui efficacia gli studi, se pure non sembrano evidenziare problemi a lungo termine [3] nel piccolo con il quale siano stati applicati, non forniscono dati chiari, soprattutto per quel che riguarda l’età inferiore a sei mesi e il medio-lungo termine.

Eppure, spinti da alcune recensioni entusiastiche, non sono pochi i genitori che ritengono che valga la pena investire una somma non irrisoria per risolvere un problema che pensano che solo una tata del sonno possa affrontare in modo autorevole e professionale.

False aspettative

Una tra le cause del senso di inadeguatezza sperimentato da molti genitori e del loro sentirsi, senza alcun concreto motivo, incapaci di “insegnare” al proprio bambino o bambina a dormire potrebbero essere le false aspettative su ciò che dovrebbe accadere, dovute a una conoscenza poco accurata della fisiologia del sonno neonatale

Se si parte dall’idea che un “bravo neonato” sia quello che dorme un’intera nottata di fila e si attribuisce questa, decisamente rara, circostanza all’abilità del genitore di modellarne il comportamento, la conseguenza spontanea sarà quella di percepirsi come incapaci o sbagliati, se le cose non dovessero andare in questo modo. Anche poche nozioni sulla struttura del sonno neonatale saranno sufficienti a capire che non è realistico aspettarsi da un bimbo di pochi mesi un comportamento simile a quello degli adulti, per quel che riguarda l’atto di dormire. 

Romina Moavero, neuropsichiatra infantile, professoressa associata presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e in servizio presso l’Ambulatorio di Neurologia dei disturbi del sonno dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma richiama, infatti, alcuni concetti di base: «La principale differenza tra il sonno dei bambini nei primi mesi di vita e quello dell’adulto riguarda, innanzitutto, il fatto che il sonno dei piccoli è definito polifasico, perché, al contrario di quello monofasico, concentrato nelle ore notturne, della persona adulta, si distribuisce nel corso dell’intera giornata, con piccoli sonnellini di breve durata, inframmezzati da fasi di veglia. Nel complesso, il piccolo dorme, nei primi mesi, per il 70% e più del tempo, ma in più momenti». 

Tutto questo fa parte della fisiologia e, nonostante il comprensibile impatto sulla gestione della vita dei neo-genitori, non ha nulla di anomalo o patologico. Continua Moavero: «Non si può escludere che alcuni bambini manifestino fasi di sonno più lunghe, per esempio che riescano a dormire un numero di ore di fila più lungo del comune, nei casi fortunati nel corso della notte, ma è importante sottolineare che si tratta certamente di eccezioni e non della regola, anche perché un bimbo, soprattutto nei primi tre mesi di vita, che sono quelli in cui vengono più spesso segnalati problemi nella gestione del sonno, non percepisce la differenza tra il giorno e la notte e non può regolare su questa i propri ritmi». 

Altre differenze tra il sonno dei più piccoli e quello dell’adulto riguardano le fasi del ciclo del sonno. Nell’adulto il ciclo dura circa 90 minuti, nei quali il sonno REM, quello in cui si sogna, occupa il 20-25% del totale

«Nei bambini più piccoli – ricorda Moavero – inizialmente si parla di “sonno quieto” (che poi evolverà in non-REM) e “sonno attivo” (che diventerà REM), poi, dopo il primo mese o l’inizio del secondo mese, comincia la vera e propria ripartizione in sonno non-REM e REM. La fase attiva/REM alla nascita occupa circa il 50% del totale perché risulta importante per lo sviluppo, poi gradualmente si riduce arrivando al 30% e, tra 1 e 3 anni, diventa del 20-25%, come nell’adulto. Il ciclo del sonno del neonato è, inoltre, nel complesso, più breve, e dura circa 50-60 minuti». 

Nel corso del processo di maturazione si giungerà molto gradualmente a una struttura del sonno vicina a quella adulta, che si consolida durante l’adolescenza. 

Ma a che età si può sospettare l’effettiva esistenza di un problema del sonno? «Intorno ai 6 mesi – sottolinea la neuropsichiatra – si può iniziare a ipotizzarlo, ma è importante ricordare che spesso, nei bimbi piccoli, i disturbi del sonno sono, in realtà, la spia di altre condizioni, per esempio problemi di reflusso, situazioni legate all’alimentazione o condizioni patologiche risolte le quali il problema rientra, oppure, ancora, di altri disagi legati all’ambiente in cui il piccolo si trova. In generale, è bene ricordare che il sonno frammentato rientra, comunque, nella fisiologia, nei primi 3 anni di vita».

Continua l’esperta: «Queste poche nozioni saranno sufficienti a comprendere che è irrealistico aspettarsi che un bimbo di pochi mesi possa avere un sonno sincronizzato con quello dei genitori. Le frequenti fasi di risveglio sono legate alla durata dei cicli del sonno e anche ai bisogni fisiologici e, nel corso di queste, è del tutto normale che il neonato richieda la presenza degli adulti che si prendono cura di lui per riaddormentarsi. Infatti, nel primo anno di vita del bambino, la presenza della culla nella camera dei genitori, vicino al loro letto, in passato oggetto di critiche immotivate, può rappresentare la scelta migliore, oltre a essere raccomandata anche per la prevenzione della SIDS [4] mentre viene sconsigliata, per motivi di sicurezza, la condivisione del letto dei genitori nei primi mesi di vita».

Igiene del sonno

Vi sono, inoltre, alcune abitudini che possono essere di grande aiuto. Aggiunge Moavero: «Si tratta delle norme che fanno riferimento alla cosiddetta “igiene del sonno”, che è importante conoscere e applicare, che comprendono la regolarità degli orari, l’attenzione alla creazione di un ambiente accogliente e tranquillo, che favorisca l’avvio del sonno, l’uso di routine che agevolino il rilassamento e altri piccoli ma fondamentali accorgimenti. Nei colloqui con le famiglie che si rivolgono ai centri per i problemi del sonno, scopriamo spesso che queste semplici regole sono di frequente disattese e che ci si aspetta che i piccoli possano addormentarsi in condizioni per loro del tutto sfavorevoli, perché si ha l’idea che siano i piccoli a doversi adattare ad ambienti ed esigenze a misura di adulto e non viceversa. Anche la precoce esposizione agli schermi dei dispositivi elettronici, oggi sempre più frequente, può avere effetti negativi sul sonno».

Ma ci sono prove che applicare una specifica tecnica per “insegnare a dormire”, come quelle adoperate da tate e consulenti del sonno, possa avere una qualche forma di efficacia? «Gli studi di buona qualità sui problemi del sonno – sottolinea Moavero – riguardano l’età adolescenziale e adulta, ma non abbiamo dati conclusivi per i bambini nei primi mesi di vita. Quindi affermare che una tecnica sia basata su prove scientifiche è decisamente azzardato». 

Dobbiamo tenere presente che, tra l’altro, molti problemi nella gestione del sonno che si verificano nei primi mesi tendono spontaneamente a regredire con la crescita del piccolo e via via che i genitori acquistano la capacità di coglierne i segnali e di interpretarne le esigenze. Attribuire il superamento del problema all’intervento della tata del sonno potrebbe, quindi, essere l’erronea attribuzione di un nesso causa-effetto a eventi che si sono semplicemente verificati uno dopo l’altro, ma sono indipendenti

Altre volte la presenza di una figura esterna, soprattutto per i genitori che non hanno l’appoggio di una rete di sostegno (è un caso che nella società attuale è sempre più diffuso) potrebbe rappresentare di per sé un elemento rassicurante, che influisce sulla serenità dell’ambiente domestico e avere, quindi, un effetto indiretto sul sonno del piccolo, anche se le tecniche adoperate non hanno particolare efficacia. 

Quello che è importante chiarire è, infatti, che non si può, allo stato attuale delle nostre conoscenze, parlare dell’esistenza di metodi di provata efficacia per far addormentare i neonati o i lattanti, come pure sostenere che una figura esterna ai genitori possa essere più capace di loro nell’educare il piccolo al sonno.
Un’altra idea illusoria è quella che ogni bambino debba rispondere nella stessa maniera a una determinata tecnica o routine: come mostrano le esperienze anche molto diverse tra loro che a tanti genitori capita di avere con ciascuno dei propri figli, a parità di contesto e comportamento. Ogni bambina o bambino ha caratteristiche ed esigenze diverse, alle quali pian piano i genitori imparano a rispondere, potendo anche decidere di richiedere un aiuto che ritengono idoneo al benessere proprio e del piccolo, senza che questo comporti un senso di incompetenza o impotenza.

Un aiuto da figure formate

Ma è comunque possibile pensare a un modo per supportare le famiglie nelle delicatissime fasi in cui si deve iniziare a prendere contatto con il complesso ruolo del neo-genitore? Secondo Romina Moavero, senz’altro, partendo soprattutto dalla conoscenza, che si traduce in competenza: «A molti genitori potrebbe essere utile sapere come funziona il sonno dei piccoli, anche per evitare di alimentare false aspettative, che trasmettono un senso di impotenza e frustrazione quando vengono smentite dalla quotidianità. 

Anche negli stessi corsi pre-parto sarebbe opportuno pensare a una formazione specifica che riguarda questi aspetti, così come si potrebbe pensare a servizi di consulenza ai quali rivolgersi quando se ne avverte la necessità. In ogni caso, penso ad attività gestite da professionisti con una solida formazione teorica in campo medico o sanitario, come il personale ostetrico, lo psicologo o il neuropsichiatra infantile, in generale figure che conoscano la fisiologia del sonno e lo sviluppo del bambino.»

Conclude poi Romina Moavero: «Spesso consulenti e tate del sonno non hanno alcuna competenza teorica certificata o le certificazioni cui si fa riferimento, talvolta conseguite all’estero, non hanno comunque carattere di ufficialità e non sono valide nel nostro Paese. Inoltre in molte occasioni questi cosiddetti percorsi formativi sono molto brevi e non possono certo garantire competenze su argomenti così delicati come lo sviluppo neonatale».

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Anna Rita Longo

Divulgatrice scientifica, è socia effettiva e presidente della sezione pugliese del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) e membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM. Scrive per diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast.

Note
[1] Ariel Ramchandani How Night Nannies Fit Into Affluent Urban Family Life «the Atlantic», 10 gennaio 2020
[2] Nicole Fabian-Weber How much do night nannies make? Experts reveal what you should be charging «care.com», 8 luglio 2022
[3] AA.VV. Five-year follow-up of harms and benefits of behavioral infant sleep intervention: randomized trial «pubmed.gov», ottobre 2012
[4] Ministero della Salute SIDS «salute.gov.it», 19 novembre 2021
Bibliografia
Articolo pubblicato il 30/12/2022 e aggiornato il 26/01/2023
Immagine in apertura freemixer / iStock

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