Ambiente

Idee anti spreco per un mondo migliore

Cercare di ridurre al massimo lo spreco alimentare è un dovere di tutti, impegniamoci a lasciare un mondo migliore ai nostri bambini

di Mariarosaria Di Feola - Nutrizionista, Bolzano

Esiste un’espressione, usata soprattutto parlando di cibo, che riecheggia da sempre attraversando secoli e popolazioni: «non si butta via niente». Ma la realtà è ben diversa. Secondo alcuni dati della FAO, nei paesi industrializzati vengono buttate più di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno e, a livello europeo, si sprecano in media 180 kg di cibo pro-capite all’anno (in particolare in Italia sono 149 kg). Sarebbe opportuno impegnarsi sempre di più per togliersi di dosso l’etichetta di “spreconi” partendo dalla limitazione delle perdite produttive nelle aziende agricole. In caso di eccedenze, le risorse alimentari andrebbero riutilizzate per l’alimentazione umana o destinate ad aziende per la produzione di mangimi per bestiame. Se il riutilizzo non fosse possibile, invece, si dovrebbe pensare a riciclare e recuperare l’eccedenza di cibo. Ebbene, in quest’ultimo caso esistono molte realtà che utilizzano come materia prima gli scarti alimentari.

Il riciclo pensato in piccolo

I primi esempi di riciclo di alimenti possiamo trovarli nel nostro nido domestico. Sicuramente vi è capitato di preparare frittate o crocchette con gli avanzi di pasta o di riso, o di riciclare il pane raffermo preparando polpette e pangrattato. Basta davvero un po’ di fantasia e si possono trasformare gli scarti alimentari in piatti davvero prelibati. Se poi la creatività è parte del nostro quotidiano, possiamo tritare le scorze di agrumi con chiodi di garofano e cannella per ottenere un ottimo profumatore per ambienti. Se proprio non abbiamo altre vie di riciclo, possiamo mettere gli avanzi nella compostiera per produrre un fertilizzante per il nostro orto.

Il riciclo pensato in grande: per fare un vestito… ci vuole il latte (e non solo)

Al giorno d’oggi si riesce a fare molto di più di tutto questo. Sappiate che si possono utilizzare gli scarti alimentari per produrre abiti, accessori ed energia. Volete qualche esempio? Nel mondo dell’abbigliamento esiste il “latte da indossare”. Ebbene sì: in Italia, agli inizi degli anni ’30, è nata la fibra di latte grazie alla trasformazione della caseina, la principale proteina del latte. Proteina che, dopo esser stata ricavata dalle eccedenze industriali casearie e cosmetiche grazie a innovative tecniche di bioingegneria, viene trasformata in una fibra naturale con delle proprietà particolari. Con la fibra prodotta, per esempio, l’azienda Duedilatte crea tessuti come: il tessuto “latte intero” (tessuto 100% latte) leggero, anallergico, antibatterico e che mantiene le sue caratteristiche anche dopo numerosi lavaggi; il tessuto “latte parzialmente scremato” (tessuto 40%, latte 60%) dove la fibra di latte è combinata con altre fibre che derivano da piante coltivate senza l’utilizzo di prodotti chimici. Un altro esempio è il tessuto “​latte di riso” (tessuto 100% riso), derivato dalla lavorazione delle proteine e della cellulosa del riso. Il risultato è una fibra di “rose” paragonabile al cashmere e in grado di proteggere dai raggi ultravioletti. Non vi sembra abbastanza? Ebbene va anche detto che gli amminoacidi del latte che restano all’interno della fibra si prendono cura della pelle, nutrendola e idratandola. Un’altra grande realtà nell’ambito tessile è Orange Fiber. Fondata da due imprenditrici italiane, l’azienda tessile trasforma gli scarti delle arance in tessuti eco sostenibili di alta qualità, grazie a un innovativo processo brevettato. Dopo la spremitura e la trasformazione viene estratta la cellulosa che può essere filata e, attraverso le nanotecnologie, l’olio essenziale di agrumi viene incapsulato e fissato nei tessuti. Un tessuto 100% agrumi è leggero, morbido, setoso e in grado di rilasciare vitamine sulla pelle, un po’ come quando mettiamo la crema idratante sul nostro corpo. La caratteristica nutritiva è garantita per almeno una ventina di lavaggi, ma si sta studiando un metodo per ricaricare il tessuto con specifici ammorbidenti. 

Pelle eco-friendly dagli scarti di frutta e verdura, per tutte le amanti delle eco bag

Un frutto dalle risorse totalmente inaspettate è l’ananas: una designer spagnola ha creato piñatex, una simil-pelle ricavata dalle foglie della pianta utile per la produzione di borse e scarpe. Alla fine del ciclo di utilizzo il prodotto è compostabile e riesce a ridurre al minimo l’impatto ambientale. Anche l’industria Puma ha apprezzato il materiale, progettando un primo prototipo di scarpe sostenibili. I campi di applicazione di piñatex sono in continua evoluzione e, date le proprietà antibatteriche del prodotto, si sta cercando il modo di utilizzarlo anche in campo medico, soprattutto per la realizzazione di bendaggi. Fruit leather Rotterdam è invece il nome del progetto partito da due giovani designer olandesi che hanno deciso di sfruttare i circa 3.500 kg di ortaggi definiti invendibili dopo ogni mercato a Rotterdam. I dettagli del processo sono un segreto degli ideatori ma, in linea generale, si sa che dalla frutta e dalla verdura vengono tolti i semi, tagliati in pezzi, schiacciati e bolliti in modo da eliminare i batteri che ne provocherebbero la decomposizione. Infine si procede all’asciugatura su una superficie particolare. Il prodotto che ne deriva è un’eco-pelle naturale, resistente e malleabile, con la quale si possono realizzare borse, accessori, mobili e forse anche vestiti. Il primo oggetto prodotto con la pelle eco-friendly è stata una borsa, per la gioia di tutte le amanti delle eco bag.

Accessori speciali

Se invece preferite qualche accessorio speciale per la cucina, l’azienda Whomade ha creato foodscape, un contenitore per alimenti secchi. È una specie di ciotola a forma di seme creata con scarti alimentari di carote, bucce di arachidi e amido di patate. Anche in questo caso, una volta esaurito il suo utilizzo, può essere sciolta in acqua e usata per concimare il terreno. Volete un vaso alternativo? Vipot ha creato un vaso biodegradabile dalla lolla, un materiale di scarto della lavorazione dei cereali come riso, avena e farro. Il vaso vipot, qualora venga interrato a fine ciclo di vita, si decompone naturalmente nel terreno, mentre, se smaltito con la raccolta degli scarti organici, si trasforma in compost. Oltre ai vasi si possono produrre ciotole e piatti certificati a uso alimentare, duraturi e lavabili in lavastoviglie. Insomma, zero impatto ambientale!

Quando i rifiuti sono a impatto zero

Un ultimo esempio riguarda l’uso di scarti alimentari per produrre energia. Nel supermercato della catena Sainsbury’s a Cannock, in Gran Bretagna, lo stabilimento è alimentato esclusivamente attraverso l’energia generata dalla digestione anaerobica dei rifiuti del supermercato. Tali rifiuti non sono altro che gli scarti del cibo rimasti invenduti a fine giornata e che non è possibile donare. Gli alimenti deteriorati o scaduti dei supermercati della catena alimentare britannica vengono quindi convogliati in uno stabilimento dove un digestore li trasforma in biometano. A sua volta, poi, questo è trasformato in energia elettrica che viene trasmessa direttamente al negozio tramite un cavo elettrico di 1,5 km.

Questi sono solo alcuni esempi, insieme a molti altri, di una realtà che si occupa di ridurre lo spreco alimentare, al quale è legato anche il dispendio di altre risorse importanti come acqua, terra e fonti energetiche di ogni tipo. A tutto questo va aggiunto anche il dispendio delle risorse economiche che potrebbero essere investite per migliorare il benessere del pianeta. Cercare di ridurre al massimo lo spreco alimentare è un dovere di tutti, impegniamoci a lasciare un mondo migliore ai nostri bambini!