Come sognano i bambini

Quali sono le differenze tra l’attività onirica di un adulto e quella di un bambino piccolo? E perché, dal punto di vista dello sviluppo del cervello, i sogni hanno un peso così rilevante?

Alberto Oliverio, neurobiologo
Bambino che dorme

Cosa accade durante il sonno di un lattante o di un bambino piccolo? Molti genitori si preoccupano vedendo il proprio bambino agitarsi, osservando il suo volto che diventa pallido o manifesta rossori, e le sue palpebre che si aprono per poi richiudersi. Talvolta il piccolo potrebbe anche emettere suoni o respirare in modo molto irregolare: sono tutte manifestazioni di un sonno tipico di quell’età. Esistono motivi per allarmarsi oppure questo quadro rispecchia un particolare tipo di attività onirica, diversa da quella degli adulti? Per comprendere le particolarità del sonno infantile possiamo partire da quanto avviene nel cervello di un adulto durante il sogno.

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Quanto sogna un adulto?

Malgrado alcuni ritengano di sognare poco, ognuno di noi sogna regolarmente, all’inizio e alla fine di una notte di sonno e per almeno altre tre fasi equidistanti tra loro: un totale di almeno cinque episodi di sogno, ognuno della durata di 15-20 minuti, in cui il cervello è sconvolto da una tempesta di onde elettriche che percorrono i suoi circuiti nervosi. Questo stato di convulsa attività nervosa contrasta con la condizione di paralisi in cui giace il corpo del sognatore, i cui muscoli diventano progressivamente atonici (cioè privi di tono muscolare), per ultimi quelli della nuca, come dimostra la testa del passeggero di un treno o di un aereo quando ricade sul petto nell’istante in cui l’abbandono è totale. È in questo momento, quando cioè si sogna, che i globi oculari si muovono rapidamente al di sotto delle palpebre: questi movimenti danno il nome al “sonno REM” (Rapid Eye Movements), la fase del sonno in cui l’attività elettrica del cervello è spasmodica – simile a quella che caratterizza la veglia – e durante la quale si sogna.

I primi sogni di un bambino

I lattanti e i bambini, invece, non piombano nello stato di “paralisi” di cui abbiamo parlato, ma hanno delle fasi di sonno leggero, sonno profondo e sonno attivo o REM. In quest’ultima fase il loro cervello presenta un’attività elettrica abbastanza simile a quella degli adulti, ma i loro muscoli non sono paralizzati: al contrario, possono contrarsi rapidamente, provocando agitazione, apertura e chiusura delle mani, movimenti delle gambe o, addirittura, pianto e impallidimento. In seguito, a partire dai 2 anni, il 3% circa dei bambini può avere delle crisi di “terrore notturno” che non coincidono con la fase REM ma con quella di sonno profondo.

I bambini, quindi, sognano e lo fanno intensamente: l’attività REM compare già nel corso della vita fetale e durante gli ultimi mesi di gravidanza trascorrono circa i due terzi del tempo sognando. Ma cosa si può sognare quando ancora non esistono esperienze, ricordi, desideri, aspettative? A questa domanda gli studiosi del cervello non possono ancora rispondere, e probabilmente non potranno mai farlo, tuttavia è noto che ancor prima della nascita si percepiscono i suoni, le intonazioni della voce materna, il ritmo musicale, le sensazioni tattili, olfattive e gustative. Potrebbe essere questo “abbecedario” di sensazioni a dar vita a quei sogni che iniziano a prendere una forma più distinta nel corso delle prime settimane di vita, quando gli occhi si aprono sul mondo e il cervello registra esperienze sempre più complesse.

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Consolidare esperienze e apprendimenti

Un neonato, che dorme circa 16-18 ore al giorno nelle prime settimane di vita, sogna per la metà di questo tempo: 8-9 ore di sogni “attivi”, accompagnati da movimenti degli arti e delle labbra, vampate di rossore, pallori improvvisi, crisi di sudore, espressioni emotive. Prima ancora di esprimere le sue emozioni nella vita diurna con espressioni di piacere, disgusto o perplessità, il volto di un neonato lascia trasparire queste espressioni durante il sogno, come se ripassasse degli schemi istintivi di emozioni allo stato puro, da collaudare in seguito in risposta a situazioni reali della vita.

È possibile che il sonno REM di un neonato e di un bambino piccolo duri tanto a lungo e abbia un ruolo importante perché ripercorre gli schemi mentali che l’ereditarietà o le esperienze hanno iscritto nel suo cervello? Numerosi neuroscienziati ritengono che le cose stiano proprio così: il sogno occuperebbe un vasto spazio del sonno infantile proprio perché, in quelle lunghe ore, nel cervello vengono consolidate memorie innate – come le espressioni facciali delle emozioni – e memorie acquisite provenienti dalle esperienze che si succedono nel corso di una giornata. È nel sogno che vengono rafforzate le memorie linguistiche, i suoni che costituiscono nuove parole, le immagini visive, le associazioni tra esperienze diverse: senza la massiccia attività onirica che caratterizza l’infanzia, la specie umana non potrebbe strutturare e far ordine in mezzo a quell’enorme massa di esperienze che sono sua caratteristica peculiare.

Sogno o realtà?

Il sogno infantile ha quindi un ruolo essenziale in rapporto alla memoria: senza di esso non verrebbe costruita una mente fatta di esperienze e apprendimenti. Il graduale declino delle ore investite nel sogno, dalla nascita sino a circa i 15 anni di età, corrisponde al compiersi di un tragitto fondamentale nella costruzione della mente adulta. Eppure, il sogno ha anche un’altra dimensione: è un palcoscenico su cui viene recitata una commedia che, sino a una certa età, sembra condividere molti degli attributi e delle connotazioni della realtà. Un bambino piccolo, infatti, stenta a cogliere le differenze che separano la realtà onirica da quella diurna, la vita dal sogno. Soltanto in una fase successiva, con il passare degli anni, i personaggi e le scene rappresentati nel sogno assumeranno progressivamente dimensioni ambigue, verranno mascherati da una censura che potrà nasconderci, al nostro risveglio, le tortuose dinamiche oniriche. Perché anche i sogni, come la nostra mente, hanno una loro infanzia e una loro maturità: con gli anni diventano meno lineari e palesi, rielaborati e protetti da una corteccia che nell’infanzia è ancora immatura.

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Alberto Oliverio

professore emerito di Psicobiologia presso l’Università Sapienza di Roma, ha lavorato in numerosi istituti di ricerca internazionali. Dal 1976 al 2002 ha diretto l'Istituto di psicobiologia e psicofarmacologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche. È autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, di saggi professionali, didattici e di divulgazione.

Articolo pubblicato il 20/05/2020 e aggiornato il 26/05/2020
Immagine in apertura JNemchinova / iStock

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