Allattamento prolungato: quello che c’è da sapere

L'allattamento prolungato non presenta nessuna controindicazione e svolge una funzione importante nella relazione madre-figlio

Elena Uga,
pediatra
Allattamento prolungato: quello che c’è da sapere

Il 21 Maggio 2012 la rinomata rivista Time uscì con la copertina che suscitò non poche discussioni e sentimenti contrastanti: una mamma, bionda, truccata e fasciata in pantaloni attillati; accanto a lei, in piedi su uno sgabello e vestito con pantaloni militari, un bambino grande, di tre o quattro anni, che succhia al seno. Il titolo recitava: Are you mum enough? ovvero “Tu sei mamma abbastanza?”

All’interno della rivista l’articolo fa riferimento, in toni marcatamente polemici, alle mamme americane seguaci di William Sears, stimato pediatra d’oltreoceano che da anni si occupa di allattamento. L’immagine riesce a suscitare perplessità sia in chi non ha mai preso in considerazione l’eventualità che un bambino di quell’età possa nutrirsi al seno, sia in chi, invece, ha vissuto questa esperienza visto che il titolo ha un tono decisamente provocatorio. Cosa vuol dire essere mamma “abbastanza”? La risposta può dipendere esclusivamente da come la madre ha deciso di alimentare il suo piccolo? Per quanto tempo va allattato al seno un bambino? Quali sono i benefici che si ottengono?

Per tentare di rispondere a queste domande ricordiamo il consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che suggerisce che i bambini vengano allattati esclusivamente al seno per i primi sei mesi e che poi l’allattamento materno prosegua, integrato con cibi solidi, almeno fino ai due anni, finché mamma e bambino lo desiderano. Dunque le risposte che cerchiamo risiedono proprio nella formula “finché mamma e bambino lo desiderano”: oggi solo una corretta informazione e un adeguato sostegno alle madri può permettere loro di fare scelte consapevoli, oltre ogni pregiudizio.

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Un meccanismo perfetto

Il latte materno e l’allattamento al seno costituiscono la norma biologica della nostra specie; raramente ci chiediamo perché abbiamo i polmoni per respirare, ma spesso ci chiediamo perché i bambini vengono allattati dalle loro madri. La natura ha creato un meraviglioso meccanismo grazie al quale tutti i mammiferi si nutrono, per un periodo della loro vita variabile a seconda della specie, con un alimento unico, completo, ecologico e formulato specificamente per le necessità di crescita del piccolo. Solo dopo e gradualmente tutti i piccoli mammiferi iniziano a nutrirsi di altri cibi e diventano autonomi, abbandonando il latte della mamma. Per la specie umana quando arriva questo momento? Per quanto tempo un bambino ha veramente bisogno del latte materno?

L’antropologa americana Jean Liedloff partecipò a numerose spedizioni in Amazzonia osservando lo stile di vita e le abitudini di una popolazione di indios venezuelani, gli Yequana. Nel libro scritto dopo questa esperienza, Il concetto del continuum, la studiosa descrive una modalità di accudimento dei bambini che corrisponde alle loro istintive richieste: portando i piccoli addosso, lasciandoli liberi di sperimentare e praticando l’allattamento prolungato i piccoli indios crescevano sicuri e autonomi.

Questa e altre osservazioni antropologiche hanno messo in evidenza come i bimbi messi nelle condizioni di avere a disposizione il seno quando lo desiderano (come si era soliti comportarsi anche in occidente fino a meno di un secolo fa) tendono ad abbandonare il seno spontaneamente intorno ai tre anni. Questa tappa evolutiva però, così come il parlare o il camminare, non è raggiunta nello stesso momento da tutti i bambini; il bimbo posto nella condizione di svezzarsi naturalmente dal seno può staccarsi prima o dopo, con una media intorno ai tre anni ma una variabilità molto ampia che può andare dall’anno ai quattro, cinque in rari casi. C’è chi ha correlato lo svezzamento naturale dal seno con la completa maturazione del sistema nervoso centrale, che avviene appunto intorno ai tre anni con il completamento delle guaine mieliniche (le “pellicole” che rivestono i nostri nervi).

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Con l’avvento dell’alimentazione industriale è completamente cambiato il nostro modo di valutare l’allattamento. Avendo a disposizione un degno sostituto, le mamme consigliate dagli operatori sanitari hanno iniziato a decidere se allattare al seno e fino a quando farlo e non sono più stati i bambini a smettere spontaneamente di succhiare dal seno quando fossero stati pronti. Quindi oggi troviamo le mamme divise in partiti (così come ci dimostra l’articolo del Time): pro o contro l’allattamento, insieme alle fazioni moderate del “si, ma non troppo” e alle frange estreme del “fino alla maggiore età”.

Quali sono i vantaggi dell’allattamento prolungato

Innanzitutto l’allattamento riduce il rischio di patologie nella mamma come l’osteoporosi, ma anche il tumore al seno e all’ovaio e il livello di questa protezione è proporzionale alla durata complessiva degli allattamenti di quella donna. Per quanto riguarda il bambino, è sempre stato noto come il latte materno protegga i fragili neonati da pericolose infezioni, ma oggi sappiamo anche che riduce il rischio di insorgenza di numerose patologie immunomediate come la celiachia, il diabete, la sclerosi multipla, le allergie (anche se questo punto è ancora dibattuto).

In una cultura in cui l’accesso alle cure è garantito e facilitato, non sempre il rischio di malattia è però un buon argomento per convincere il partito degli scettici. Quante volte le mamme che allattano a lungo si sentono dire «il tuo latte è acqua», «così non si staccherà mai» oppure «allatti ancora?». In realtà l’apporto nutrizionale del latte materno anche nel bambino più grande continua ad essere importante, si stima che due o tre poppate dopo il primo anno di vita forniscano al bambino 1/3 delle calorie quotidiane.

Oltre ai vantaggi dal punto di vista strettamente medico, non dobbiamo dimenticare quelli di tipo emotivo e relazionale: il bimbo che ha bisogno di succhiare e di star vicino alla mamma si staccherà quando sarà pronto a farlo, portando con sé un bagaglio di esperienza e sicurezza impagabile. Con questo non voglio affermare che tutte le mamme, nel nostro paese e nella nostra epoca, con le difficoltà legate al lavoro, alla delega dell’accudimento e ai messaggi contrastanti di media ed operatori, debbano allattare i bambini fino a tre anni: per noi pediatri è già un enorme successo quando un bambino viene allattato esclusivamente fino a sei mesi e poi continua ad assumere latte materno fino all’anno.

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È giusto che tutti i genitori abbiamo la possibilità di fare delle scelte consapevoli riguardo all’alimentazione dei loro piccoli e, una volta adeguatamente informati e supportati, intraprendano autonomamente il proprio cammino: ribadisco la raccomandazione dell’OMS che recita «finché mamma e bambino lo desiderano». Se l’equilibrio si spezza, se la madre veramente non lo desidera più, si cercano strategie per interrompere l’allattamento nel modo meno traumatico possibile.

I falsi miti

Innanzitutto l’allattamento prolungato non danneggia il bambino, anzi, come abbiamo detto, apporta numerosi guadagni di salute sia per il piccolo sia per la mamma. Inoltre il bambino allattato a lungo non sarà un mammone per sempre anzi, quando sarà pronto a staccarsi, avrà un bagaglio importante di sicurezza e autonomia. Il latte materno non perde sostanza con il passare dei mesi e degli anni, ma continua ad essere un importante apporto di liquidi e nutrienti. Non esiste un’età precisa in cui i bambini devono abbandonare il seno, lo fanno quando sono pronti o quando la mamma deciderà che è il momento, e lo fanno tutti. L’allattamento prolungato non deve essere necessariamente un allattamento “selvaggio”, si può allattare discretamente anche un bambino grande.

Immagine per l'autore: Elena Uga

Elena Uga, pediatra, lavora presso l'ospedale S. Andrea di Vercelli e si occupa nello specifico di allergologia, allattamento e ambiente. Dal 2011 collabora come autore per UPPA.

Pubblicato il 22.11.2013 e aggiornato il 27.06.2018