Lo sviluppo della vista nel neonato

Lo sviluppo di questo senso è ricco di significati e ha delle implicazioni importanti nella relazione con il bambino

Franco Panizon,
pediatra e docente
Lo sviluppo della vista nel neonato

Ecco, il neonato si è staccato dal seno. Ha fatto la sua prima poppata, neanche mezz’ora dopo esser nato, trascinandosi come un piccolo verme verso l’odore e il sapore del capezzolo materno. Ha riconosciuto la sua mamma, dalla voce, ma anche, certamente, da qualcosa d’altro; dal ritmo e dai toni del cuore, dalle caratteristiche speciali di quel ritmo e di quei toni; inconfondibili giacché li ha ascoltati, sempre quelli, sempre gli stessi, più forte e più piano, ma sempre quelli, per nove mesi; forse l’ha riconosciuta anche dal gusto del colostro che magari ricorda vagamente il gusto del liquido amniotico che ha bevuto per tanto tempo; e gli è sembrato di riconoscere anche la voce del padre, che veniva da qualche parte lì vicino (il 70% dei neonati riconosce anche il padre dalla voce, già alla nascita).

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Certo, non sa neanche cosa siano il padre e la madre; non sa che sono persone; non sa neanche cosa voglia dire essere una persona; per ora sono solo due voci, un odore, il calore accogliente della pelle, una vaga sensazione di umido, una luce che prima non c’era. Deve farsi ancora un’idea del mondo. Imparerà presto. Ha a disposizione un nuovo senso, che prima non aveva modo di usare: il senso della vista. Ancora ci vede poco; la sua vista non si è mai esercitata, l’area della corteccia occipitale destinata a trasformare in immagini i segnali che partono dalla retina non si è ancora organizzata a puntino: lo farà rapidamente sotto lo stimolo luminoso; e sotto quello stimolo le cellule nervose si sposteranno, si daranno un ordine, intrecceranno legami tra di loro, diventeranno un quadro, disegnato da una rete che funzionerà più o meno come uno schermo televisivo, trasformando in immagini “comprensibili” i segnali elettrici che partono dall’occhio.

Un lavoro titanico

Il lavoro che il neonato fa in quei primi giorni è un lavoro titanico: confronta insieme quello che sente, quello che vede e quello che tocca, e si fa un’immagine del mondo, ne disegna la mappa; mette la mappa del mondo dentro di sé, e in quella mappa sistema se stesso e tutte le cose, buone e cattive, che incontra, ordinandole in una specie di scatola che chiameremo la scatola dello spazio/tempo. Ecco cosa impara, da solo, senza che nessuno gli dia un aiuto, un suggerimento, una spiegazione, in poche ore, in pochi giorni, in poche settimane:

  • a 3 giorni si gira verso la voce della mamma, e sa che quella voce viene dalla stessa cosa che gli dà il latte;
  • a 7 giorni distingue già bene, e non più soltanto dall’odore, la mammella della madre rispetto a ogni altra mammella, e comincia a valutare la distanza, in base alla lunghezza del viaggio che deve fare la sua mano o la sua bocca per toccarla;
  • a 10 giorni, quasi un miracolo per un mezzo cieco che ancora non sa neanche di essere al mondo, riconosce la sua mamma dal viso;
  • a 2 settimane riconosce anche il viso del padre, di quel signore che sta sempre vicino alla madre, ma che ha un odore tutto diverso, e tutto suo, che qualche volta lo prende in braccio come lo prende la mamma, senza dargli però il capezzolo, che ha poi tutto un altro odore e, probabilmente, un altro sapore;
  • a 6 settimane sa riconoscere tutti e due, padre e madre, anche emotivamente, come qualcosa di amico, di protettivo, di cui fidarsi, cui sorridere: qualcosa di molto diverso dall’estraneo, che invece lo lascia indifferente, o incerto, o impaurito.

Intanto, giorno per giorno, mentre nessuno ci bada, comincia a mettere insieme la comprensione del ritmo della parola, i bisillabi che si ripetono, associano la parola col gesto e con l’oggetto: imparano, silenziosamente, a decifrare il linguaggio.
Questo è l’inizio della conoscenza del mondo, l’inizio della storia di una persona.

Cosa dice la scienza a proposito dei primi giorni

Per molti decenni sia gli operatori sanitari sia i genitori ritenevano che, per poppare al seno, un piccolo non sapesse cosa fare per alimentarsi e veniva perciò di solito spinto verso il seno. Il neonato osservava soltanto e leccava e spesso si fermava per l’intromissione. In realtà alla nascita il neonato può sapere più cose della madre. Oggi sappiamo che anche numerosi altri interventi interferiscono con la naturale capacità del piccolo di esplorare, ricercare e trovare il seno. Gli anestetici somministrati durante il travaglio, oppure utilizzati in corso di analgesia epidurale, possono arrivare attraverso la placenta al neonato e provocargli difficoltà nell’attacco; anche il disagio provocato dall’episiotomia può interferire. L’iperidratazione correlata all’uso di liquidi delle flebo può determinare edema periareolare, e l’aspirazione gastrica con sondino provoca stress al neonato. È interessante notare che l’aspirazione non è più consigliabile per il 90% dei piccoli che hanno normale attività respiratoria, colorito buono, e non presentano tracce di meconio alla nascita, dal momento che interferisce con una confortevole suzione del neonato e che spesso, a causa della stimolazione sul retrofaringe determina una importante riduzione della frequenza cardiaca. Non è necessario neanche aspirare con pompetta naso e bocca, che è sufficiente asciugare delicatamente con un panno.

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La ricerca sull’abilità del neonato di muoversi sulla pancia della madre verso il seno, di attaccarvisi senza aiuto e di succhiare correttamente è stata pubblicata già nel 1990 sulla rivista medica «The Lancet» (Righard e Alade, 1990). I neonati del gruppo di ricerca “non medicalizzati”, messi subito sulla pancia della madre, dopo 50 minuti si erano attaccati al seno autonomamente e succhiavano correttamente. I bambini di un altro gruppo, non medicalizzati ma lavati, misurati dopo la nascita e rimessi sulla pancia della madre erano anche essi capaci di attaccarsi da soli al seno, ma la metà di loro non succhiava correttamente. I bambini di parti medicalizzati erano troppo addormentati per succhiare. Questa scoperta è stata ulteriormente elaborata da Klaus & Klaus nel libro Dove comincia l’amore. I primi contatti con il neonato, Bollati Boringhieri, 1998.

Pubblicato il 24.06.2013 e aggiornato il 17.12.2018