Svezzamento: quando e come iniziare

Il significato di questo termine è cambiato radicalmente rispetto al passato: oggi non è più inteso come perdita del “vizio” di succhiare al seno, ma indica piuttosto quella fase in cui il piccolo, pur continuando l’allattamento, si avvicina spontaneamente ai cibi soldi

Lucio Piermarini,
pediatra
Svezzamento: quando e come iniziare

Con il termine “svezzamento” oggi si intende il passaggio da un’alimentazione esclusivamente liquida, a base di latte materno o formulato, a un’alimentazione mista, con apporto di cibi solidi o semisolidi. In passato, però, questo termine aveva un altro significato: indicava il momento in cui il bambino, considerato ormai “grande” (di solito intorno ai 2 anni), veniva definitivamente allontanato dal seno. Quasi sempre il piccolo, anche se già abituato ai cibi solidi, opponeva resistenza cercando di tenersi stretta la sua “cara abitudine”, entrando così in conflitto con la mamma, e da qui la definizione da dizionario: «Far perdere un vezzo, un difetto o una cattiva abitudine».

Svezzamento e “vizio”

Il termine svezzamento non va comunque demonizzato o inteso come sinonimo di perdita di un “vizio”. La scienza ha infatti ampiamente dimostrato che il latte materno rappresenta una risorsa salutare anche oltre i 2-3 anni di vita del bambino. Questo è uno dei motivi per cui, sempre in ambito scientifico, si preferisce parlare di “Alimentazione Complementare” (AC), definizione che evidenzia come il cibo solido vada ad aggiungersi (e non a sostituirsi) al latte, materno o formulato, che resta ancora per mesi l’alimento principale.

Quando e come iniziare lo svezzamento?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda la prosecuzione dell’allattamento esclusivo al seno fino ai 6 mesi circa, età attorno alla quale i bambini vengono solitamente svezzati. Va però ricordato che l’OMS non indica una età precisa e puntuale, perché i fattori che determinano il momento idoneo per lo svezzamento sono legati al livello di sviluppo di ogni singolo bambino, e quindi variabili da soggetto a soggetto. Ciò avviene per qualunque tappa evolutiva: iniziare ad afferrare gli oggetti, a camminare, a parlare, ecc.; possiamo individuare un’età di massima, ma poi ogni bambino è a sé.
Dunque, forzare lo svezzamento, così come ostacolarlo nel momento in cui il piccolo si mostra interessato e pronto a sperimentare i cibi solidi, sono atteggiamenti da scoraggiare.

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Svezzamento a 4 mesi, 5 mesi… 8 mesi

Possiamo dire che un bambino è pronto per lo svezzamento nel momento in cui raggiunge tutte le competenze fisiologiche necessarie: una maturità digestiva (di solito già intorno ai 4-5 mesi), un controllo del tronco che gli permette di avere un minimo di appoggio, la scomparsa dei riflessi legati alla suzione, la masticazione e, soprattutto, il desiderio di svezzarsi. Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza, perché se il lattante non mostra ancora interesse verso i cibi solidi, il fatto che possa essere maturo e pronto sugli altri aspetti non servirà a nulla.
In sintesi, pur sapendo che, grosso modo, il bambino è potenzialmente pronto per lo svezzamento intorno ai 6-8 mesi, dobbiamo sempre aspettare le sue manifestazioni di interesse verso il cibo solido. Quindi, chi può dirci quando è il momento giusto sarà solo ed esclusivamente “quel” bambino.

È utile seguire uno schema per lo svezzamento?

Dimenticate schemi, calendari e tabelle di svezzamento: tutto è diventato molto più semplice e facile da quando abbiamo capito che l’errore chiave stava nel fissare un momento di inizio.
Ma allora come iniziare lo svezzamento? Dipende sempre dal “quando”. L’età di cui abbiamo parlato è quella dei 6-7 mesi, in cui i bambini sono molto attivi, dormono meno di giorno e inevitabilmente capita che siano svegli durante i pasti della famiglia. Normalmente, facendo sedere il bambino con voi a tavola, noterete un sempre maggior interesse da parte sua per ciò che fate mentre mangiate; questo comportamento non è mirato, come erroneamente si pensa, a mangiare il cibo dei grandi (il piccolo non ha cognizione di ciò che ha davanti) ma piuttosto all’imitazione di ciò che fanno i propri genitori, al ripetere le loro azioni. Ed ecco che a un certo punto, durante il pranzo o la cena, il bambino si agiterà e tenderà le mani, come a dire che vuole assolutamente partecipare a ciò che sta accadendo sulla tavola. È il momento di accontentarlo, di prendere con la vostra posata un po’ di cibo sminuzzato e lasciarglielo a portata di mano. Se il piccolo è veramente intenzionato afferrerà la posata (non il cibo, che non ha ancora per lui alcun significato specifico) e la porterà, sotto la vostra guida, alla bocca. E se è veramente pronto inizierà prudentemente a masticare, valuterà odori e sapori, probabilmente li riconoscerà (li ha già assaggiati nel liquido amniotico e nel latte della mamma), e con sua grande soddisfazione deglutirà in tutta sicurezza; assaggio dopo assaggio, sempre rispettando rigorosamente i propri ritmi, riuscirà a scoprire che si tratta di qualcosa di gustoso e saziante, che fa lo stesso effetto della poppata al seno o al biberon.

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Autosvezzamento e autoregolazione

Gradualmente tutti i bambini (ognuno coi suoi tempi) si svezzano, iniziano cioè ad assaggiare il cibo a tavola durante i pasti familiari, imparando anche a usare le posate, e questa nuova sperimentazione andrà ad affiancarsi all’allattamento a richiesta. Ma come far coesistere entrambe le cose? Col tempo abbiamo compreso quanto sia importante fidarci delle capacità di autoregolazione dei neonati per quanto riguarda l’allattamento, ed è quello che bisogna fare anche durante questa fase. La quantità di latte assunta dal bambino subirà via via un aggiustamento graduale automatico, mentre per quanto riguarda il cibo solido, sarà possibile evitare sprechi o avanzi confrontando le porzioni effettivamente consumate dal piccolo con quelle solitamente messe a tavola (si aumenteranno le porzioni se si avrà l’impressione che voglia mangiare di più o, viceversa, si diminuiranno se comincerà a lasciare del cibo nel piatto).

Se inizia a mangiare di meno?

In genere a cavallo del primo anno (ma anche in questo caso dipende da soggetto a soggetto) si potrà osservare una diminuzione nelle richieste di latte e cibo da parte del bambino. Si tratta di un fase inevitabile, programmata, legata al cambiamento dei ritmi e delle modalità di crescita, e che porterà il piccolo, intorno ai 3-4 anni, a diventare da “paffuto” a snello.
Se tutto ciò non avviene, sarà importante parlarne con il pediatra: qualche raro difetto di autoregolazione, più o meno importante, è statisticamente inevitabile.

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Il “vecchio impianto” e lo svezzamento naturale

Tutto ciò che rappresenta il “vecchio impianto” dello svezzamento, ovvero “l’allenamento” al cucchiaino con la frutta, la sostituzione di una poppata di latte con un pasto solido, la dilazione degli alimenti allergizzanti, l’eliminazione totale del sale, l’utilizzo di omogeneizzati, ecc., non è in alcun modo supportato da dimostrazioni scientifiche. E chiariamo anche che l’autosvezzamento non ha nulla a che vedere con lo “svezzamento naturale”, che utilizza la medicina alternativa, l’omeopatia, l’osteopatia e terapie simili, ma si conforma piuttosto a quanto confermato da studi scientifici internazionali, seppure rimanga suscettibile di evoluzione in base a nuove conoscenze.

Svezzamento con frutta, brodo vegetale e altre ricette

Una volta dimostrato che il bambino sa perfettamente cosa mangiare e quanto, resta da definire il ruolo della famiglia. Dato che gli adulti, per il piccolo, rappresentano il modello da copiare, sarà fondamentale condurre un buono stile alimentare, ovvero (ricerche scientifiche alla mano) seguire le ricette della dieta mediterranea (disponibile anche per uno svezzamento vegetariano) i cui cibi sono reperibili ovunque. Anche qui il consiglio è quello di procedere a piccoli passi, senza alcun bisogno di forzare o accelerare questo passaggio.
E i legumi? Vanno più che bene. Ricordiamoci solo che il bambino non ha ancora i denti, e che dunque il cibo, a seconda della sua struttura, va spezzettato o schiacciato o sfilacciato; sempre però facendo sì che il piccolo avverta in bocca qualcosa di solido, che stimoli la sua masticazione (non i fluidi dunque, perché si limiterebbe a succhiarli). Invece. per tornare agli alimenti vegetali, crudi (ad esempio insalata e frutta non matura) o cotti (melanzane, peperoni, ecc.), data la fisiologica indigeribilità della fibra in essi contenuta, in questo caso lo sminuzzamento deve essere maggiore (dal minestrone fino al classico brodo vegetale).
Ma tutta questa fibra non gli farà venire la stitichezza? Al contrario: la fibra, trattenendo i liquidi, previene la stipsi, oltre a favorire una maggiore qualità della flora batterica intestinale e ad aiutare a mantenere morbide le feci.

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Pubblicato il 24.06.2019 e aggiornato il 25.06.2019
Immagine in apertura Richard Stonehouse / iStock