Quanto conta il genere in altre culture?

Rivolgere lo sguardo verso altre popolazioni ci aiuta a capire come i ruoli maschili e femminili non siano determinati biologicamente, ma siano piuttosto il prodotto della cultura e dell’educazione

Ana Cristina Vargas, antropologa
Bambine e bambini indiani in classe

«Non fare la femminuccia», «Quelle sono cose da maschio»: frasi come queste, un tempo comunissime e ancora oggi usate nella vita quotidiana, veicolano l’idea che le differenze biologiche che esistono fra il corpo maschile e il corpo femminile siano alla base di differenze strutturali nel carattere, nelle attitudini e, dunque, nel modo in cui si deve educare un bambino o una bambina.

Ma le cose stanno proprio così? È davvero “naturale” che le bambine preferiscano le bambole e i maschietti le ruspe o le macchinine? Oppure le diversità nei gusti, negli atteggiamenti e nei comportamenti sono il frutto di modelli educativi che portano a introiettare uno specifico ruolo di genere?

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Ruoli inconsueti

Da un punto di vista antropologico la risposta è chiara: il sesso non è decisivo nel plasmare la personalità, né determina le inclinazioni e le potenzialità di un individuo. I ruoli maschili e femminili hanno infatti una forte variabilità transculturale: ciò che in una società si considera un comportamento “tipicamente” femminile o maschile, in un’altra società può essere considerato in modo diametralmente opposto.

Un esempio interessante è quello degli Tchambuli della Nuova Guinea (oggi noti come Chambri), descritti per la prima volta dall’antropologa Margaret Mead nel suo testo classico Sesso e temperamento, pubblicato alla fine degli anni ’30 del Novecento. Presso questa popolazione, infatti, i ruoli di genere sono per molti versi opposti a quelli tradizionalmente più diffusi nel contesto occidentale (in particolar modo ai tempi in cui Mead svolse le sue ricerche). Gli uomini detengono formalmente il potere politico, ma non prendono parte alle attività produttive, dedicandosi soprattutto al teatro e ad altre occupazioni artistiche. I maschi Tchambuli sono noti per la cura nel vestire, per l’uso di pettinature elaborate e di ornamenti e accessori vistosi, per il carattere vanitoso, l’insicurezza e la tendenza ai pettegolezzi. Le donne, per contro, sono austere e pratiche, usano tenere le teste rasate, gestiscono la pesca, l’allevamento e il commercio, e sono a tutti gli effetti l’asse portante del nucleo familiare.

Differenze e disuguaglianze

In numerosi contesti sociali le differenze di genere sono fortemente accentuate nel processo educativo e sono sovente collegate a disuguaglianze di status che hanno ripercussioni negative per le donne fin dalla nascita. L’Unicef ha infatti denunciato la persistenza di situazioni di violenza, il minor accesso delle bambine alle risorse alimentari, economiche e educative, e la difficoltà a sradicare pratiche come i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali femminili. Anche nella nostra società, sebbene alcune dinamiche si stiano gradualmente modificando, la strada da percorrere verso la parità di genere è ancora lunga.

In altri contesti culturali, purtroppo meno noti, il genere conta poco e l’educazione è orientata alla complementarietà dei ruoli. È il caso, sempre in Nuova Guinea, degli Arapesh, una società pacifica, dedita all’agricoltura, che dà molto valore alla condivisione e alla solidarietà. Entrambi i genitori sono attivamente coinvolti nella cura dei figli e i papà sono bravi quanto le mamme a pulire, nutrire, coccolare e consolare i bimbi. L’attitudine alla cura viene coltivata fin dall’infanzia: sia i maschietti sia le femminucce sono incoraggiati a occuparsi dei fratellini più piccoli e le espressioni di tenerezza sono apprezzate in entrambi i sessi. Inoltre, fra bambini e bambine non ci sono differenze significative nell’abbigliamento, nel comportamento o nelle aspettative sociali: a entrambi è richiesto di portare sacchi ugualmente pesanti; tutti possono arrampicarsi, rotolarsi e cimentarsi con giochi fisici impegnativi; gli uni e le altre devono acquisire destrezza con gli attrezzi da lavoro e con le pentole da cucina. Nell’età puberale e adolescenziale si manifestano alcune differenze legate al genere e subentrano dei tabù tesi a regolare la sfera sessuale, tuttavia anche durante la vita adulta rimane forte l’idea di una sostanziale “interscambiabilità” dei ruoli maschili e femminili.

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Quando il sesso non conta

Un altro caso significativo – seppur estremo – è quello degli Inuit, in cui il genere non è determinato dal sesso biologico del nuovo nato, ma da quello dell’antenato di cui è incarnazione. Per gli Inuit nascere equivale a ritornare: ogni bambino riceve la propria anima e il proprio nome da un antenato, con il quale avrà una profonda connessione identitaria che influenzerà il suo destino fino all’età adulta. In alcuni casi può capitare che un’antenata-donna decida di trasmettere la propria anima-nome a un corpo maschile e, viceversa, che un antenato-uomo trasmetta la propria anima-nome a un corpo femminile. Quest’ultimo è il caso di Iqallijuq, una donna Inuit dei territori artici del Canada intervistata dall’antropologo Bernard Saladin quando era ormai anziana. Iqallijuq aveva ricevuto l’anima-nome da suo nonno e, di conseguenza, le era stata impartita un’educazione “al maschile”: aveva appreso le tecniche di caccia e, quando era arrivato il momento, aveva ucciso la sua prima preda diventando cacciatore al pari degli altri ragazzi del gruppo. Solo all’arrivo della pubertà la madre le aveva donato il primo vestito femminile. Crescendo, Iqallijuq aveva imparato a considerarsi donna, ma aveva continuato a riconoscere dentro di sé uno spirito maschile e aveva avuto come compagno di vita un uomo con un’anima-nome femminile.

Educare alla parità

Per quanto radicalmente diverso dal nostro modo di vivere e di pensare, il caso Inuit ci pone di fronte alla complessità delle questioni legate al genere. In ogni individuo, infatti, c’è una compresenza inestricabile di caratteristiche ed emozioni tradizionalmente considerate maschili (come la forza, l’intraprendenza, il coraggio) e altre ascritte al mondo femminile (come la tenerezza, la sensibilità, la propensione all’accudimento).

Crescere in un contesto carico di stereotipi porterà a percepire come “normali” le disuguaglianze di genere; per contro, crescere in un clima orientato all’uguaglianza e alla condivisione dei compiti porterà a introiettare il valore della cooperazione e del rispetto reciproco. Educare in un modo più paritario e aperto rispetto ai ruoli di genere, inoltre, offre a bambine e bambini l’opportunità di sviluppare in maniera più libera e completa la propria identità, permettendo loro di fare esperienze e di esprimere vissuti che non sono solo maschili o solo femminili, ma sono propri di tutti gli esseri umani.

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Articolo pubblicato il 11/11/2020 e aggiornato il 11/11/2020
Immagine in apertura greenaperture / iStock

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