Il blog di UPPA

L’uscita da scuola: protezione o autonomia?

Il blog di UPPA Di Sergio Conti Nibali - Pediatra e direttore di UPPA, Messina
Tornare da scuola da soli

Sulla parete del mio ambulatorio, ormai da molti anni, ho appeso un poster di Francesco Tonucci nel quale una madre con un bambino piccolo, certamente della scuola primaria, chiede al pediatra una ricetta, il medico risponde “A scuola a piedi con gli amici tutti i giorni”; sotto c’è scritto, in maiuscolo, AUTONOMIA È SALUTE.

In questi giorni molti dirigenti scolastici emanano circolari per ribadire norme e regole riguardo all’uscita degli alunni da scuola. In particolare si tende a rimarcare l’obbligo, penalmente rilevante, di vigilare sul minore e pertanto il dovere di ritirare i propri figli all’uscita dalla scuola anche per le secondarie di primo grado.

Un papà scrive sul nostro forum:

«Capisco le ragioni di cautela dei dirigenti, ma, mi pare che questa posizione possa essere – se non direttamente, per le sue implicazioni – un intralcio allo sviluppo dell’autonomia dei bambini (o ragazzini). È possibile che un bambino, dopo essere stato sempre accompagnato in ogni suo spostamento, possa al compimento del quattordicesimo anno muoversi in piena autonomia e sicurezza? E magari in scooter? Penso che i genitori debbano responsabilmente accompagnare i loro figli in un graduale percorso verso l’indipendenza che non può evitare ai bambini di “fare da sé”. La mia è un’opinione di un papà senza particolari competenze giuridiche o pedagogiche, ma sento qualcosa che “stride” per cui mi rivolgo all’opinione autorevole di UPPA! Credo, infatti, che il tema dello sviluppo dell’autonomia sia pedagogico e dunque proprio della scuola, cosicché le circolari dei dirigenti mi paiono in contraddizione con i principi educativi dell’istituzione scolastica».

Occorre ricordare che il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media coincide spesso con l’acquisizione di un significativo aumento dell’autonomia dei bambini. Del resto quanti di noi non ricordano che è stato proprio intorno all’inizio delle scuola medie che abbiamo cominciato ad andare a scuola a piedi, da soli o con qualche compagno che recuperavamo per strada. «Beh – si dirà – altri tempi; adesso i rischi sono maggiori», ma questa è una bugia.

Le competenze di un bambino di otto anni sono molto diverse da quelle di un bambino di dodici, e così sono diverse le loro esigenze nel tornare da scuola a casa. Le capacità di relazionarsi con degli estranei e con gli amici, di attraversare la strada senza incorrere in pericoli, di sapere prevedere eventuali problemi ed evitarli saranno diversi; saranno certamente condizionati dalle esperienze precedenti, ma anche dalla fisiologica acquisizione di competenze che sono specifiche di ogni età. E allora come non essere d’accordo con il nostro lettore che reputa diseducativo e fortemente allarmistico questo genere di circolari (che, tuttavia, non fanno altro che uniformarsi a quanto è stabilito dalla legge) per i ragazzi della scuola media? Ci stiamo abituando a una certa mentalità “difensivistica”, come a dire: «Vi avevamo avvertito, se succede qualcosa è colpa vostra». Queste circolari vanno in questa direzione.

E su questo aspetto qualche considerazione generale va fatta: le nostre città sono amiche dei bambini? La risposta, salvo rare eccezioni, è no. Perché? Non abbiamo un pensiero urbanistico a misura di bambino; o meglio a misura di tutti, senza distinzioni di età o di genere. Non abbiamo rispetto per i bambini o, forse, in una sorta di classifica dei valori, preferiamo mettere in prima fila la velocità al posto del rispetto dell’altro.

Si può fare qualcosa nella comunità? Sì: ad esempio organizzare percorsi sicuri, vigilati o discretamente supervisionati dove i bambini sono liberi di camminare tra di loro e avvicinarsi a “luoghi” dove i genitori possono prenderli; penso a progetti come il pedibus, il bicibus, lo scuolabus già attivi, anche se troppo poco diffusi, in  alcune realtà; iniziative che coniugano una grandissima valenza pedagogica con la responsabilità sociale: la comunità che si prende cura dei bisogni dei propri bambini e ragazzi diventa educante. I genitori devono essere promotori di queste buone pratiche, che spesso non sono conosciute dalle amministrazioni comunali.

Ecco, allora, cosa pensa UPPA: da una parte è necessario che si cambi la legge, dall’altra, però, si deve prevedere come obiettivo delle nostre comunità quello di rendere sempre più autonomi i bambini, ricordando che la loro sicurezza è una responsabilità della società, cioè di tutti.

Alle prese con la pubblicità…

Il blog di UPPA Di Lorenzo Calia - editore, Roma
UPPA

In una recente lettera giunta in redazione, una nostra lettrice ha chiesto chiarimenti riguardo un box pubblicato su uno degli ultimi numeri della rivista, riferendosi in particolare alla sua presunta natura pubblicitaria. Abbiamo pensato che le perplessità della lettrice potessero essere condivise da altri utenti e per questo ci sembra utile chiarire ancora una volta la nostra politica in fatto di pubblicità. Vi riportiamo la lettera arrivata in redazione e parte della nostra risposta (che sarà pubblicata per intero sul numero 4/2017 di UPPA) perché lo scambio con voi lettori, costruttivo e intelligente, non solo è essenziale ma arricchisce sempre il nostro lavoro.

Cara UPPA,
ti ho sempre stimato molto come fonte, proprio per la tua adamantina indipendenza dagli sponsor. Devo però dire che nel secondo numero di quest’anno ho trovato una nota stonata che mi spinge a chiederti un piccolo chiarimento. A pagina 46, all’interno di un articolo sul bullismo scritto da una psicologa di Dedalus di Jonas, trovo un piccolo riquadro anomalo: non una semplice presentazione della struttura a cui afferisce l’autrice, ma una specie di “consiglio per gli acquisti”, con tanto di accenno alle tariffe agevolate e logo della struttura in fondo. Cosa distingue quel riquadro da una pubblicità vera e propria? Non ditemi i soldi che percepite o no perché io non ho modo di controllare le vostre entrate.
Vi ringrazio in anticipo per la risposta.
Una mamma dalla provincia di Gorizia.

Cara Eveljn,
[…] l’episodio a cui lei fa riferimento è effettivamente frutto di una svista: una volta andati in stampa ci siamo resi conto che qualcuno avrebbe potuto “pensare male”… Il box che lei ha trovato sulla nostra rivista è stato inserito perché Dedalus è una delle poche organizzazioni private a offrire prestazioni di psicoterapia con una politica di prezzi sostenibile, mentre solitamente questi servizi sono molto costosi. Il box è stato inserito su nostra iniziativa e senza che venisse ricevuto del denaro.

Ci dispiace molto che lei metta in dubbio la nostra buona fede. L’episodio ci servirà per alzare ulteriormente la guardia ed evitare che questo tipo di episodi si ripeta in futuro.

Lorenzo Calia
editore di UPPA

Passiamo dunque a chiarire nel dettaglio il nostro codice di condotta in fatto di sponsorizzazioni e pubblicità.

Senza compromessi

La rivista, il nostro sito internet e tutte le iniziative legate a UPPA vengono finanziate esclusivamente attraverso la vendita degli abbonamenti alla rivista cartacea. In nessun caso riceviamo denaro in cambio della pubblicazione di contenuto. Sulle nostre pagine non promuoviamo mai servizi o prodotti a pagamento, a eccezione di libri, mostre, film, spettacoli teatrali, musei e così via: siamo convinti che senza informazione non esistano democrazia né progresso, e per questo sosteniamo gratuitamente il mondo della cultura. Inoltre, per scrivere su UPPA, è richiesta una dichiarazione di assenza di conflitto di interesse. Oltre alle circa 16.000 famiglie abbonate, UPPA raggiunge oltre quattro milioni di utenti l’anno attraverso il web, in maniera totalmente gratuita, fornendo informazione scientifica di qualità, grazie al processo di lavoro condiviso e trasparente del comitato di revisione.

La scienza dalla parte della salute

A ulteriore conferma della nostra completa indipendenza, ogni settimana decliniamo offerte di collaborazione da parte di aziende del settore dell’infanzia, l’ultima delle quali proveniente da uno dei più grandi siti di e-commerce al mondo. Crediamo che, mai come oggi, sia fondamentale ristabilire un rapporto di fiducia tra la comunità scientifica e i cittadini, nell’interesse della salute delle persone; un compito difficile quanto ambizioso, che da 17 anni è alla base del nostro lavoro.

Non ci resta che augurarvi buona lettura e tornare al lavoro…


A spasso con un neonato? Più facile grazie ai baby pit stop

Il blog di UPPA
baby pit stop

Gli ultimi mesi di gravidanza sono spesso costellati di incontri e percorsi di accompagnamento alla nascita del bambino. Altrettanto spesso, però, questi incontri si focalizzano su argomenti che riguardano il parto con qualche cenno sull’importanza dell’allattamento. Il risultato? Quando il bebè arriva, i genitori si trovano spesso impreparati e scoprono che occuparsi del bambino fuori casa può non essere così semplice come lo avevano previsto. Per questo è importante che i neo-genitori non restino soli, particolarmente nei primi mesi, che siano informati su tutte le strutture e i servizi a loro disposizione sul territorio e che si sentano liberi di uscire, anche con un bambino molto piccolo, sicuri che troveranno locali disposti ad accoglierli in caso di necessità.

Cos’è un baby pit stop?

Il concetto di baby pit stop nasce 12 anni fa da un’intuizione dell’organizzazione di volontariato internazionale La Leche League (Lega per l’Allattamento Materno): si tratta di uno spazio protetto all’interno di un locale pubblico per fare “un cambio…di pannolino e il pieno…di latte”. È stato poi negli anni imitato da Unicef, che ne ha ripreso il nome, dall’Associazione delle consulenti in allattamento IBCLC (International Board Certified Lactation Consultant) con i suoi Poppa&Pannolo, e dall’associazione onlus Il Melograno con il progetto Farmacie Amiche dell’Allattamento. I negozianti aderenti a questi circuiti ottengono la certificazione impegnandosi a rispettare il Codice internazionale sulla commercializzazione del latte materno che protegge le mamme dal marketing dei sostituti del latte materno. Oltre a queste reti nazionali, esistono poi decine di reti locali che si sono attivate grazie all’impegno di gruppi di mamme volenterose, alla lungimiranza di istituzioni, all’intuizione di alcuni esercenti di singole realtà che, per la storia del titolare o una particolare sensibilità, offrono attrezzature e servizi preziosi per i neo-genitori con bebè. Il problema è che spesso tutte queste realtà non si conoscono, l’informazione è frammentata, difficilmente accessibile e non geolocalizzata.

Un’app per trovare i baby pit stop

Partendo da un’esigenza concreta e dall’iniziativa di una neo-mamma, un anno e mezzo fa nasce Baby Pit Stoppers, web app gratuita che, grazie alla geolocalizzazione, permette di trovare il locale più vicino dove fermarsi per una sosta col proprio piccolo per allattarlo, cambiarlo o scaldare una pappa. La mappatura è accessibile in tutta Italia sui dispositivi mobili semplicemente collegandosi al sito www.babypitstoppers.com.
In un anno e mezzo di attività, grazie alle segnalazioni di migliaia di utenti, Baby Pit Stoppers ha raccolto in un’unica mappatura oltre 2.800 locali accoglienti, agevolando nell’ultimo anno più di 16.000 famiglie nei loro spostamenti. Il progetto non ha sponsor, né finanziatori istituzionali, e potrà continuare a svolgere la sua attività solo con il contributo di tutti.


Con il libro “sospeso” i bambini riscoprono il piacere della lettura

Il blog di UPPA Di Natalia Castiglia - Producer televisiva, Roma
libro

Secondo i risultati di uno studio presentato lo scorso dicembre dall’Associazione Italiana Editori (AIE), in Italia ci sono ben 13 milioni di abitanti che vivono in comuni senza nemmeno una libreria (ben 687 sono sopra i 10.000 abitanti, ossia l’8,6% del totale). Ne consegue, sempre secondo i dati dell’AIE, una correlazione tra l’assenza di librerie e gli indici di lettura. Ma è veramente questo il motivo per cui gli italiani non comprano libri? Recenti dati Istat rivelano che il 18,6% degli italiani, quasi 1 su 5, lo scorso anno non ha mai aperto un libro o un giornale. Non c’è da meravigliarsi quindi se il 70% della popolazione rientra nella categoria dei cosiddetti analfabeti funzionali: persone che, pur sapendo leggere, si trovano al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà.

L’idea del libro sospeso

A chi oggi si impegna nel mestiere di vendere libri è quindi chiaro che per sopravvivere è necessario andare oltre il pubblico dei lettori forti in modo da cercare di raggiungere, attraverso iniziative culturali, chi abitualmente non si reca in libreria. Lo sa bene Michele Gentile, titolare dal 1985 di Ex Libris Cafè, unica libreria di Polla e del Vallo di Diano, un comprensorio di 15 comuni e quasi 60.000 abitanti al confine tra Campania e Basilicata.

Libraio per passione, Michele si scontra da subito con le difficoltà del settore. Decide così di rivolgersi ai bambini come interlocutori privilegiati – sono spesso i libri per bambini a trainare il mercato del libro, come rilevato dai dati Nielsen – nella speranza che possano invogliare i genitori a fare acquisti in libreria. Alla luce dello scarso successo ottenuto dalla sola attività di promozione nelle scuole, Michele prova a coinvolgere gli amici nell’acquisto di libri che poi sarebbero stati regalati ai piccoli lettori. Nasce così l’idea del libro sospeso, che consiste nel fare acquistare al cliente un libro per sé e uno da regalare a un ragazzo sconosciuto dai 10 ai 18 anni. Il libro viene firmato con dedica ed esposto in un’apposita bacheca a disposizione dei ragazzi.

Oggi sono ormai celebri le numerose iniziative che sono nate dall’antica tradizione di Napoli del caffè sospeso: al centro dell’attività solidale non solo la pizza o il panino, ma anche sul versante culturale il biglietto del cinema o del teatro. L’idea del libro sospeso nasce in questa libreria di Polla e grazie al contributo dei social conosce una diffusione esponenziale prendendo piede in tutte le regioni italiane.

Un’iniziativa tira l’altra

Oggi da Ex Libris nasce la nuova iniziativa Non Rifiutiamoci che promuove la lettura e al tempo stesso incentiva la buona pratica del riciclo, grazie alla collaborazione con la Metalfer, piattaforma di raccolta di rifiuti di metallo. L’idea consiste nella raccolta di oggetti di varia natura di alluminio, ferro, ottone, piombo che vengono portati in libreria e pesati. Il quantitativo ottenuto viene pagato in libri secondo le quotazioni di mercato: per esempio, se ci si presenta con 18/20 kg di lattine in alluminio, si può avere diritto a un libro del valore di dieci euro circa; con 10 kg di ottone si può conquistare un vocabolario; con 12 kg di rame un atlante geografico. Il progetto presentato in prima istanza nelle scuole ha subito incontrato l’entusiasmo di giovani e insegnanti. E così gli alunni della scuola media di Sala Consilina (comune di 13mila abitanti) hanno ripulito bar, pub e pizzerie e sono riusciti a raccogliere 100 kg di alluminio in cambio di decine di libri che ora fanno parte della biblioteca della scuola.

Come sottolinea Michele, sono soprattutto i bambini a permettere all’iniziativa di avere successo. Prendendo la raccolta di rifiuti come un gioco, riescono con il loro entusiasmo a coinvolgere i genitori, a dimostrazione del fatto che spesso la lettura si associa al dialogo con le famiglie. L’ambizione di Michele è di poter esportare questo modello virtuoso in modo da dare vita a una forma di economia circolare al di là delle mura della sua libreria, creando così una rete di “franchising” di librerie del riciclo.


Un “Cuore di Maglia” in aiuto dei piccoli nati prematuri

Il blog di UPPA Di Natalia Castiglia - Producer televisiva, Roma

Alessandria, 2008. Un gruppo di amiche, accomunate dall’hobby del lavoro a maglia, decide di rendersi utile alla collettività e di prestare la propria energia per la realizzazione di indumenti per piccoli nati pretermine. L’intuizione è nata da un lavoro venuto male: una scarpina troppo piccola per il figlio di un’amica. Nel corso di una settimana Laura Nani dà vita a Cuore di Maglia, associazione no profit che si occupa di realizzare e fornire un corredo completo a bambini che nascono prima del termine atteso, e i cui genitori spesso non sono ancora pronti a dar loro accoglienza. Fare del bene con ferri e filati si può, ed è simbolizzato da un cuore rosso realizzato da due ferri viola: il marchio dell’associazione.

Con una formazione in marketing e pubbliche relazioni, Laura Nani applica le regole acquisite in 15 anni di lavoro – l’uso del marchio, la scelta dei partner e la correttezza nei confronti della aziende che offrono il filato – alla passione per i lavori a maglia ereditata dalla madre. Copertine di 60×60 cm, sacchi nanna che per dimensioni e calore ricreano il grembo materno, scarpe della grandezza di mezzo pavesino, cappellini che calzano su di una mela: sono questi i minuscoli capi del corredo speciale realizzato dalle donne di Cuore di Maglia, tutti rigorosamente tessuti con filati pregiati, lana purissima, cachemire e merinos.

Com’è organizzata l’associazione?

L’associazione conta oggi 2500 volontarie coordinate da 40 ambasciatrici che operano in 56 ospedali diffusi in modo capillare su tutto il territorio nazionale: Alessandria, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Verona, Torino e Trieste sono solo alcune delle città coinvolte. In ognuna di queste realtà un’ambasciatrice mantiene i rapporti con i reparti ospedalieri e coordina il lavoro delle volontarie che spesso si riuniscono in punti d’incontro: i cosiddetti knit caffè. La consegna dei capi, prevista tendenzialmente una volta al mese, avviene su richiesta dell’ospedale quando le scorte sono in esaurimento, ma a causa del turnover continuo dei reparti le ambasciatrici devono essere sempre pronte a nuove consegne.

Non solo lavoro a maglia

Lo stretto rapporto tra i medici e l’associazione ha fatto sì che si affinassero le tecniche di lavoro che danno vita a dei corredini studiati ad hoc. Cappellini a forma di zucca, fragola, o con orecchie a coniglietto, e sacchi nanna a forma di folletto o pupazzo di neve sono solo abbellimenti e decori di modelli pensati per coadiuvare le cure mediche. E così il “sacco a pelino” è un sacco a pelo studiato per il trasporto in elicottero o in ambulanza: alcuni sacchi nanna servono alla mamma per tenere il figlio accanto a sé per la marsupio terapia e dal picciolo del cappellino a forma di fragola passa il tubo del respiratore. Sono tutti accorgimenti e dettagli che rispondono a esigenze funzionali oltre che dell’accudimento.

I reparti di terapia intensiva neonatale apprezzano i regali che arrivano da Cuore di Maglia perché sono in linea con il protocollo Care, all’interno di cui rientrano i procedimenti che in una terapia intensiva tutelano il benessere di bambini e mamme. I capi realizzati dalle volontarie possono essere consegnati negli ospedali solo dopo esser stati esaminati scrupolosamente dalle ambasciatrici che li raccolgono, lavano, imbustano e immagazzinano.

Nel periodo precedente alle festività natalizie sono stati realizzati corredini bianchi e rossi che sono stati poi consegnati nei reparti di terapia intensiva neonatale. A partire dal primo dicembre poi, ogni neonato è stato vestito con tutine bianche e rosse, e cappellini da elfo. Inoltre all’interno dell’incubatrice è stato posto un piccolo albero di Natale lavorato ai ferri, che la mamma ha tenuto con sé nel letto per una notte. In questo modo il bambino ha potuto stringersi all’alberello, riconoscere l’odore della propria mamma e trovare quindi conforto.

La forza dell’associazione

Il prezioso aiuto fornito agli ospedali rende Cuore di Maglia non solo un gruppo di volontariato, ma un’associazione di solidarietà e vicinanza alle mamme e i propri bambini, sospesi tra la vita e la morte, e la cui condizione spesso rappresenta l’anticamera della disabilità. Le testimonianze di queste donne provano che vedere il proprio figlio vestito e accudito conferisce una parvenza di normalità e speranza, il che ha effetti positivi sul neonato e sulla mamma. Alcune di loro – l’associazione ne conta una decina – hanno dei figli ormai grandi che sono nati prematuri. Il tempo e l’elaborazione di questa esperienza dolorosa hanno consentito loro di essere delle volontarie oggi.

Purtroppo però non tutti i neonati prematuri sopravvivono. Cuore di Maglia segue da vicino anche queste vicende delicate, attraverso quella che chiama “Destinazione Paradiso” con la realizzazione di coperte che accompagnano i bambini nel loro ultimo viaggio o che le donne usano per poter elaborare il lutto.

La stessa forza che l’associazione dà agli altri, le volontarie la traggono per sé: lo testimonia l’empatia che si crea da una parte all’altra dell’Italia tra donne che non si conoscono e la grande collaborazione tra gruppi di lavoro e ambasciatrici. Se a Palermo finiscono i corredini, Oristano ne manderà delle scorte.
Nonostante l’impegno continuo, il lavoro di Cuore di Maglia ha esteso nel tempo il suo raggio di azione. È avvenuto nei centri di accoglienza per i migranti di Lampedusa, nelle zone terremotate dell’Abruzzo e dell’Emilia, in quelle alluvionate della Liguria. Dietro domanda di Emergency, l’associazione ha coordinato e coinvolto tutti i centri d’Italia e spedito 1700 copertine in un centro natività dell’Afghanistan, riuscendo a raddoppiare la quantità inizialmente richiesta.

Come possiamo aiutare l’associazione Cuore di Maglia?

Fino a febbraio su BuonaCausa.org è stata lanciata una campagna di crowdfunding a sostegno dell’attività dell’associazione. L’obiettivo è ricevere 5mila euro per l’acquisto di 2mila gomitoli per tutte le sedi d’Italia. Con 100 grammi di lana merinos si può fare un cappellino e due paia di scarpine, oppure un sacco nanna. Con 4 gomitoli invece, una copertina da culla o un triangolo in lana per la marsupio terapia. Per chi invece desideri affiliarsi, l’iter è semplicissimo. Basta andare sul sito di Cuore di Maglia e scoprire qual è la sede d’incontro più vicina. È possibile richiedere gli schemi di lavoro all’indirizzo mail e spedire i lavori realizzati ad Alessandria che provvederà a smistarli in tutta Italia.


Ci ha lasciato la dottoressa Maria Edoarda Trillò

Il blog di UPPA Di Vincenzo Calia - Pediatra, Roma

Sarà stato il 1982, ti ricordi?, mi ero trasferito da poco a Roma. Mi avevano messo in uno scantinato, “Poliambulatorio” lo chiamavano, ma i piccoli pazienti erano veramente pochi.
Poi arrivasti tu, spettinata e “cicciottella”, ti presentasti e mi chiedesti se ero disposto a spostarmi per fondare, insieme ad un gruppo di altre ragazze come te, un consultorio in periferia: accettai subito.
Cominciammo a lavorare insieme: un appartamento piccolo in una casa popolare, anche lì si scendeva qualche gradino, ma era bellissimo, ridipinto e arredato con amore. L’indirizzo era già un programma: via degli Angeli.
Nacque un consultorio che diventò presto un punto di riferimento per tutto il quartiere; ci alternavamo, io e te, nella stessa stanza, sulla stessa scrivania.
E subito cominciammo a litigare sulla disposizione dei mobili: io li mettevo in un modo, e tu li spostavi in un altro…
Avevamo anche un’idea diversa della pediatria: io sostenevo che dovesse essere tutta del pediatra “di base” e tu difendevi i consultori.
E come ci arrabbiavamo nelle nostre discussioni! Io dicevo che tu eri quella “cattiva”, come i personaggi interpretati da Edward G. Robinson: perciò cominciai a chiamarti Edward.
Allora tu mi rispondevi: “Ricordati che ti ho tirato fuori da uno scantinato.”
Era vero, ma non l’avrei mai ammesso.
Anche se, più tardi, avrei trovato il modo di sdebitarmi.
Poi partisti per il Nicaragua, inseguendo un sogno, un ideale; tre o quattro anni, non ricordo più, ma successe di tutto. Il mitico consultorio di via degli Angeli fu chiuso all’improvviso: dicevano che i locali non erano idonei. Forse invece lo chiusero perché funzionava troppo bene.
E così al tuo ritorno tutto fu diverso.
Era settembre, ti raccontai che avevo trovato un convegno bellissimo e dei pediatri come noi. Andammo insieme a Perugia per conoscere questa famosa ACP; viaggiammo sulla tua piccola macchina rossa, sgranocchiando croccantini (dietetici naturalmente). Fu quello il mio ringraziamento per avermi tirato fuori da quello scantinato.
Chi avrebbe immaginato, che molti anni più tardi, saresti diventata Presidente dell’ACP Lazio, e avresti svolto il lavoro che hai svolto con la tua consueta diligenza?
Quindi gli anni del Pedibas.
Quante discussioni: io dalla parte dei pediatri “di famiglia” e tu da quella della “pediatria di comunità”, che la Lettera Pediatrica, per farti arrabbiare, chiamò “la pediatria che non c’è”.
Come ci azzuffavamo!
“Se fossimo due coniugi che litigano, almeno potremmo divorziare”, dicevi sempre.
Per fortuna invece non potevamo farlo.
Tu eri diventata responsabile del servizio Materno Infantile della mia ASL e portammo avanti insieme un’esperienza irripetibile di collaborazione sulle vaccinazioni.
Durò a lungo e con successo fino a quando al tuo posto, ancora una volta all’improvviso, non misero un qualcuno che subito si diede da fare per distruggere tutto.
Per me fu un segnale: smettemmo di litigare… ma continuavo a chiamarti Edward.
Ora te ne sei andata.
Anche questa volta tutto è successo all’improvviso.
Non posso neppure venire a salutarti perché devo assentarmi da Roma.
E così ho pensato di scriverti.
Dubito che tu possa leggere questa mail, ma spero che la leggano i tantissimi amici che ti hanno conosciuto, ciascuno dei quali come me, conserverà un tuo ricordo.
Come io conservo il mio.
Enzo

UPPA e CIANB insieme per la salute dei bambini

Il blog di UPPA Di Sergio Conti Nibali - Pediatra e direttore di UPPA, Messina

Mangiare sano è un diritto di tutti i bambini: per questo motivo UPPA ha deciso di scendere in campo con le altre associazioni che insieme costituiscono la Coalizione Italiana per l’Alimentazione dei Neonati e dei Bambini (CIANB).

Per impedire che gli interessi del mercato diffondano informazioni scorrette, a dispetto del Codice sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno e delle risoluzioni dell’Assemblea Mondiale della Sanità, UPPA si impegna a sostenere le azioni che la CIANB vorrà intraprendere e a diffondere informazioni scientificamente corrette e indipendenti da interessi commerciali, al fine di creare maggiore consapevolezza e conoscenza nei genitori riguardo all’alimentazione e alla salute dei propri bambini. 

Una scuola senza voti è una scuola migliore

Il blog di UPPA

Valutare gli apprendimenti a scuola è essenziale perché consente di migliorare le strategie didattiche ed educative; lo studente ha anche bisogno della valutazione per essere protagonista del proprio apprendimento.

Eppure il voto numerico, reintrodotto nelle scuole elementari e medie nel 2008, è lo strumento più sbrigativo e inadeguato per valutare l’apprendimento. Si è visto, infatti, che la valutazione sintetica espressa da un numero è inadatta a esprimere la complessità del processo di apprendimento.

Da un punto di vista concettuale la votazione innesca meccanismi competitivi tra gli studenti, esercita pressione sulle famiglie, e impone una visione riduttiva di ciò che la scuola rappresenta (o dovrebbe rappresentare).

Sul numero 2/2016 di UPPA, Carolina Vergerio e Cristiana Cau hanno scritto un articolo dal titolo “Una scuola senza voti” in cui spiegano come sistemi di valutazioni alternativi al voto siano ben più adatti allo scopo di misurare l’apprendimento degli studenti. Il numero 2/2016 è in omaggio per chi si abbona entro il mese di Ottobre.

Mamma, mi racconti una storia?

Il blog di UPPA Di Lorenzo Calia - editore, Roma

Boris Pahor ha 103 anni, è uno scrittore sloveno nato a Trieste nel 1913. Andrea Satta è un pediatra, musicista e scrittore e lavora in provincia di Roma. Alberta Rossi è una mamma e vive in Valle di Fassa, un paradiso naturale nelle Dolomiti del Trentino. Betty Ogmemudia viene dalla Nigeria ed è nata a Benin City. La Nigeria è lo stato più popoloso dell’Africa ed è grande tre volte l’Italia.

Queste quattro persone hanno una cosa in comune: hanno partecipato tutte, a vario titolo, al progetto “Ti leggo. Viaggio con Treccani nelle forme della lettura”. Decine di storie raccontate dalle mamme di tutto il mondo sono state raccolte in un libro illustrato da Sergio Staino e pubblicato dalla Treccani.

La lettura ad alta voce, promossa dal progetto Nati per Leggere con cui UPPA collabora da molti anni, è un’attività che consolida la relazione genitore-figlio e che fa nascere nel bambino l’amore per i libri; e se un bambino comincia a scoprire la magia del libro fin da piccolo è probabile che leggerà di più quando sarà grande perché, come diceva Maria Montessori, “nel bambino di oggi c’è l’uomo di domani”.

Sul numero 5/2016 di UPPA abbiamo pubblicato due di queste storie per i nostri lettori: “La favola dell’uovo più bello” e “Il mistero rivelato”, storie da leggere ai bambini, storie da trasmettere, storie per stare insieme e per capire il mondo. Puoi leggerlo abbonandoti a UPPA.

Difendiamo il diritto alla mensa scolastica

Il blog di UPPA

E’ in atto una battaglia, che merita un approfondimento, sul diritto al panino nelle scuole torinesi: a seguito di un ricorso al Tar presentato dal comitato “Caro Mensa”, fondato da un gruppo di 58 genitori torinesi, in risposta all’aumento delle tariffe delle mense scolastiche, il tribunale amministrativo ha riconosciuto il diritto di poter portare a scuola il cibo preparato a casa, e ha esteso questo diritto al panino libero a tutti gli allievi. Il Miur si oppone, ma perde, e si creano i comitato pro e contro il panino.

Ma perché il diritto alla mensa va difeso?

Il pasto a scuola, dalle scuole dell’infanzia e fino alle elementari,  fa parte dell’orario di lavoro degli insegnanti e del percorso didattico dei bambini, questo perché il momento del pasto ha una funzione educativa, relazionale e sociale.

Stare insieme alla mensa, provare per esempio a mangiare i broccoli che la tua compagna mangia con gusto, e scoprire che forse sono buoni… Condividere il pasto con la maestra, parlare del cibo che abbiamo nel piatto e capire da dove proviene e perché non va sprecato  è il  modo migliore per imparare, tutti insieme!

La mensa scolastica è nata tanti anni fa in Italia come tutela sociale, per garantire anche ai bambini più poveri un pasto adeguato; oggi, come per tante cose, la mensa ha anche un significato diverso, più complesso, legato ad aspetti psicologici e culturali. Tuttavia negli ultimi anni il numero di bambini italiani che vivono in povertà è aumentato, così come anche il numero dei bambini in sovrappeso e obesi. In entrambi queste situazioni fornire un pasto adeguato e parlare di cosa e come si mangia, rientra in un processo educativo importante.

Cerchiamo con attenzione di non ridurre il problema al costo mensa, ma cerchiamo di ragionare sul valore della mensa, non solo dal punto di vista nutrizionale, anche esso importante.

In effetti lo stesso tribunale che ha riconosciuto il diritto dei genitori a portare il panino da casa ha rinforzato l’importanza della mensa come momento educativo, anche se secondo i giudici è il tempo della mensa a far parte della educazione dei ragazzi, e non il fatto di imparare insieme agli altri a mangiare cose diverse.

Il tempo pieno nasce sia per finalità pedagogiche, ma anche per far fronte alle necessità dei genitori che lavorano, a conferma del legame profondo che esiste tra la scuola e la società. Una scuola che promuove la salute, lo fa anche attraverso una refezione scolastica che diventa un modello di riferimento nutrizionale, e non solo. In Italia ogni anno vengono consumati 380 milioni di pasti nelle scuole primarie e secondarie di primo grado.

I bambini imparano osservando e imitando quello ciò che le loro figure di riferimento fanno, nei luoghi dove gran parte del loro quotidiano si svolge, a casa e a scuola.

E allora, guardiamo avanti e immaginiamoci uno scenario non tanto futuro, con il “panino libero” alcuni genitori risolveranno  il problema dei costi,  i maestri in refettorio avranno i  bambini che mangeranno il panino portato da casa, e altri che mangeranno a mensa. Quale sarà il loro ruolo? Diventare solo dei sorveglianti? Molti  bambini che avrebbero la necessità di almeno un pasto adeguato e equilibrato saranno lasciati alle risorse culturali e materiali delle proprie famiglie. Il costo mensa, con la diminuzione degli utenti, rischierà di aumentare sia per le famiglie che per i comuni.

Siamo veramente sicuri che stiamo promuovendo la salute dei nostri figli? Siamo veramente sicuri che stiamo proteggendo proprio tutti i bambini?