Quando il bambino non dorme

La ragione per cui un bambino non dorme è molto precisa. La pediatra Annamaria Moschetti ci spiega come trovare la soluzione a questo problema

Bambino che non riesce a dormire

Sonno e bambini. I piccoli crollano addormentati mentre poppano al seno delle loro madri, dormono nei passeggini durante le lunghe sere d’estate, in pizzeria o durante i rumorosi concerti all’aperto; si addormentano sul divano del soggiorno, e le mamme: «Alzati e vai a letto che domani c’è scuola». Si dice “crollare dal sonno” perché al sonno non si può resistere. Senza dormire si muore e, così come succede col respiro, un po’ si può trattenere, ma più di tanto no. Ma quando un neonato non dorme (di giorno o di notte) o dorme poco, o un bambino più grande improvvisamente non vuole dormire, è necessario chiedersi perché.

Perché il bambino non dorme?

Molti genitori si chiedono da dove derivi la fatica ad addormentarsi nei bambini. C’è una sola cosa capace di chiudere le porte al sonno: l’insicurezza. La percezione o il timore di un pericolo bloccano il sonno, perché tutelare la sopravvivenza è il primo obiettivo della natura e in questo caso essere svegli e vigili fa la differenza.

Come si può dormire se si è in ansia per qualcosa? Come si potrebbe dormire su una barca in un mare in tempesta? Si riesce ad addormentarsi solo se ci sente protetti e in luogo sicuro, e il luogo più sicuro per un bambino molto piccolo è vicino alla propria madre. Soprattutto per i bambini molto piccoli, tra gli 1 e i 3 anni, essere separati dalla mamma genera un’intrattenibile e intensa sensazione di ansia, determinata biologicamente e presente anche in altri animali, denominata ansia da separazione. Separato dalla mamma, schiamazza l’anatroccolo, bela le pecorella e piange il bambino, che quindi non dorme.

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Quando l’ansia da separazione insorge, tra i 6 e gli 8 mesi di vita, tutti se ne accorgono e le madri dicono: «Il mio bambino improvvisamente non vuole dormire»; «Prima non era così, ma adesso si sveglia di notte e vuole stare vicino a noi»; «Prima andava in braccio a chiunque, adesso piange se vede un estraneo». Poiché l’ansia impedisce il sonno, per dormire sereni e senza ansie i bambini cercano naturalmente il posto che li fa sentire più sicuri: le braccia della mamma.

Queste cose le sappiamo tutti, potremmo anche dire che le abbiamo sempre sapute, eppure ci meravigliamo se i nostri bambini dormono poco, oppure dormono male e ci affanniamo alla ricerca del rimedio: e si comincia con la camomilla, si continua con la tisana o addirittura con lo sciroppo, per finire con l’infallibile metodo scientifico che insegna a dormire.

Dal co-sleeping all’autonomia

I pediatri di famiglia appartenenti all’Associazione Culturale Pediatri (ACP) delle regioni Puglia e Basilicata hanno studiato il sonno dei bambini dei loro ambulatori: 36 pediatri, tra gennaio 2004 e gennaio 2007, in occasione dei bilanci di salute, hanno arruolato per una ricerca 1.438 bambini. Si tratta probabilmente di una delle più vaste indagini condotta in Italia con metodi scientifici su questo importante aspetto della vita familiare. Vediamo assieme i dati.

Quando il neonato non riesce a dormire

La ricerca fornisce anzitutto un dato importante alla mamma preoccupata perché il suo bambino piccolo o neonato «non dorme mai». È interessante notare, infatti, che il 72% dei bambini tra un mese e 3 anni ha bisogno della presenza del genitore per addormentarsi, e che la maggior parte di loro (67%) richiede proprio il contatto fisico. Tra un mese e 3 anni l’86% dei bambini dorme insieme ai genitori in camera o nel lettone tutte le notti o qualche notte (una modalità chiamata anche co-sleeping); ma a 3 anni uno su cinque già dorme da solo nella sua cameretta.

Per quanto riguarda invece il lettone, a un mese solo l’11% dei bambini vi si stabilisce, percentuale che cresce con il tempo, tanto che a tre anni la percentuale è triplicata; abbiamo interpretato questo fenomeno come una risposta all’insorgere dell’ansia da separazione. Un fatto anche questo transitorio: già dopo i cinque anni sono pochissimi i bambini che dormono nel lettone, come ha dimostrato uno studio italiano che ha indagato le abitudini del sonno di bambini toscani fino ai dieci anni, fatta dai pediatri ACP toscani e coordinato dal prof. Rapisardi.

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Questi dati mostrano la naturale e spontanea evoluzione delle abitudini del sonno dei bambini verso una progressiva autonomizzazione. Le abitudini dei nostri bambini appaiono, da questa ricerca, molto diverse da quelle degli americani o dei tedeschi, che invece abituano i bambini a dormire da soli il più presto possibile; si avvicinano molto di più a quelle dei popoli con tradizioni più antiche come i giapponesi.

I problemi di sonno riferiti dalle madri sono molto pochi: si lamenta del sonno dei figli solo il 9% a tre anni (una percentuale molto simile a quella rilevata in Giappone), anche se c’è una punta del 25% di mamme di bambini di età compresa fra 12 e 18 mesi disturbate nel sonno, un’età che corrisponde in pieno al periodo dell’ansia da separazione. Con il decrescere di questo fenomeno diminuisce, rapidamente e spontaneamente, nel giro di un anno, il numero di mamme che non dormono bene a causa del sonno disturbato dei propri figli.

Disturbi del sonno: cause diverse

Una ricerca come questa, svolta da pediatri che sono coinvolti ogni giorno nel rapporto con le famiglie, non può prescindere da un interrogativo concreto: «È possibile eliminare i problemi di sonno dei bambini e delle famiglie?». Secondo quello che abbiamo imparato da questa esperienza la risposta non può che essere: no.

Può darsi che alcuni bambini (pochi secondo i nostri dati) abbiano il sonno disturbato per il tentativo (portato avanti a volte senza troppa convinzione e coerenza) di adottare un sistema americano o, se preferite, tedesco.

Negli altri casi, però, i disturbi del sonno potrebbero essere solo un sintomo dei disturbi di ansia di cui il bambino stesso e/o la sua famiglia soffrono. Un’ansia che non fa dormire, che raggiunge il bambino attraverso lo stress e le preoccupazioni di sua madre o l’incertezza del suo mondo familiare. Ma questa è un’altra storia.

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Annamaria Moschetti

medico pediatra dell’ISDE (Associazione Medici per l'Ambiente), presidente della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto e responsabile dell’associazione Culturale Pediatri di Puglia e Basilicata per le malattie dei bambini legate all’inquinamento.

Articolo pubblicato il 01/02/2016 e aggiornato il 27/07/2020

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