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Quando il bambino non dorme

Un bambino non dorme per motivi ben precisi: come trovare la soluzione a questo problema? Lo spiegano i pediatri di UPPA

Quando il bambino non dorme

Crollano addormentati mentre poppano al seno delle loro madri, dormono nei passeggini durante le lunghe sere d’estate, in pizzeria o durante i rumorosi concerti all’aperto; si addormentano sul divano del soggiorno e le mamme: «alzati e vai a letto che domani c’è scuola». Si dice “crollare dal sonno” perché al sonno non si può resistere. Senza dormire si muore e, così come succede col respiro, un po’ si può trattenere, ma più di tanto no. Ma quando un bambino non dorme, è necessario chiedersi perché.

Il bambino non dorme: la causa è l’insicurezza

C’è una sola cosa capace di chiudere le porte al sonno: l’insicurezza. La percezione o il timore di un pericolo bloccano il sonno, perché tutelare la sopravvivenza è il primo obiettivo della natura e in questo caso essere svegli e vigili fa la differenza.

Come si può dormire se si è in ansia per qualcosa? Come si potrebbe dormire su una barca in un mare in tempesta? Si riesce ad addormentarsi solo se ci sente protetti e in luogo sicuro, e il luogo più sicuro per un bambino molto piccolo è vicino alla propria madre. Soprattutto per i bambini molto piccoli, tra gli uno e i tre anni, essere separati dalla mamma genera un’intrattenibile e intensa sensazione di ansia, determinata biologicamente e presente anche in altri animali, denominata ansia da separazione. Separato dalla mamma, schiamazza l’anatroccolo, bela le pecorella e piange il bambino, che quindi non dorme.

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Quando l’ansia da separazione insorge, tra i sei e gli otto mesi di vita, tutti se ne accorgono e le madri dicono: «Il bambino prima andava in braccio a chiunque, adesso piange se vede un estraneo», oppure «Prima non era così, ma adesso si sveglia di notte e vuole essere preso vicino». E poiché l’ansia impedisce il sonno, per dormire sereni e senza ansie i bambini cercano naturalmente il posto che li fa sentire più sicuri: le braccia della mamma.

Queste cose le sappiamo tutti, potremmo anche dire che le abbiamo sempre sapute, eppure ci meravigliamo se i nostri bambini dormono poco, oppure dormono male e ci affanniamo alla ricerca del rimedio: e si comincia con la camomilla, si continua con la tisana o addirittura con lo sciroppo, per finire con l’infallibile metodo scientifico che insegna a dormire.

L’indagine condotta in Italia tra il 2004 e il 2007

I pediatri di famiglia appartenenti all’Associazione Culturale Pediatri (ACP) delle regioni Puglia e Basilicata hanno studiato il sonno dei bambini dei loro ambulatori: 36 pediatri, tra gennaio 2004 e gennaio 2007, in occasione dei bilanci di salute, hanno arruolato per una ricerca 1438 bambini. Si tratta probabilmente di una delle più vaste indagini condotta in Italia con metodi scientifici su questo importante aspetto della vita familiare.

Il 72% dei bambini tra un mese e tre anni ha bisogno della presenza del genitore per addormentarsi, la maggior parte di loro (67%) richiede proprio il contatto fisico. Tra un mese e tre anni l’86% dei bambini dorme insieme ai genitori (in camera o nel lettone tutte le notti o qualche notte); ma a tre anni 1 su 5 già dorme da solo nella sua cameretta.

Per quanto riguarda invece il lettone, a un mese solo l’11% dei bambini vi si stabilisce, percentuale che cresce con il tempo, tanto che a tre anni la percentuale è triplicata; abbiamo interpretato questo fenomeno come una risposta all’insorgere dell’ansia da separazione. Un fatto anche questo transitorio: già dopo i cinque anni sono pochissimi i bambini che dormono nel lettone, come ha dimostrato uno studio italiano che ha indagato le abitudini del sonno di bambini toscani fino ai dieci anni, fatta dai pediatri ACP toscani e coordinato dal prof. Rapisardi.

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Questi dati mostrano la naturale e spontanea evoluzione delle abitudini del sonno dei bambini verso una progressiva autonomizzazione. Le abitudini dei nostri bambini appaiono, da questa ricerca, molto diverse da quelle degli americani o dei tedeschi, che invece abituano i bambini a dormire da soli il più presto possibile; si avvicinano molto di più a quelle dei popoli con tradizioni più antiche come i giapponesi.

I problemi di sonno riferiti dalle madri sono molto pochi: si lamenta del sonno dei figli solo il 9% a tre anni (una percentuale molto simile a quella rilevata in Giappone), anche se c’è una punta del 25% di mamme di bambini di età compresa fra 12 e 18 mesi disturbate nel sonno, un’età che corrisponde in pieno al periodo dell’ansia da separazione. Con il decrescere di questo fenomeno diminuisce, rapidamente e spontaneamente, nel giro di un anno, il numero di mamme che non dormono bene a causa del sonno disturbato dei propri figli.

Disturbi del sonno: cause diverse

Una ricerca come questa, svolta da pediatri che sono coinvolti ogni giorno nel rapporto con le famiglie, non può prescindere da un interrogativo concreto: «È possibile eliminare i problemi di sonno dei bambini e delle famiglie?». Secondo quello che abbiamo imparato da questa esperienza la risposta non può che essere: no.

Può darsi che alcuni bambini (pochi secondo i nostri dati) abbiano il sonno disturbato per il tentativo (portato avanti a volte senza troppa convinzione e coerenza) di adottare un sistema americano o, se preferite, tedesco.

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Negli altri casi, però, i disturbi del sonno potrebbero essere solo un sintomo dei disturbi di ansia di cui il bambino stesso e/o la sua famiglia soffrono. Un’ansia che non fa dormire, che raggiunge il bambino attraverso lo stress e le preoccupazioni di sua madre o l’incertezza del suo mondo familiare. Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato il 01.02.2016 e aggiornato il 05.03.2018