Sperimentare un mondo di emozioni

Nei primi tre anni di vita si gettano le basi per la costruzione delle competenze emotive, cioè la capacità di riconoscere, esprimere e gestire le proprie e altrui emozioni, di provare empatia e avere fiducia in sé stessi e negli altri

Anna Maria Speranza, psicologa e Fabia Eleonora Banella, psicologa
Bambino di pochi mesi sorride

Anche un neonato è capace di comunicare: lo fa attraverso il suo comportamento, con cui esprime necessità ed emozioni (disagio, stanchezza, piacere, rilassatezza, benessere), ma ha bisogno dell’intervento dell’adulto per poter gestire e organizzare adeguatamente le sue azioni, dal sonno alla veglia e al pianto. Nel corso del primo anno di vita, infatti, lo sviluppo sociale ed emotivo del bambino avviene all’interno della relazione con le sue figure di riferimento: la presenza dei genitori si manifesta attraverso la voce, lo sguardo e il contatto, dà benessere, rassicurazione e conforto, e aiuta il bambino a superare i momenti di disagio. Giorno dopo giorno il bambino interiorizza un senso di sicurezza che si basa sulla risposta ai bisogni che ha espresso.

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Il genitore fa da modello

Nei primi mesi sono molte le cose che i genitori possono fare per sostenere lo sviluppo affettivo; ad esempio privilegiare la relazione e il contatto pelle a pelle e promuovere le attività che favoriscono sensazioni di benessere e reciprocità (guardarsi negli occhi e sorridersi, coccolarsi anche attraverso carezze e massaggi, cantare e ascoltare la musica e persino leggere insieme). Già dal secondo semestre il bambino è in grado di utilizzare le emozioni che il genitore esprime attraverso espressioni facciali, posture, ritmi e toni vocali come un riferimento per sé stesso. Può leggere l’approvazione o la disapprovazione, l’accettazione o il rifiuto nello sguardo dell’altro. Si rispecchia e costruisce la sua identità e il modo di entrare in relazione con il mondo sulla base del modo in cui viene guardato, sentito e pensato dal genitore. I genitori noteranno che in situazioni nuove o di incertezza il bambino cercherà il loro sguardo per dare un senso a quanto sta accadendo, quasi come se stesse chiedendo: «Devo avere paura? Posso stare tranquillo?».

Gestire le separazioni

Verso la fine del primo anno di vita il bambino partecipa più attivamente agli scambi comunicativi, facendo gesti semplici, come indicare, tendere le braccia per essere preso o giocare a “dare e prendere”. È consapevole della differenza tra persone e ambienti familiari e non. In questa fase può essere difficile gestire la separazione dall’adulto di riferimento, perché il bambino ha sviluppato un senso di sicurezza che è connesso alla vicinanza fisica. Si può però aiutare il bambino gestendo le separazioni gradualmente e lasciandogli il tempo di adattarsi a un luogo o una persona nuova in presenza del genitore, oppure creando delle routine che gli diano la possibilità di partecipare attivamente, in modo che impari a prevedere i momenti di separazione e poi, un po’ alla volta, a gestirli.

Fare come i grandi

Nel secondo anno di vita inizia una fase in cui il bambino cerca di raggiungere un senso di competenza e autonomia, affermando la propria assertività e volontà (anche attraverso i primi “no!”). Il bambino è guidato da una forte passione: vuole fare “come fanno i grandi” e dimostrare con orgoglio a sé stesso (e ai genitori) che può farcela da solo. In questa fase potremmo osservare impazienza quando il bambino desidera qualcosa e impulsività quando ha in mente un obiettivo, ma anche molta determinazione. È in grado di riconoscere e descrivere le proprie e altrui emozioni, e comincia a nominarle verbalmente («sono felice»).

La discrepanza tra ciò che il bambino riesce a fare o può fare, e ciò che vorrebbe fare, può generare frustrazione o reazioni intense, specialmente considerando che non è ancora del tutto in grado di utilizzare il linguaggio per esprimere le sue difficoltà. I comportamenti del bambino, come il pianto o uno scatto d’ira, non sono mai capricci, ma hanno sempre un significato profondo, funzionale a ciò che il bambino sperimenta. I genitori hanno ora una speciale funzione di “regolatori delle emozioni”; lo potranno aiutare mantenendo la calma, empatizzando con lui e facendolo sentire compreso nelle sue difficoltà, aiutandolo al tempo stesso a conoscere i suoi limiti, attraverso regole coerenti e semplici che lo faranno sentire più sicuro.

Per approfondire

Questa nuova fase di vita è importante per la costruzione di un senso di fiducia nelle proprie capacità: possiamo sostenere lo sviluppo del bambino verso l’autonomia trasmettendogli il messaggio «mi fido di te e delle tue capacità» e lasciandogli occasioni e tempi adeguati in cui possa partecipare attivamente alle attività familiari e quotidiane (mangiare da solo, lavarsi le mani…).

Accettare tutte le emozioni

Crescendo, il bambino prova emozioni sempre più varie, complesse e intense (vergogna, timidezza, orgoglio, paura, possessività), che possono mutare repentinamente e perciò risultano ancora difficili da gestire.

Il bambino ora è in grado di utilizzare il pensiero emotivo, a cui ricorre per capire le relazioni tra esperienza e sentimenti (ad esempio, «sono arrabbiato perché hai preso il mio giocattolo»). Può comprendere gli stati emotivi altrui e manifestare le prime forme di empatia (ad esempio, consolando un bambino che sta piangendo). Inoltre, poiché adesso è in grado di utilizzare la fantasia, insorgeranno paure nuove, irrazionali e intense, e cercherà rassicurazioni nei genitori. È importante che il bambino senta che tutte le emozioni che prova, positive e negative, sono accettate piuttosto che minimizzate o vissute con eccessiva preoccupazione.

A partire dal terzo anno di vita, inizia il lungo processo che porterà il bambino a consolidare la capacità di distinguere cosa è “finzione” da ciò che viene ritenuto reale, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Per acquisire le regole e i valori delle persone intorno a lui, che sono alla base della capacità di gestione degli impulsi e dell’umore, il bambino avrà bisogno di ripetere e di essere supportato costantemente dai genitori, anche perché questo processo si svolge per prove ed errori.

Lo sviluppo affettivo avviene per ciascun bambino in maniera unica e diversa: ogni bambino possiede specifiche caratteristiche di temperamento che influenzano il suo modo di sperimentare il mondo. I genitori possono fare tanto per avviare un buon processo di educazione emotiva, attraverso l’esempio, l’ascolto, la comprensione e l’empatia. Nel tempo, grazie a queste esperienze relazionali, il bambino imparerà a fare sue e a generalizzare queste strategie, in modo da regolare i suoi stati affettivi e sviluppare un senso di fiducia e sicurezza in sé stesso che gli permetterà di affrontare le diverse situazioni della vita.

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Articolo pubblicato il 04/11/2020 e aggiornato il 04/11/2020
Immagine in apertura fotostorm / iStock

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