Il blog di UPPA

L’uscita da scuola: protezione o autonomia?

La tutela dei bambini non consiste nell'iperprotezione, ma nel dare loro la possibilità di sperimentare la propria autonomia in uno spazio sicuro

di Sergio Conti Nibali - Pediatra e direttore di UPPA, Messina
Tornare da scuola da soli

Sulla parete del mio ambulatorio, ormai da molti anni, ho appeso un poster di Francesco Tonucci nel quale una madre con un bambino piccolo, certamente della scuola primaria, chiede al pediatra una ricetta, il medico risponde “A scuola a piedi con gli amici tutti i giorni”; sotto c’è scritto, in maiuscolo, AUTONOMIA È SALUTE.

In questi giorni molti dirigenti scolastici emanano circolari per ribadire norme e regole riguardo all’uscita degli alunni da scuola. In particolare si tende a rimarcare l’obbligo, penalmente rilevante, di vigilare sul minore e pertanto il dovere di ritirare i propri figli all’uscita dalla scuola anche per le secondarie di primo grado.

Un papà scrive sul nostro forum:

«Capisco le ragioni di cautela dei dirigenti, ma, mi pare che questa posizione possa essere – se non direttamente, per le sue implicazioni – un intralcio allo sviluppo dell’autonomia dei bambini (o ragazzini). È possibile che un bambino, dopo essere stato sempre accompagnato in ogni suo spostamento, possa al compimento del quattordicesimo anno muoversi in piena autonomia e sicurezza? E magari in scooter? Penso che i genitori debbano responsabilmente accompagnare i loro figli in un graduale percorso verso l’indipendenza che non può evitare ai bambini di “fare da sé”. La mia è un’opinione di un papà senza particolari competenze giuridiche o pedagogiche, ma sento qualcosa che “stride” per cui mi rivolgo all’opinione autorevole di UPPA! Credo, infatti, che il tema dello sviluppo dell’autonomia sia pedagogico e dunque proprio della scuola, cosicché le circolari dei dirigenti mi paiono in contraddizione con i principi educativi dell’istituzione scolastica».

Occorre ricordare che il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media coincide spesso con l’acquisizione di un significativo aumento dell’autonomia dei bambini. Del resto quanti di noi non ricordano che è stato proprio intorno all’inizio delle scuola medie che abbiamo cominciato ad andare a scuola a piedi, da soli o con qualche compagno che recuperavamo per strada. «Beh – si dirà – altri tempi; adesso i rischi sono maggiori», ma questa è una bugia.

Le competenze di un bambino di otto anni sono molto diverse da quelle di un bambino di dodici, e così sono diverse le loro esigenze nel tornare da scuola a casa. Le capacità di relazionarsi con degli estranei e con gli amici, di attraversare la strada senza incorrere in pericoli, di sapere prevedere eventuali problemi ed evitarli saranno diversi; saranno certamente condizionati dalle esperienze precedenti, ma anche dalla fisiologica acquisizione di competenze che sono specifiche di ogni età. E allora come non essere d’accordo con il nostro lettore che reputa diseducativo e fortemente allarmistico questo genere di circolari (che, tuttavia, non fanno altro che uniformarsi a quanto è stabilito dalla legge) per i ragazzi della scuola media? Ci stiamo abituando a una certa mentalità “difensivistica”, come a dire: «Vi avevamo avvertito, se succede qualcosa è colpa vostra». Queste circolari vanno in questa direzione.

E su questo aspetto qualche considerazione generale va fatta: le nostre città sono amiche dei bambini? La risposta, salvo rare eccezioni, è no. Perché? Non abbiamo un pensiero urbanistico a misura di bambino; o meglio a misura di tutti, senza distinzioni di età o di genere. Non abbiamo rispetto per i bambini o, forse, in una sorta di classifica dei valori, preferiamo mettere in prima fila la velocità al posto del rispetto dell’altro.

Si può fare qualcosa nella comunità? Sì: ad esempio organizzare percorsi sicuri, vigilati o discretamente supervisionati dove i bambini sono liberi di camminare tra di loro e avvicinarsi a “luoghi” dove i genitori possono prenderli; penso a progetti come il pedibus, il bicibus, lo scuolabus già attivi, anche se troppo poco diffusi, in  alcune realtà; iniziative che coniugano una grandissima valenza pedagogica con la responsabilità sociale: la comunità che si prende cura dei bisogni dei propri bambini e ragazzi diventa educante. I genitori devono essere promotori di queste buone pratiche, che spesso non sono conosciute dalle amministrazioni comunali.

Ecco, allora, cosa pensa UPPA: da una parte è necessario che si cambi la legge, dall’altra, però, si deve prevedere come obiettivo delle nostre comunità quello di rendere sempre più autonomi i bambini, ricordando che la loro sicurezza è una responsabilità della società, cioè di tutti.


Immagine in apertura Imgorthand / Getty Images

Sergio Conti Nibali

Conti Nibali
Pediatra e direttore di UPPA, Messina

Sergio Conti Nibali è nato a Castell’Umberto nel 1958, si è specializzato in pediatria e malattie dell’apparato digerente all’Università di Messina. Fino al 1993 ha lavorato in gastroenterologia pediatrica e fibrosi cistica al Policlinico di Messina e, successivamente, come pediatra di famiglia sempre a Messina. È responsabile del gruppo nutrizione dell’Associazione Culturale Pediatri; è valutatore dell’iniziativa Ospedali e Comunità Amici dei Bambini dell’Unicef. È uno dei 12 soci dell’Associazione Messinese Amici del Pescestocco e un grande appassionato di pallavolo. Da Luglio del 2016 dirige UPPA.