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Educazione a scuola: piccoli consigli per i grandi

Ripensare i rapporti tra genitori e insegnanti è utile per aiutare i nostri figli a vivere serenamente il nuovo anno scolastico

Valentina Tomaselli,
psicoterapeuta dell'età evolutiva
Educazione a scuola: piccoli consigli per i grandi

Gli ultimi fatti di cronaca dell’anno scolastico appena trascorso ci hanno raccontato di spiacevoli scontri tra genitori e docenti, che di certo non hanno aiutano il benessere di quell’alunno venuto a trovarsi nel mezzo di diverbi tra adulti. In una scuola media di Foggia, a febbraio un genitore ha picchiato il vicepreside, reo di aver rimproverato il giorno prima l’alunno perché spingeva alcune compagne, mentre in una scuola media di Padova, a fine anno scolastico una madre ha schiaffeggiato una docente per aver messo un voto insufficiente al figlio.
Secondo i dati riportati dal sindacato Anief (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori), l’anno scolastico 2017-2018 si è chiuso con 33 aggressioni a docenti da parte di alunni o genitori, e questi ultimi sono stati autori di quasi la metà delle aggressioni.

Fuori e dentro la rete

Oltre alle aggressioni fisiche non mancano condotte inadeguate, a volte maleducate e violente, da parte di genitori che utilizzano Facebook o WhatsApp per dare sfogo al proprio malcontento.
Si punta spesso il dito sull’utilizzo sbagliato che bambini e ragazzi fanno di smartphone e strumenti digitali, e l’allarme cyberbullismo ha reso più sensibili alla necessità di aiutare i più piccoli alle regole della comunicazione e condivisione di contenuti quando si usa il cellulare o i social network. Tuttavia, alcuni genitori si dimostrano meno inclini a rispettare semplici regole di buona educazione online e offline.
La parola “netiquette”, neologismo sintesi del termine francese “etiquette” (galateo) e dell’inglese “net” (“rete”), si usa oggi per indicare tutti quei sani principi che ciascun utente dovrebbe conservare nella rete e che in parte ricalcano i dettami educativi della comunicazione vis-à-vis.
Una riflessione particolare meritano i gruppi WhatsApp dei genitori, il più delle volte composti soprattutto da mamme. Strumento di per sé utile per comunicare velocemente e con efficacia su aspetti organizzativi della scuola, può tuttavia, se usato male, trasformarsi in un covo di lamentele senza fine. A volte infatti il gruppo dei genitori diventa un luogo virtuale in cui riversare monologhi offensivi verso educatori e insegnanti considerati non adeguati, o verso mamme e bambini del gruppo classe. Si attiva spesso una difesa a tutti i costi dei propri figli, “vittime” di una nota sul diario o di un rimprovero del docente, che non facilita una reale comprensione dell’evento e crea dinamiche di lotta a difesa del proprio figlio, e di scontro tra i ruoli di insegnante e quello di genitore.

Cosa stiamo insegnando ai bambini?

Tale clima di conflitto non fa bene prima di tutto ai bambini, che diventano spettatori di attacchi e contrattacchi senza avere la possibilità di comprendere e trovare soluzioni al loro sbaglio, lì dove ci sia stato. «Mio figlio non ha fatto nulla. È stato il suo a iniziare per primo!», o «La maestra non capisce proprio nulla!» sono esempi di affermazioni che avvengono tra genitori, spesso in presenza dei figli, dimenticandosi che la propria condotta viene osservata, appresa e ripetuta dai bambini, che utilizzano gli adulti come metro di misura per capire cosa è lecito e cosa non è lecito fare. Se la nostra strategia è quella dell’attacco e dell’accusa, cosa stiamo insegnando ai bambini?
Le stesse regole preziose per i piccoli valgono anche per i grandi, nelle relazioni tra adulti. Mettiamoci nei panni dell’altro. Cerchiamo di capire le sue motivazioni. Confrontiamoci sempre e troviamo soluzioni di compromesso, perché il mondo, per fortuna, è vario e, come i nostri figli, anche noi non dobbiamo mai smettere di imparare a convivere con le differenze.

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Creare comunità non escludenti

Un altro triste caso è quello di un litigio o di un’incomprensione tra bambini che può creare un dibattito aspro tra i grandi. Può accadere ad esempio che un bambino più agitato di altri venga additato dal gruppo di mamme come causa di tutti i mali della classe, scatenando reazioni a catena che portano a etichettare il piccolo e a provocare atteggiamenti di chiusura e isolamento.
Reazione più idonea sarebbe quella di favorire un confronto tra gli stessi bambini, che hanno bisogno di imparare come si mediano i conflitti, e come è possibile fare la pace. Vi ricordate la filastrocca del “mignolino mignoletto”? Era una chiusura “magica” e semplice che si faceva tra bambini dopo un litigio. Si litigava e si faceva la pace. Oggi quest’ultimo passaggio salta o viene rimandato a data da definirsi, se entrano in ballo nella discussione i grandi per trovare soluzioni al posto dei bambini.
La psicologia evolutiva insegna inoltre che i comportamenti problematici posso avere tante cause, e spesso i bambini più impulsivi, a volte aggressivi, hanno una fragilità che ha bisogno di essere guardata e aiutata, piuttosto che criticata.
Bisogna evitare di creare un sistema di comunità che esclude, piuttosto che accogliere, chi ha difficoltà, perché ciò è inaccettabile se si desidera una crescita basata sull’incontro e la condivisione. Ecco allora alcuni spunti di riflessione e buone pratiche che un genitore alle prese con la scuola dovrebbe far propri.

Circoscrivere il problema e generalizzare le capacità

Se nostro figlio ha preso un brutto voto o è stato segnalato delle insegnanti un problema nel comportamento, è bene capire dove, quando e perché, soffermandosi sull’episodio senza arrivare a troppo rapide generalizzazioni, quali l’inadeguatezza del corpo docente.
Se il bambino a casa «è un angelo» e a scuola è descritto come uno scalmanato, fermiamoci prima di attribuire le colpe alla scuola o al bambino: i nostri figli, infatti, si esprimono in modo diverso in contesti diversi.
Nella maggior parte dei casi non c’è una colpa ma solo una problematicità da risolvere. A casa un bambino ha il suo luogo ideale, i suoi spazi personali, l’attenzione tutta per sé da parte degli adulti; qui la relazione è spesso uno a uno e si ha la possibilità di tempi di pausa e gioco. A scuola invece cambiano le richieste che vengono fatte ai piccoli alunni: ci si trova in un contesto “prestazionale” dove ai bambini è richiesta una differente e più alta capacità di attenzione, di attesa del proprio turno, di collaborazione in attività didattiche o ludiche di gruppo. È possibile quindi che in questo differente ambito nostro figlio possa manifestare delle difficoltà, che se non negate, sono facilmente risolvibili. Ad esempio, se a scuola sembra non riuscire ad aspettare, potremmo iniziare ad abituarlo anche a casa a piccoli tempi di attesa, anche se noi ci siamo sempre e immediatamente. Se ha difficoltà a gestire i giochi in gruppo, potremmo iniziare a organizzarci per invitare a casa piccoli gruppi di compagni con cui fare i compiti e la merenda. Cerchiamo in qualche modo di generalizzare le capacità richieste a scuola proponendole nello spazio accogliente e protetto di casa nostra.

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Comunicare costantemente con la scuola

Gli insegnanti non sono dei nemici. Sono prima di tutto coloro a cui affidiamo i nostri figli per 6-8 ore al giorno. Diamoci la possibilità di conoscerli, andiamo all’orario di ricevimento per aggiornarci sull’andamento di nostro figlio, prima della fine del quadrimestre. Se notiamo un disagio di nostro figlio nella gestione dei compiti o nell’affrontare la scuola, parliamone anche con i docenti, per trovare insieme, come adulti responsabili della crescita del bambino, una soluzione condivisa.

Il ruolo delle comunicazioni tra genitori

I messaggi dei gruppi di genitori su WhatsApp hanno il compito importante di dare informazioni chiare e immediate su scadenze, riunioni, imprevisti (come scioperi o chiusura anticipata della scuola). Risultano quindi di estrema utilità per evitare serie di telefonate, e sono più veloci per far arrivare la stessa indicazione a tutti. Ma bisogna astenersi dall’innescare infiniti commenti e opinioni soggettive sui singoli fatti, perché ciò diffonde il malcontento e allontana la possibilità di un confronto diretto con la scuola. Se, ad esempio, il bambino non mangia bene a mensa, è sicuramente più efficace andare a parlare personalmente con gli uffici scolastici, prendendosi la responsabilità di esporre all’amministrazione eventuali mancanze, piuttosto che diffondere a macchia d’olio la lamentela. Si evita così anche la seccatura, nota a molti dei genitori che leggono, di decine o centinaia di notifiche sul telefono, che possono prolungare la discussione per ore, anche in momenti (come la sera) in cui sarebbe bene mettere da parte i propri cellulari e passare un po’ di tempo offline con i propri figli. Inoltre non è raro che qualcuno cominci a postare contenuti non attinenti con la scuola o che inizino a girare “bufale”. È evidente che in tal caso viene meno la reale utilità del gruppo, facendoci perdere, piuttosto che guadagnare, tempo.

La scuola come luogo di incontri e nuovi compromessi

Non esiste l’insegnante perfetto, così come non esiste il genitore o l’alunno perfetto. I difetti o le mancanze di un docente, a meno che non si parli di evidenze gravi – come condotte di abuso di potere o di totale incompetenza – sono specchio dei limiti che ogni persona ha. Andare a scuola significa anche questo: scontrarsi con i limiti e i difetti di ciascuno, dei grandi e dei pari, confrontarsi su idee diverse, credi socio-politici, religiosi, culturali, senza che nessuna posizione abbia la meglio sull’altra, allenandosi alla palestra di vita della convivenza sociale.
Per fortuna, nella maggior parte di casi le mamme e i papà dimostrano quotidianamente il loro impegno nel seguire la crescita scolastica e educativa del figlio, senza invasioni di campo o attacchi al sistema scolastico. Tuttavia la minoranza degli “indisciplinati” genitori con condotte offensive o aggressive, in aumento negli ultimi anni, ci deve far interrogare.
Bisogna ricostruire una comunità accogliente, fatta di una rete reale di persone e di collaborazione tra famiglie e scuola, per il benessere dei nostri figli. Un buon modo per iniziare potrebbe essere ritrovare spazi reali di incontro e discussione tra genitori e docenti. Per darsi le giuste risposte e, perché no, farsi nuove domande su come accompagnare al meglio il percorso di crescita dei nostri bambini.

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Pubblicato il 10.09.2018
Immagine in apertura fotostorm / iStock